Lo scontro ininterrotto tra la cognizione del dolore e la necessità di proseguire il cammino lascia uno spiraglio, una zona franca, una stretta ma fertile terra di nessuno. In questo ambito ci si può muovere percependo una visione d'insieme, un panorama, forse il senso dell'insieme, o perlomeno la coesistenza della vita e del suo contrario. In questo territorio di confine si muove con una leggerezza densa ed attenta Antonella Pizzo, "in stasi irregolare", per dirla con il titolo di una sua raccolta, in una staticità che permette di penetrare il fondo delle cose senza smarrire il moto, il tempo, il necessario mutamento. Perché c'è una ragione altra, errabonda, ubriaca di una testarda, adrenalica malinconia. Ti porta a dire ancora una volta che "che la matematica sia un’opinione è risaputo/ ma ciò è insulsaggine per dire ciò non si può dire/ quale l’infinito, lo strazio o il foco magno". La gamma dei toni e dei colori della poesia di Antonella Pizzo è adeguatamente ampia e varia: pubblico qui qualche stralcio di vari momenti del dire e del sentire dell'autrice, lasciando poi ai lettori interessati il piacere di un'esplorazione di più ampia portata. Il filo rosso, o almeno uno dei fili possibili che pervadono e tengono insieme i versi, mi pare sia una ricerca di luce nel buio, anche nel più fitto abisso: luce che arriva dalla terra, densa di humus e di tempo. Luce come sbocco, anche come ferita, purché sia aperta alla parola e da essa percorsa, come un sangue, aspro certo, ma tenacemente, ostinatamente, rosso, vivo, sincero. I.M.
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ANTONELLA PIZZO
da Di lievi deliqui e smarrimenti
I
Regina madre che al castello sgravasti
cuore di tortora e leone
beati i poveri di spirito
che non hanno visto il pozzo di petrolio
e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde
brune rosse passionarie
ossa d’anoressiche donzelle
sulle passerelle coi trampoli
non hanno raccolto il passo
in minimal style valentino
l’ultima moda di tatuaggi e pearcing
che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo
dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato
miscuglio micidiale che arriva in gola e strozza
il pensiero di una terra a zolle e di una semina
di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi
che non hanno mai discusso sui massimi sistemi
che non hanno mai avuto un contatore e un blog
V
Ma il pesce ha il ventre gonfio
il costato da parte a parte passato
le branchie di sangue confuse,
gli azzanni di lupi nei polpacci
dei bambini che nelle spiagge
correvano con i denti di latte spezzati
solo sapevano di fossi e castelli
di conchiglie che al collo tintinnavano
fecero in tempo ad aprire le mani
leggere le linee torte e svariate
ce n’era una che portava lontano
arrivava al polso e poi girava
dietro il gomito e poi risaliva
fino a perdersi nelle pieghe in fronte
in mezzo agli occhi bendati di lino
nel sudario sulla testa poggiato
raccontava di mandorle malate
d’albicocche senza nocciolo dentro
d’uva amara, d’uva nera
***
In fondo sono stata bene in questo posto
non mi lamento più, prima lo facevo spesso
rimuginavo, m’agitavo, recriminavo
non guardavo più in là della mia siepe
presbite e miope io sono stata, aggrovigliata
nel mio ottundimento, dalla mia carne flaccida o soda
dalle mie ossa curve o dritte
di certo allora m’arrabbiavo
sbraitavo
m’affliggevo
ricordo bene che
mi dissero che quando nacqui prima piansi piano e poi sempre più forte
m’attaccai al tubo, all’aria, al legno, ai beni, alle persone
con forza, determinazione
in verità vivere fu una questione complessa
guadagnarmi il pane e il companatico lo stesso
ero fragile, da maneggiare con cura, ne sono consapevole,
così mi riparai di spine e andai.
In fondo stavo bene in quel posto
sanguinavo da ogni poro, copiosamente
dagli occhi versavo sale e lacrime, dalla bocca lamenti in forma di canzoni:
Giro giro tondo casca il mondo
casca la terra e tutti giù per terra.
Ti prego mondo oggi non cascare
non farlo proprio adesso che ci sono io
perché non sei cascato prima quando non c’ero?
Non sarei nata e non avrei cantato
questa canzone di morti e di bambini.
***
Ossessivamente langue e si rapprende il rumore
dei piatti e dell’incudine e il martello
volge allo strano, alla nota alta e acuta
sono del servizio segreto venne dallo schermo
a spiegare l’enigma la voce, il suo corpo l’abbiamo trovato disfatto
finalmente. Oh se vuoi qualcosa si può fare
rispose l’attrice imbellettata e radicata nella parte inconsolabile
di vedova, si può andare
al molo declinare verbi
estesi o pitagoriche tabelle che tre per due
fa sempre sei
che la matematica sia un’opinione è risaputo
ma ciò è insulsaggine per dire ciò non si può dire
quale l’infinito, lo strazio o il foco magno.
***
né da stridii d’ossa
da mormorii di vene, d’orrore o da pietà
di noi assiepati o disposti ai lati della via
lacrima lo spazio e l’infinito stilla sale
la terra si sommuove a passo di supplizio
il tempo si rapprende poi ristagna in mescolanza orbando
cede la mente
vacilla il corpo al peso del silicio
di una fusione fredda, di un chi l’ha visto
di un the show must go on, di un vuvuvu che aliena
ma il tuo calvario è il nostro
il nostro è il tuo
di questo il nostro vuoto si riempie
così d’ogni sangue si dispone
e ogni sangue in nuovo ordine si colloca
d’un sangue che santificando scorre
***
uno sguardo a quell’ora
potrebbe essere fatale
grimilde grida vendetta
dirsi non cambierà il destino
quando l’edera si avvinghia
a strozzarci la vita
così quel Tenco che si sparò le note e le parole
in testa confessò che non conviene
ora che sono fioriti i glicini
e le margherite spandono petali al cielo
***
Le lettere incise nella pietra erosa dal tempo
sono incomprensibili
come il tuo viso in bianco e nero
stanco della perenne posa.
Così il vestito di merletto a giorno ricamato
con cui sei stata posta sopra al cataletto
è ormai stinto dalle tante stagioni passate.
Erano stagioni che ti appartenevano
coi gelsomini, i campi a maggese
il talamo nuziale
la discendenza che la morte ti ha negato.
Mi suggerisce il fruscio delle foglie il tuo nome
uccelletto caduto dal ramo
tua madre piangeva seduta all’angolo, lo faceva piano
perché oltre al pane anche le lacrime risparmiava
la speranza la teneva in serbo nel petto
non sapeva che molte altre di sangue ne avrebbe spese
quando nel giugno del ‘43 ti vestì di merletto
e t’abbellì per questo tuo ultimo ritratto.
Mi giungono ora le voci di tutti
e sono tante
raccontano di quando tuo padre si perse, lui e il suo senno,
in un’alba rosata
fra rumori di ferraglie e brusii di rabbia
per una guerra che mai si chiama giusta.
