Tra i vincitori del Premio "Tortona", di cui si è tenuta da poco la cerimonia di premiazione, ci sono vari autori che ho avuto il piacere di ospitare in Dedalus, e che sarò lieto di rileggere e ripresentare in questo spazio. Mi fa piacere che ci sia concordanza di idee con la giuria del Premio, e colgo l'occasione per proporre qui alcune liriche tratte da Codice terrestre, il libro di uno dei vincitori, Gabriela Fantato. E' un libro che parla del tempo, e, coerentemente, è esso stesso fatto di tempo, sia nel senso di ritmo che nell'accezione concreta e astratta riguardante il trascorrere fisico e mentale, vissuto e pensato, delle stagioni della vita. Non c'è resa, tuttavia, all'incedere e all'incombere della trasformazione. Prende atto, Gabriela Fantato, del mutare costante di visioni e prospettive e del conseguente sfumare delle certezze, istantanee colte nell'atto del movimento, e quindi necessariamente imperfette e sfumate. Non c'è resa perché non rinuncia a cogliere l'essenza, il "Bacio dopo l'ultimo", o un "Canto per Galileo", come recitano i titoli di due sezioni del libro. C'è il senso del dolore, e di una sconfitta presente e futura, di cui necessita tenere conto. Ma c'è anche, grazie all'abilità dell'autrice di far emergere la vita dalla vita, l'anima dalle cose e dai gesti apparentemente minori, il senso di una realtà che consente ancora una forma di respiro, un adeguatamento al Codice scritto e non sottoscritto, tramite la consapevolezza che, frutti imperfetti di nascite imperfette, "nella fessura del presente stiamo,/ dentro la testa - un mare,/ senza data e il nome". Per arrivare alla visione più nitida e essenziale, la capacità di comprendere, o meglio di percepire, in un attimo, la compresenza di passato, presente e futuro, la speranza-certezza che "la terra conserva/ la formula del fiore e la legge/ della stella". I.M.
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GABRIELA FANTATO
da Codice terrestre
VI.
C’è un'intimità dentro la pietra,
la mano può sentirla
– il bocciolo salva il fiore,
il figlio suo padre.
Tentiamo la cima nel tempo
dell’infanzia segnata nell’abbraccio
dentro l’acqua
e i racconti salvati nel bisbiglio
della madre.
Il problema non è il silenzio,
non i papaveri cresciuti a marzo
– tutto è partenza, solo l’arrivo
libera dal male.
Si potrebbe sentire la linea del legno,
prendere le schegge sulla pelle.
A dopo il regno della voce, a dopo.
* * *
VIII.
Forse il peso che sento nelle spalle
è questo mugolare
– la materia parla ostinata, a sottintesi.
E’ un ronzio che striscia dal metrò
alle case, al piatto, al tavolo da pranzo.
Nemmeno i balconi sanno tenere
il sibilo che sale dai tombini
e non si ferma.
Una finestra sta ficcata nel cielo
con la promessa di aprirsi.
Succede, come sempre, succede
– di sbieco si vede il taglio,
la bellezza che resiste.
Ne sono certa, verrà di nuovo aprile,
verrà nel fusto dei platani
un’estate d’aria e d’erba cruda.
Nient’altro.
* * *
- l’arrivo
Seguo i metri – uno su uno,
sino al colpo, sino all’abbraccio.
Vengo da te che mi strappi e sei
la mia stanchezza.
Forse è vero, sarei la tua terra,
– un solco per la mietitura.
La città sale dentro le lenzuola,
il racconto è sirene
e allarme.
Solo l’inondazione di rughe
e figli placa il cielo, questo bianco.
Mi distendo nell'incavo dell’estate,
paziente alla resa.
Insisto la richiesta, salto alle radici.
Tu respirami
pesce d’oceano – ricorda la bocca
* * *
Nascite imperfette
Nella fessura del presente stiamo,
dentro la testa – un mare,
senza data e il nome
resta la ninna nanna
di mia madre nel bianco,
come fosse una notte
senza luna
E’ stretta la mattina dove si perde,
dove è più scuro
il giorno sopra le pagine
resta il segno nella mano
di mio padre,
la nostalgia, un balzo
senza fine
La terra conserva
la formula del fiore e la legge
della stella.
* * *
La forma della vita
Cammini sul ciglio della strada
dove non c’è riparo, né contatto.
Tutto è compiuto
in questa città che ha la forma
di ogni altra città a venire.
Cola la notte dentro gli uomini,
strade a corridoio
dove scivola il gesto che sa
e tace – la ferita.
Sarà questa l’ora di dirlo
il tempo immacolato e crudele?
L’ infanzia orfana,
la casa – una guerra nella pelle
che tiene la memoria.
Le luci, le luci sono troppo alte
per vedere l’ombra,
la vostra – la mia e il sangue
nel canto taciuto ai figli
dentro la pagina.
I corpi hanno perso il sogno
nel tanto spaccare la vita
con le unghie, sino in fondo,
nel dirlo ogni volta – estinto
il sogno
come fosse per davvero,
per sempre.
Cerco l’abbraccio nelle piazze
smagrite, lo trovo la notte,
lo inseguo nel piano inclinato
degli occhi.
Ho scavato una grotta
per la solitudine e la preghiera
non scordata mai, non saputa
se non nel grido.
Sotto, più giù dentro i cunicoli,
nel nero che assedia
le ginocchia
si chiude il cerchio, la parola
consumata all’inizio
– non ho più occhi.
Tengo stretta la mia, la tua ora
quella che sola ci appartiene
dove diciamo – amore
e ci credi e lo tieni
come l’ospite, l’ultimo.
