Si muove su spazi estremi e contrapposti, Antonio Alleva, sia sul piano della forma che su quello del tono e dei temi prescelti: passa da una liricità nitida, ricercata, lieve e in qualche misura classica, ad un approccio più scabro, essenziale, brusco nel ritmo e crudo nel taglio. Tra evocazione dell'ideale e registrazione del reale. Nel "moto perpetuo" dell'esistenza pare voler trovare, o creare, qualche punto fermo, un'immagine certa, nei margini e nelle figure. Ma ogni volta all'operazione "grafico-onirica" si affianca e si sovrappone la coscienza del vero, le ferite, le fratture, gli strappi al quadro ideale dell'essere e dell'amare. Tra istanti in cui sembra di "sfogliare tra la punta delle dita/ il quid del celeste" a momenti in cui la domanda d'esordio, immediata, ineludibile, è "qual è il senso dell'ultimo rantolo?". Ma nelle poesie di Alleva non c'è mai, come è opportuno che sia, un completo abbandono all'ebbrezza o al dolore. C'è una miscela particolarissima e originale, una mistura ricca di tenacia e volontà, una tensione verso una speranza matura, concreta, ottenuta e ricercata tramite la lotta e la passione autentica. Una ricerca che porta a prendere atto con lui, nonostante il peso di assurdi millenni, di "quanto inesausti siano e indomiti gli uomini e le cose". I.M.
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testi di ANTONIO ALLEVA
CICCIO E ZIA MARIA
qual è il senso dell’ultimo rantolo?
e il mio che li chiamavo forte tra la nebbia
Ciccio, zia Maria
misteriosamente uniti da un tenero unisono
oh Gabriele che li guardavi dalla tua piccola palla di neve
qual è il senso delle creature ammalate umiliate ferite
quale della gravità che le schiaccia
come fosse il piano della terra l’immensa croce
dove ci piantano ogni giorno senza chiodi né legno
e io che prima di quell’ultimo rantolo
gli fissavo l’imbavagliato urlo verso la luce e l’angelo
gli fissavo le pupille ritentare l’aggancio
a qualunque a qualunque cosa gli si muovesse intorno
e i loro palmi mi facevano vibrare il palmo
frugando ancora e ancora
«ancora per favore un goccio d’aria».
* * *
BUSSAI ALLA PORTA
bussai alla porta col sangue ancora fresco sulle nocche
Pietro esclamò sei sconvolto ragazzo mio.
gli risposi se c’è un tempo anche per l’ospite inatteso
se c’è una porta, se era quella e
se c’è, se era la porta giusta anche per me.
uscivo allora dal lampo furibondo,dal morso alle spalle,
dal temutissimo sibilo dal violento colpo di coda,
e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante, un respiro di tempo,
io volevo provare a baciarla davvero la terra
a penetrarla davvero con lo sguardo della mano profonda,
a incantarmi a inchinarmi come sanno fare solo i fili d’erba,
io volevo provare ad addestrarmi davvero
all’ascolto militante del canto degli angeli,
e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante, un respiro di tempo,
quando mi tornarono alle spalle che ero in ginocchio
ad annusare le virgo l’aroma tra la salvia negli orti.
* * *
POI ARRIVARONO QUEL GIORNO QUEL LAMPO
poi arrivarono quel giorno quel lampo
quel pomeriggio d’ottobre in cui il sole sembrava
un’immensa carezza
carezza sul celeste
sui gerani superstiti,
sui mattoni sui legni delle porte,
sugli ultimi giri delle bici all’aria aperta,
un’infinita carezza
sulla struggente bellezza dei melograni morenti.
«Oh sì – pareva mormorare l’invisibile Artefice,
oh sì l’imperdonabile Custode pentito –
oggi realizzo anch’io il peso di quanti assurdi millenni
e quanto inesausti siano e indomiti gli uomini e le cose,
e quanta fragilità nei dati di fondo e quanto inaudito sfrido»
un’infinita carezza
al tic tac che sento e al muro da cui pende
«e anche a te sulla tua guancia»
gli mormorò porgendogli un fiordaliso l’io narrante.
