Non c'è resa alla frammentazione del verso e del senso nelle poesie di Antonella Anedda Angioy. C'è il sentimento del tempo, ferita costante, dolorosa; ma, dal balcone del corpo c'è sempre, ugualmente nitida e diretta, una prospettiva altra, una capacità di fare del ritmo visione, forma di sinestesia esistenziale, nata dalla scrittura ma orientata verso la vita, fino al punto in cui, come rette convergenti, i percorsi si uniscono, ed osservare diventare serbare, conservare nella memoria una realtà identica a se stessa, eppure mutata, resa umana, nel bene e nel male, nell'alveo di una pace occidentale che conferma buio e luce, negandoli, riconfermandoli. Una poesia ricca e complessa senza mai scivolare nel baratro dell'artificiosità. Con la coscienza del conflitto ininterrotto tra "il verso del corpo e del ghiaccio", carne e mente, ragione e respiro. Perché "il corpo è la scure: si abbatte sulla luce", la realtà rivela il mistero insolubile, "l'angustia delle biografie/ gli acini scuri dei ritratti". Ma, tramite una rete di assonanze e consonanze del tutto naturali, sgorgate dal nucleo stesso del pensare, Antonella Anedda Angioy non si arrende all'incubo peggiore. Oppone al buio un canto che è carne, voce, discorso mai chiuso. La coscienza che "noi viviamo per schegge", ma riscoprendo l'essenza dell'io, si ritrova una totalità libera, autentica: il solo possibile dono "per questa terra folgorata".
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ANTONELLA ANEDDA ANGIOY
da Residenze invernali
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare
da Notti di pace occidentale
I
Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo –al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa
III
Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non é tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.
Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.
Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l'angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.
Ci difende di lato un'altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.
XIII
a Nathan Zach
Anche questi sono versi di guerra
Composti mentre infuria, non lontano, non vicino
Seduti di sghembo a un tavolo rischiarato da lumi
Mentre cingono le porte di palme
Anche questo è un canto verso Dio
Che chini lo sguardo sui suoi vermi e ci travolga
Amati e non amati.
Non una tregua - un dono
Per questa terra folgorata.
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Siedi davanti alla finestra
Guarda, ma accetta la disperazione:
c’è verità nella luna che sale
eppure non si alza a scudo sul dolore
si traduce –
come ho appena tradotto il libro aperto verso il muro –
semplicemente unisce il tavolo al pensiero
in un’attesa che arde ma non spiega
e tormenta ogni foglio dentro l’aria
con musica di abeti, luci ostili.
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Ora è solo pioggia che benedice la strada
e nell'acqua che trema quasi una luce redenta da seguire.
Sarà una piccola distanza dal fulgore.
Dal forno dove il cibo si innalza
alle nuvole brune
tutto appena diverso dalla vita di sempre:
uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera
una luce nella crepa del muro
schiusa verso terre di pace.
Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.
Così vedremo i volti degli assenti
le iniziali dei nomi travolte dai lapilli
nessun dolore ma il moto delle mani
che allontanano il fumo
e notte tra la notte: una fessura.
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DAL BALCONE DEL CORPO
“…Noi viviamo per schegge
che spostandosi frantumano l’io e il voi
e il più delle volte lasciano intatto solo il paesaggio”.
Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano:
“Noi abbiamo i nostri giudici. Fitti come uccelli negli alberi.
Le loro voci si confondono.
Uno è più severo degli altri. Uno è più mite
(nostro padre era un giudice).
” Ora fai che il plurale si ritragga
indietreggi, dica di nuovo: io
(Coro, Dal Balcone del Corpo)
