Propongo qui di seguito il secondo testo (sempre in ordine di tempo) selezionato nell'ambito del Concorso LA VITA IN PROSA per la pubblicazione in Dedalus, come previsto dal regolamento.
Si tratta di Un perro (Lettera a Francisco Goya). L'autrice è Lucetta Frisa.
Ricordo che questo testo, così come tutti quelli che perverranno al Concorso, concorrerà per il premio finale, consistente nella pubblicazione gratuita di un volume di racconti con le Edizioni Puntocapo. I.M.
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LUCETTA FRISA
Un perro
(Lettera a Francisco Goya)
Madrid, 25 novembre 1823
Illustre Maestro,
mi permetto di indirizzarVi questa lettera, affidandomi alla Vostra compiacenza. Vi prego quindi di perdonare la mia ingenua curiosità.
Ho avuto il privilegio, un giorno, di penetrare, insieme a certi amici, nella Vostra Quinta del sordo. Gli amici - che Voi conoscete ma dei quali preferisco non fare il nome - mi avevano sconsigliato di accompagnarli. Sostenevano che quanto avrei visto non era “cosa da donna”, e per di più giovane come sono io. Ma, alla fine, il mio carattere ostinato prevalse sulle loro obiezioni.
Davanti a quelle pareti, la commozione e l’orrore mi sconvolsero. Non vedevo solo un capolavoro di arte nuova, ma anche una lezione di realtà la cui potenza tragica mi era sconosciuta. Nessuna opera pittorica, finora a me nota, le assomiglia. Ed è cosa ancora più sorprendente per chi è abituato ad ammirare lo splendore dei vostri ritratti e dei Cartoni per gli Arazzi. È il lato oscuro e bestiale di questa società e dell’uomo in quanto tale, oppure ciò che rappresenta è frutto di un incubo, di uno strazio, di un’insonnia protratta oltre le umane possibilità?
La domanda che più mi preme è quindi questa: fino a che punto, illustre Maestro, le Vostre Pitture Nere rispecchiano il reale e quanto l’immaginato?
Perdonate questa domanda ingenua, che da troppo tempo mi assilla e a cui gli amici hanno risposto in modo evasivo: solo per tranquillizzarmi, io penso. Di questo genere di tranquillità faccio volentieri a meno.
La seconda domanda riguarda in particolare un affresco: è quello del cane, tutto solo, separato dalle altre pitture notturne e diaboliche che lo circondano.
E’in bilico tra la vita e la morte? C’è chi dice sia lì per sprofondare dentro una voragine, o venire trascinato da un’onda marina, un’alluvione o una frana che a una creatura fragile come lui può essere fatale.
È così?
Non so perché, ma mi ricorda Tito, il figlio di Rembrandt, che il pittore ritrasse tra i suoi libri, appoggiato al banco di studio come da un balcone. Un’apparizione che emerge dal buio, dolcissima, e che sappiamo fu molto breve sulla scena della vita. Vi parlo di Rembrandt, illustre Maestro, perché solo alla sua grandezza posso accostare la Vostra.
Ricordo i Vostri animali: quelli che circondano Don Manuel Osorio de Zuniga nella sua stanza: i gatti affamati e maligni, la gazza ammaestrata, i cardellini in gabbia, come pure il bel cavallo di legno nerissimo di Pepito Costa y Bonelis. Ma soprattutto il meraviglioso quadro di Maria Teresa Cayetana de Silva, duchessa d’Alba: al suo fianco destro c’è un cagnolino bianco che sembra un giocattolo anche perché porta un nastrino rosso nella zampa posteriore destra, fiocco uguale agli altri fiocchi rossi della sua padrona.
Quel gesto però, quel misterioso indice puntato della duchessa, a chi è diretto? Al cane che dovrebbe obbedirgli o a qualcun altro, fuori dal quadro ?
Così come ricordo un cucciolo-giocattolo dal musetto nero, della Marchesa de Pontejos. Immagino siano le signore a trattarli così e Voi mostrate questo comportamento femminile, raffigurando i cani e le loro padrone, nella stessa posa vezzosa.Gli altri cani dei Cartoni, sono ben diversi, molto più naturali. Dormono, abbaiano, partecipano. Cani da strada che nessuno coccola e protegge e forse instupidisce.
Penso anche ai vostri ritratti di bambini, figli di ricchi e di nobili, col peso dell’eredità familiare e del futuro sulle spalle esili. Non ridono mai, sembrano consapevoli di ereditare qualcosa che li allontanerà per sempre dalla gioia. Quella dolce libertà che li accomunava ai cuccioli viene imprigionata dal ritratto stesso. Quei ritratti segnano dunque anche la fine dell’infanzia e Voi, Maestro,sapete dipingere la malinconia infantile, molto più struggente di quella adulta.
Nei dipinti mi piacciono in particolare certi segnali allusivi – il loro linguaggio segreto che appartiene alla poesia. Il silenzio di quei gesti è un alfabeto che solo un poeta sa decifrare. La poesia dei segni ci comunica un senso di sospensione, come quegli occhi che non smettono di seguirci facendo abbassare i nostri: vorremmo fuggire via da loro, per non sentirci nudi. Rendere gli occhi così vivi e persecutori è creare l’illusione di un altro mondo, di una traiettoria che unisce sguardo a sguardo, in un’intesa enigmatica al di là del tempo.
Così il piccolo Tito e quel piccolo cane sono guardiani di una soglia tra un mondo e l’altro. Appaiono qui e già sono sommersi. Vorrebbero restare, aggrappati a questo limite sabbioso, ma si oppongono con tutte le loro forze - o si abbandonano? - a qualcosa che li spinge al di là.
Al contrario, certe creature angeliche, certi fanciulli divini che ignorano il dolore e la terra, stanno nei quadri solo per ricordarci di conservare la nostra anima in un’infanzia eterna.
I miei amici hanno discusso tra loro se l’affresco del cane fosse o no compiuto. Io penso che - comunque sia - quel cane de La Quinta del Sordo ha un potere di suggestione straordinario, forse proprio per quel senso di incompiutezza che suggerisce.
Che cosa c’è, nella vita umana, di compiuto? Si illude chi crede di concludere un’opera nel corso della vita. Non illudersi è restare più vicini alla realtà. Vedere un’opera nell’attimo che ci è concesso di vederla è come ascoltare il racconto di Shéherazade che si interrompe all’arrivo della notte per ricominciarlo la notte successiva: tutto è racconto senza inizio né fine.
E poi, non siamo noi, gli umani, ad avere molte caratteristiche canine? Anche noi soffriamo, ci emozioniamo, amiamo, siamo schiavi di padroni, ci rallegriamo e rattristiamo per un nonnulla, non sopportiamo la solitudine, patiamo la fame e la paura, amiamo tanto la nostra dimora quanto l’aria aperta, e una carezza ci solleva mentre la sua assenza ci sprofonda.
Forse noi stessi abbiamo cuore, sangue e nervi ancestrali, in parte analoghi a quelli della razza canina.
Solo Voi, Maestro, avete saputo turbarmi così tanto con quella figurina solitaria e disperata. Più disperata di quelle nere e orribili figure che lo circondano. Quelle creature nere credono al diavolo e gli dedicano sacrifici. E forse il diavolo - ammesso che esista - andrà in loro aiuto. Ma il cane? Il cane non si affida né al diavolo né a Dio. Quel cane non ha il conforto o l’illusione di un’aldilà. Chi è più degno di commozione e d’amore di lui?
E ora, Maestro, Vi confiderò una mia debolezza, sento di poterlo fare con chi, nella magia di una piccola figura, ha scatenato nel mio animo emozioni e inquietudini tanto forti. Sicura che non riderete di quanto sto per dirvi, se è vero che la sensibilità di un artista è simile, in qualche modo, a quella di una donna o di una ragazza come me.
Ogni volta che vedo un cane, una fitta come una lama finissima di coltello mi attraversa il polso e raggiunge il palmo della mano. Anche osservando il Vostro cane dipinto, questo bizzarro fenomeno si è ripetuto. Dante Alighieri diceva che la visione della sua amata gli faceva tremar le vene e i polsi. Forse - mi dico - nelle vene e nei polsi passa una debolezza particolare che accomuna il senso dell’amore a quello della natura creaturale.
Mi sento così vicina a tutti quelli che vivono, godono e soffrono e non sanno perché, e neppure se lo chiedono e neppure lo potrebbero. Chi, se non i bambini e gli animali? Chi, se non i poveri, gli offesi, gli ignoranti, i diseredati? Loro sono ancora dentro di noi, come lo è la nostra infanzia, l’inizio indifeso e inconsapevole della vita. Ma per loro, al contrario dei bambini, il futuro non ci sarà.
E Voi, Maestro, in pochi tratti di pennello avete espresso quello che nasconde la nostra cellula più antica e che nessun altro ha saputo far risuonare nel profondo.
Vi ringrazio umilmente di questo dono che non ha prezzo.
Vostra devotissima
Maria Dolores Cardillo de Cordoba
Propongo all'attenzione dei lettori il primo dei racconti selezionati nell'ambito del Concorso LA VITA IN PROSA. Come previsto dal bando, inserito alcuni giorni fa in questo stesso sito, tra i racconti inviati al Concorso ne vengono scelti alcuni che vengono periodicamente inseriti in Dedalus. Il primo, in ordine di tempo, dei racconti selezionati, è "In quel momento" di Lucianna Argentino. Nei prossimi giorni verranno proposti altri testi. Ricordo inoltre che tutti i racconti pervenuti al Concorso, così come quelli che perverranno entro la scadenza, prevista per il 31 gennaio 2010, concorreranno al premio finale consistente nella pubblicazione gratuita di un volume di racconti con l'Editrice Puntoacapo. Un caro saluto a tutti, I.M.
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racconto di LUCIANNA ARGENTINO
IN QUEL MOMENTO
Eccola lì. La vedo, immobile, mentre guarda fuori da una grande finestra. E’ il 2 luglio. Il 2 luglio di tanto tempo fa e lei sta per compiere quattordici anni. Si trova in una stanza d’albergo che si affaccia sul mare e sono da poco passate le cinque del mattino. Le onde sono dorate e quiete. Hanno perso il furore impietoso della notte precedente, quando lei s'era sentita persa, sballottata impaurita; quando aveva visto la prua del traghetto innalzarsi come invocando verso l'oscurità del cielo e poi giù sparire nell'abbraccio tempestoso delle onde alte. Ora guarda il mare come si guardano due amanti dopo un amplesso appassionato. I suoi fratelli stanno dormendo. Era da più di un anno che non dormivano nella stessa stanza, più o meno da quando lei ha avuto le prime mestruazioni e i loro genitori hanno deciso che era giunto il momento di separarli. Le è spiaciuto, in verità, essere trasferita nel salone, pure se ha un mobile letto nuovo nuovo, dove può tenere tutte le sue cose. I libri, i dischi, le bambole con cui non gioca più. In cuor suo sa che quel trasferimento ha segnato la fine di qualcosa che non sarebbe più tornato. I suoi fratelli sono rimasti in quella che continua a considerare la loro stanza, oltre la parete da cui li sente parlare e ridere prima di addormentarsi, proprio come facevano quando c’era anche lei a condividere quei momenti. Le mancano quelle chiacchiere, quelle risate. Allora, a volte, bussa sul muro e i fratelli le rispondono e continuano fino a che non si stancano. Eppure la sera prima hanno parlato poco, forse stanchi del viaggio o forse imbarazzati per quella ormai estranea intimità. Loro due hanno comunque trovato le energie per litigarsi il lato del letto in cui dormire e lei, di solito insofferente per quelle intemperanze, ha provato un po’ d’invidia per la loro lotta e non ha pensato a dividerli, calmarli, come fa a casa quando litigano anche solo per un pezzo di carta o semplicemente perché uno dice all’altro “facciamo a botte?”. E’ rimasta a guardarli in silenzio, da una lontananza che l’ha spaventata. Sul comodino c’è il suo diario, dove annota pensieri, dove racconta delle passeggiate con le amiche, dei primi turbamenti del cuore e di tutto quello che le capita nelle sue semplici giornate di adolescente. Dove più tardi annoterà di questa sua prima alba. Ora, davanti a quella grande finestra, osserva il cielo grigio che, come sfinito dalla notte, pare faccia fatica a trovare il suo giusto colore. Vede i gabbiani, ne sente il grido acuto, come un richiamo, una domanda. Non lo sa ancora ma è da quel momento che ogni volta che sentirà quel loro verso stridulo proverà un profondo senso di nostalgia. Una nostalgia al rovescio che non parla di cose perse o lontane, ma di cose custodite dentro che a certi suoni , a certi odori, a certi colori o scorci di luce le fa vibrare il cuore e la pelle. In verità anche il garrito delle rondini le fa chiudere gli occhi e la trasporta in aria, tra quei voli ripidi e spericolati. Ricorda quando, l’estate precedente, tra le viuzze del paese del nonno materno lei e i suoi fratelli trovarono un rondone, chissà come caduto a terra, che si dibatteva cercando invano di riprendere il volo. Impauriti e preoccupati erano corsi a chiamare il nonno che subito prese il rondone e dal terrazzo della loro casa, cui si accedeva salendo una ripida scaletta di legno, lo lanciò nell’aria dove, dopo un veloce battito d’ali, l’uccello riprese il volo. Lo seguirono per un po’ con lo sguardo fino a che non lo persero confuso tra gli altri. Non ha molti ricordi ancora. Ha piccoli ricordi. La visita allo zoo. Il morbillo. Il giro sul trenino attorno al lago di Scanno. Il primo giorno di scuola nella nuova classe, con le nuove compagne. Lo zio che le insegna a pattinare. Le domeniche dell’austerity in bicicletta. Il recente viaggio in traghetto. E altri che ancora non fanno un passato. Tranne, forse, quello che ancora duole, di cui sente il fiato dietro al collo con le parole sussurratele nell’orecchio da suo padre, le mani poggiate sulle sue esili spalle, “dai un bacetto a nonno che nonna è morta”. E il pianto. Solo tre anni prima. Il primo dolore vero. E senza passato assapora a fondo quel momento e la vita che sente crescere e complicarsi assieme a lei.
Alle sue spalle sente il respiro dei fratelli. Un respiro leggero, spensierato che viene da un sonno puro, appena appena inquieto con l’infanzia che ancora tira, trattiene e non s’arrende ancora… E lei avverte in sé come una carezza, un dolce e misterioso struggimento, come una mano che lascia cadere qualcosa, un seme piccolissimo, pronto a germogliare, una premonizione, un sussurro. Non lo sa ancora ma fu in quel momento che lei e la poesia si accolsero.
Guarda fuori e il tempo è come il mare calmo e lei si sente cullata e al sicuro come le barche attraccate al molo. Sente l’abbraccio della vita e il futuro così vasto e lontano da non esistere quasi. Anche il suo futuro è piccolo, a breve scadenza, poco più di un domani. La prossima partenza per la montagna, il rientro a Roma con le tante cose da raccontare all’amica del cuore. L’inizio del primo anno di liceo.
Il giorno prima, mentre era in mare, si è ferita a un piede tentando di salire su uno scoglio. Non ha sentito dolore, se n’è accorta solo quando ha visto i ciottoli della spiaggia tingersi di rosso. Molti anni dopo avrebbe ripensato a quel banale episodio come a una metafora della sua vita, del suo cammino. Un cammino non troppo doloroso, ma sanguinante. Sangue come nutrimento e vita, come fecondità e dono, spargimento di sé. E il sangue nero dell’inchiostro sgorgato dalla pagina graffiata, tagliata, ferita come la sua carne dallo scoglio.
Davanti a quella grande finestra prova una malinconia che sfiora la gioia, nata da una rinnovata sensazione d’intimità con il mondo intero. Come la provava fino a pochi anni fa, quando le cose erano tutte vicine e nulla era quello che sembrava e tutto era prossimo a trasformarsi in altro. Lontana è l’inquietudine, lontano quel nuovo e sconosciuto senso di solitudine che a volte la fa piangere senza motivo. O quello spaesamento che la fa sentire fuori luogo ovunque. Eppure a quattordici anni il mondo conserva ancora un poco di magia, è semplice, chiaro, tutto in luce. Non capisce allora quelle ombre che sente venire da lei stessa, quel disagio come se fosse lei a fare ombra al mondo, a privarlo della sua luminosità. Il fatto è che solo fino a poco tempo prima gli adulti erano rassicuranti, tenevano lontana la paura con le favole di un mondo dove regna il bene e il bello e i cattivi vengono sempre sconfitti. Un mondo dove il male esiste e ti tocca, ti ferisce ma alla fine è sempre il bene a vincere. Ora no. Ora che si sente più vulnerabile e avrebbe più bisogno di rassicurazioni, le mostrano un mondo pieno di insidie, minacce, pericoli. Strappano la fiducia come si fa con le erbe cattive, ma ha la sensazione che così strappino i fiori e lascino solo le erbacce. Lei ha creduto a suo padre quando, diversi mesi prima, le ha sequestrato i pattini a rotelle giustificando il suo gesto col timore che lei possa fare brutti incontri nella villa dove va a pattinare con le sue amiche e che lui ritiene sia frequentata anche da ragazzi poco raccomandabili. (Come faccia a saperlo lui che è sempre via per lavoro è per lei un mistero). Lei, comunque, non li ha mai visti. Né qualcuno l’ha mai infastidita. Ci sono solo dei ragazzini e delle ragazzine della sua età. Ma ora davanti a quella grande finestra, a quel mare, comincia a sentire chiaro che suo padre non teme i ragazzacci. Teme lei. Teme quello che le sta accadendo e contro cui non può nulla, proprio nulla. Lei sta crescendo. E’ questo che lo preoccupa, di fronte a cui si sente impreparato e confuso forse più di lei. Lei sa cosa può accadere tra un uomo e una donna e non lo teme, no. Lo sente come attesa, come qualcosa verso cui sta andando incontro. D’altra parte ne aveva avuto un presentimento diversi anni prima. Avrà avuto cinque o sei anni e si era svegliata in piena notte, la luce del corridoio era accesa e suo padre e sua madre non erano nel loro letto. Allora dormivano tutti e cinque nella stessa stanza. Così si era alzata piano, senza far rumore, senza chiamare e, appena uscita dalla stanza, aveva visto i corpi nudi dei suoi genitori stesi sul divano rosso del salone. Se ne stavano immobili, quieti, forse assopiti,. Era rimasta a guardarli sorpresa e incantata poi, senza saperne nulla, un poco attonita ma in pace e serena, con dentro il germe di una nuova consapevolezza, era tornata a letto. Non aveva più dimenticato quello che aveva visto. Lo custodiva in sé assieme a pochi altri ricordi della sua infanzia, quei ricordi che puntellano tutta un’esistenza. L’immagine dei corpi nudi dei suoi era però più di un ricordo, era qualcosa che ormai apparteneva al suo stesso essere, alla sua stessa carne, era un ricordo-luogo a cui ritornava, era il luogo della sua origine e vi attingeva forza ed energia.
Ora il cielo si è fatto ceruleo. Le strade sono sempre più animate di corpi e di rumori. Qualche peschereccio rientra seguito da uno stormo di gabbiani, ma per lei il paesaggio comincia a tacere. Quattordici anni sono ancora pochi per stare a lungo davanti a una finestra. Altri pensieri penserebbe se sapesse, o se fosse già accaduto, che di lì a poco, in un altro luogo, dietro una catasta di legna umida, avrebbe per la prima volta baciato un ragazzo. Anzi che un ragazzo le avrebbe insegnato a baciare. Non lo sa, così riaccosta la pesante tenda, non troppo però, quanto basta per lasciare che un po’ del chiarore del giorno incipiente entri nella stanza. E senza sapere di me, che da trent’anni dopo la sto osservando, si riaddormenta.
"Il vero è una morte intera", recita l'epigrafe che apre una delle sezioni del libro "Serie del ritorno" di Stefano Massari, recentemente edito da La Vita Felice. Sono parole di Amelia Rosselli, e danno un'idea forte, chiara, onnicomprensiva, del rapporto coraggioso, a viso aperto, che questo libro affronta e propone con i nodi cardini dell'esistenza: la minaccia del dolore, la precarietà, la necessità di prendere la realtà per ciò che è. Ma l'elencazione di Massari degli oggetti e dei soggetti del mondo non è sterilmente burocratica: c'è in ogni parola strappata al vuoto e al silenzio una partecipazione intensa, come a voler rendere ogni peso, concreto e metaforico, parte della propria carne, della gravità da affrontare e da condurre con sé, passo dopo passo. Accanto all'urlo della morte, opportunamente citato da Milo De Angelis nella prefazione al libro, ci sono, altrettanto presenti e urgenti, "improvvise rinascite, barlumi, terre felici". Nei versi del libro di Massari è racchiuso e custodito un riflesso complicato, cangiante, infinitamente sfaccettato: quell'ambito ristretto, la sottile e pietrosa linea di confine tra l'esistenza e il suo contrario, la luce e il buio, e la tenacia umana nel percorrere quel tratto di strada, ad occhi chiusi come un cieco, con la mente spalancata alla percezione dell'orrore ma anche della bellezza, a tratti ben divisi e separati, a tratti indistricabili. Perché nell'urlo di morte (e di vita) c'è la speranza che "nell'urlo nascosto nei nomi dei figli [...] loro dopo capiranno domani vendicheranno negli anni saranno gli assassini di queste colpe". Un libro complesso e intenso, Serie del ritorno di Stefano Massari, in cui la parola diviene scandaglio, pugnale che lacera, bisturi che purifica ed estirpa mali testardamente radicati. Versi che aiutano a pensare e a sentire più a fondo quell'esistenza "sola come una colonna", che, tuttavia, "cerca la sua specie il patto in cui anche sanguinando crederai". I.M.
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testi di STEFANO MASSARI
tratti da
SERIE DEL RITORNO, La Vita Felice, 2009
Corre la guerra ancora coi denti protegge la torre prepara la storia corre
nell'acqua dei santi nel cemento dei civili sulle schiene di noi gli obbedienti
noi gli inseguiti corre nell'urlo nascosto nei nomi dei figli perché loro dopo
capiranno domani vendicheranno negli anni saranno gli assassini di queste colpe
***
corre tra ciminiere barriere operai vangeli detriti insulti croci addii
radio confini corre nel caos di cancelli aghi ospedali negli ascensori
che piangono nei perdonati che colpiscono tra gli impazziti nelle case
corre tra femmine e maschi in posizione di precisione e annientamento
corre verso paesi feroci che esultano a comando
***
la pioggia di te di tutto il tuo nome sottovoce del tuo odore
contro febbraio come grano senza ordine senza direzione
ora che siamo soli come un tempo che non prevede vendetta
né ricostruzione che respira come urlo di tutti i nostri treni
verso la necessaria città del dolore
non so come credere ancora alle mie mani alla tua ragione di nascermi
colpo dopo colpo nel pieno dello sterno e in pace guerriera e pulita
e lieve come questo incanto che il poco nostro inverno adesso
ti concede
perché io conosco tutto quello che tra i tuoi reni di pietra e giustizia
non mente tutto quello che nel tempo senza me combatterai
il nome quieto che cercherai per i tuoi figli l'incubo che spezzerà
la fede dei nostri padri i giorni come alberi che curerai con la volontà
di restare gola distesa e tiepida contro le macchine della storia
le autostrade di quando piangerai sola come una colonna che cerca
la sua specie il patto in cui anche sanguinando crederai