L'esitazione a cui fa riferimento il titolo della silloge inedita di Alessandro Polcri che propongo qui di seguito è forse quell'istante di riflessione ulteriore che ti coglie a sorpresa, a tradimento quasi; è, forse, quell'amo conficcato nella gola di tutti coloro che provano a volare per procacciarsi il nutrimento vitale, il cibo, ma anche il volo, la sensazione di essere, per un istante o per un tempo che deborda al di là dei suoi stessi confini, il punto di connessione tra l'aria, l'acqua e la terra: eterea consistenza, impalpabile solidità. Non è un caso, probabilmente, che l'esitazione sia messa in parallelo con l'esistenza. Quella fluttuazione costante è, nella traiettoria diretta verso una meta, o nella sua stessa autonoma essenza di tragitto, una forma dell'essere. Il parallelismo che mi sembra più netto, più marcato, è quello tra la poesia e la vita. Condotto da Polcri in modo tutt'altro che banale o scontato; anzi, combattuto, sofferto; ma alla fine la consapevolezza che la parola, scritta, sentita, vissuta o sognata, ha un ruolo preponderante nell'esistenza, in qualità di ente creatore-distruttore-ristrutturatore, emerge, riaffiora, si impone all'attenzione della mente e del corpo. Per portare avanti questa esplorazione parallela dei due mondi confluenti, quello del vivere e quello del dare alla vita forma e dimensione, necessita una visione panoramica, a tutto tondo, a 360 gradi. C'è bisogno di attraversare, cioè, il sublime e il concreto, il linguaggio ricercato e l'immediatezza del gergo quotidiano. "Anche se tu ora mi apparissi/ magari travestita nella cameriera/ che lascia il panino sul tavolo/ a dire «ecco, questo è il segreto»,/ non saprei portarlo sempre con me", scrive Polcri, e quel "tu", quel destinatario reale e ideale, l'autore lo sente, per dirla con le sue stesse parole, espresse in una sua lettera privata, "più come la Poesia o Dio con i quali dialogo sempre in assenza, mentre sono a caccia delle tracce da loro lasciate (l'esitazione è mia ma e' anche loro quando per un momento si fanno cogliere e sorprendere)". Tutto ciò, queste mete in costante movimento, sono inseguite dall'autore anche tramite il sestante del linguaggio, il caleidoscopio di riferimenti linguistici e letterari, le filosofie, la spiritualità, il bisogno di andare al di là delle crepe e del fango della terra desolata. Pur con la dolorosa, tenace consapevolezza che "la conoscenza assoluta è inconciliabile/ con la quotidiana gara". Ma non c'è sconfitta nella ricerca di Polcri, non traspare un senso di resa: c'è, semmai, una volontà di approfondimento ulteriore, come a cercare un'acqua ancora più densa e una giungla ancor più intricata. Non per sfida, non per vanto; per necessità, per la consapevolezza che c'è una chiave, fosse pure in una rilettura in apparenza vana di una sciarada infinitamente complessa. Il rimedio al vuoto del vivere, e all'interminabile labirinto dei segni che compongono i giorni e le parole, è, forse, nel cammino stesso e nell'utilizzo appassionatamente instancabile di quegli stessi segni. Mantenendo un contatto saldo e vivo con il destinatario che abbiamo scelto o che ci è capitato in sorte, per poter trovare il modo, la sequenza di fonemi e grafemi, per confermare a lui e a noi stessi che si vive "dovendo condividere il fiato/ e restituirlo all’intorno perché tu possa/ saltare dall’uno all’altro di noi/ e poi sparire come raggio o bolla/ senza centro e senza origine:/ tu, fine e sublime scaturigine/ tra il tutto e il nulla". I.M.
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Alessandro Polcri è nato ad Arezzo nel 1967. Vive tra New York e Sansepolcro (AR). Si è laureato all’Università di Firenze in Letteratura Italiana del Rinascimento e ha conseguito il PhD in Letteratura Italiana alla Yale University nel 2004. È Assistant Professor of Italian alla Fordham University di New York. È redattore di Interpres (rivista di studi quattrocenteschi edita a Roma dalla Salerno Editrice) ed è condirettore della rivista Italian Poetry Review (presso la Columbia University e la Italian Academy for Advanced Studies in America, ma stampata a Firenze dalla Società Editrice Fiorentina). Ha pubblicato, tra le altre cose, saggi su Luigi Pulci, Matteo Maria Boiardo, Marsilio Ficino, Martino Filetico, Cosimo de’ Medici e numerose voci del Compendium Auctorum Latinorum Medii Aevi (Firenze, Edizioni del Galluzzo). Sta ultimando un libro su Luigi Pulci e la Firenze dei Medici, ma si occupa attivamente anche di poesia contemporanea. Oltre al libro di poesie Bruciare l’acqua (prefazione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, premio speciale “Coppa del Giornale La Nazione” del premio “Le Muse-Pisa” 2009 e nella rosa dei finalisti del Premio Internazionale Mario Luzi 2009), ha recentemente pubblicato un breve racconto nell’ebook Italians. Una giornata nel mondo, introduzione di Beppe Severgnini, Milano, Rizzoli, 2008 (per scaricarlo: http://www.corriere.it/solferino/severgnini/).
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ALESSANDRO POLCRI
da dove esiti esisti (raccolta inedita)
C’è sempre un punto dove esiti
anche quando non ti vedo
e non conosco lo sforzo che fai
per lasciarti sentire.
Urli, ti rotoli
sbocci nei fiori
torci i venti
immagini nuovi cristalli
nelle pietre nascoste ovunque.
A volte percepisco che ci sei stata,
nulla più.
E la tua frustrazione
è quel lamento costante,
una radiazione di fondo
quel cigolìo perenne dell’universo.
***
Senza sentire sento
Altre voci fuori del mio udito
sento passare vicine
come dita di ragno
non fanno rumore
ma toccano il cuore
di una cosa dopo cosa
e l’una e l’altra calpestano
e il mondo traversano
e nel girotondo risvegliano il pensiero
di chi sente il loro silenzio.
Non mi interessa vedere
il corpo da cui emana il profumo
preferisco la scia, la traccia, il punto
della stanza che è diverso dagli altri
per quell’odore lieve che mi lascia
immaginare la storia del passaggio.
L’orma sulla neve mi affascina di più
dell’animale ormai imprendibile.
***
Se costeggio il bosco
ti sento narrare le tue storie
attraverso le mille bocche delle rane e dei gufi
il trascolorare del rumore dei rami
rotti dalle zampe dei cinghiali
e i tonfi secchi delle ghiande
mentre il vento spande l’eco del tuo canto
unito e coerente amalgama
di incoerenti note.
Da qui, dall’orlo dove mi trovo,
non mi è possibile separare
le diverse voci che compongono la tua.
Il continuum è il solo dato di fatto del tuo esistere,
del mio solo un ascolto occasionale.
***
Anche se tu ora mi apparissi
magari travestita nella cameriera
che lascia il panino sul tavolo
a dire «ecco, questo è il segreto»,
non saprei portarlo sempre con me
mentre pago il conto
o vado in farmacia
o chiudo la sera le finestre.
La conoscenza assoluta è inconciliabile
con la quotidiana gara.
***
Colpisco l’aria invano
per trovare le tue forme
tra gli spiri lievi nella stanza
e con il palmo della mano
accompagno il movimento di danza
del mio braccio teso verso il vuoto.
Poi penso che con un mantello di farina
potrei catturare le tue impronte
vaghe sulla terra e riconoscere
il ritmo del tuo passo,
illudendomi che tu sia ora
qui per me giunta a portarmi
in dono il tuo orologio
con cui misuri il tempo della bellezza
e le illusioni.
***
Sono a caccia
di una tua esitazione,
della bonaccia delle tue scorribande
di te che tra i forzati ritiri e le rivelazioni
trascegli sempre i momenti
meno naturali per ricevere piccole ovazioni
da chi t’ama senza conoscerti
ma solo per fama. M’acquatto
tra le macchine nel traffico al semaforo
m’illudo di vederti saltare fuori da un cespuglio
al parco o nella vasca dei pesci rossi
dove tra spugne e sassi vorrei scorgere
la punta del tuo occhio di luce.
Ma forse sei meno ovvia
e ti nascondi sotto alla corteccia
degli olmi e nei colmi dei catini
dove sei liquido flusso delle acque
oppure sei semplicemente scheggia
o aria che respiro
e che non posso trattenere
dovendo condividere il fiato
e restituirlo all’intorno perché tu possa
saltare dall’uno all’altro di noi
e poi sparire come raggio o bolla
senza centro e senza origine:
tu, fine e sublime scaturigine
tra il tutto e il nulla.
Il libro di Alberto Toni, pubblicato di recente da Jaca Book nella collana "I Poeti", ci conduce, senza strepito, senza eccessi e senza colpi di teatro fuori luogo e fuori scena, all'incontro con versi autentici, genuini, in grado di generare riflessioni ed emozioni altrettanto salde, sensate, corpose. Come opportunamente osserva Roberto Mussapi nella sua nota al libro, nelle poesie di Toni "tutto scorre come in un film limpido e come animato da una quotidianità fuori dal tempo". Lo stesso può valere anche per un altro libro dato alle stampe da Toni quest'anno, Mare di dentro, pubblicato da Puntocapo editrice. Ciò che colpisce in Alla lontana, alla prima luce del mondo è proprio questa capacità di partire da eventi del tutto normali, in apparenza, per giungere poi a mostrare ciò che di più profondamente umano si cela nelle cose e negli accadimenti di tutti i giorni, nella vita che viviamo o percepiamo, negli attimi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni, nell'aria percorsa da respiri e stagioni. Emblematica in tale ottica è la poesia che qui propongo per ultima: le sequenze dell'esibizione dei pattinatori alle Olimpiadi Invernali del 2006 le abbiamo viste in molti e in molti le ricordiamo. Si tratta di una piccola-grande tragedia amplificata dalla televisione, che, come un immenso coro, l'ha trasmessa a milioni di persone, obbligate a confrontarsi con il mistero della sconfitta, un attimo in cui la sorte, il Fato, rivelano il loro beffardo, incontrastabile potere. In fondo è un evento di poco conto: un gesto di disappunto, uno sguardo sospeso tra il comico e il drammatico. Ma la poesia autentica, quella di Alberto Toni, in questo caso, recupera quell'istante, lo raccoglie dalla memoria come un relitto, o un naufrago ancora vivo, arrivando a cogliere, senza imporre soluzioni o risposte, il senso ulteriore, la sconfitta condivisa, il momento in cui tutti quanti ci siamo arresi "al grande tradimento/ dell'equilibrio". Lo stesso meccanismo, la stessa abilità sommessa e efficace di esplorare situazioni in cerca di un pathos spontaneo, profondo, si riscontra in tutte le poesie del libro; quelle personalissime, "A casa" ad esempio, istantanea di una vita, della storia di un uomo, e quelle in cui il personale si unisce al sociale, la passione individuale si fa civile, non come sterile predica o comizio, ma come reale necessità di indicare la strada che conduce ad una vita più giusta ed equa. In questo spazio di Dedalus posso proporre solo qualche stralcio e qualche testo. L'invito, in questo come in altri casi, è quello di incuriosirsi, cercare il libro, acquistarlo, esplorarlo lasciandosi esplorare. Perché, anche attraverso la poesia e la letteratura, oggi più che mai "è tempo/ di sbracciarsi in avanti". I.M.
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ALBERTO TONI
testi tratti da
ALLA LONTANA,
ALLA PRIMA LUCE DEL MONDO
Jaufre Rudel Oggi c'è un timido vento di scirocco, scrivo, se e quando il mio trovar t'è grato, di lontano ti giunga con la mia forza intatta. Perché non c'è niente oltre lo schermo e non la voce che prima ho sentito al telefono. Là sulla costa atlantica a New York t'immagino di profilo o è il riverbero scolpito sullo schermo bianco. Re: NY tips, l'invio immediato, la forbice che taglia di netto il foglio, ché non c'è niente di più dolce dell'amore di lontano. *** Alla lontana, alla prima luce del mondo Alla lontana, alla prima luce del mondo, quando per te è giorno, moglie mia, io ti ricordo dietro la benda che mi copre e mi vieta di esistere. Sarà giorno, è vero, come quando facevamo colazione nella stanza sul giardino. È un po' che non sento piangere i figli dei vicini, la piccola aveva un anno quando sono partito. Il rumore qui sopravanza di gran lunga il cielo e l'infanzia. Il nero di notte è nero, alla fuga, ai lampi, di maceria in maceria, rompe il sonno che non è sonno. Non so che fanno i soldati di là dal fiume, so che mi tocca rispondere. * * * A casa per Raùl Rivero Sono di nuovo a casa, dice, rianimato dalla stagione, dalle strade di sempre. La pioggia se ne va, è stato un timido assalto alla sua figura, con tutta la sua lunga storia, così lontana. Come un risultato insperato. La moglie lo guarda seduto sul divano in salotto. Dicembre 2004 *** Dico ai miei ragazzi a scuola che è tempo di sbracciarsi in avanti. Uno per uno, facendo leva su sentimento e ragione. L'aria, sì l'aria così fresca alle otto del mattino nell'aula piccola e affollata di pensieri, di fulminei sguardi, tradimenti da niente. Serve un foglio bianco all'appello, le idee non mancano, tenetele, per tutto quello che non c'è ancora, per un giorno d'aria più fredda, di freddo intenso o d'interiore avviso o d'altro improvviso insuperato cielo di sentinella. Così dal contrasto per ricreare o rispondere, farsi artefici, non altro aspetto, non di altri i gesti, i movimenti della mano che disegna e incide, sferza le età già trascorse, quelle future di certo limo alimenta. *** Olimpiadi Invernali 2006 a Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio, pattinatori Nel finale del samba sono a terra, poi vanno di nuovo avanti, sul ghiaccio ma s'era fatto morbido e scivoloso, sì, scivola il sogno olimpico, così sognato, così lungamente accarezzato ma non caro al divino, al supremo astro che gira e toglie il passo. A lungo si sono guardati dentro, ognuno per sé, o all'altro indicando nel respiro il torto, contro la cosa, il fatto inverosimile e penoso, contro l'oro perduto e il pianto trattenuto, contro la corsa e il battito corporale, mani e gambe al grande tradimento dell'equilibrio.