Uno dei titoli delle liriche che mi ha inviato Vera D'Atri, "Nella casa e nel vento", mi sembra riassumere in modo diretto, immediato, la solidità del noto, del familiare, e, sul fronte opposto, la ricerca di un altrove, uno spazio diverso, nella geografia fisica e mentale, la pagina e il pensiero. "Chiudo gli occhi e vedo passare/ il tempo coi suoi bagagli ingobbiti/ Accumulo diari", annota. E sono diari, a loro modo, sublimati e resi vivi, ritmati da calibrate metafore, anche i componimenti nitidi, puliti, con cui affronta e delinea le strategie di difesa nei confronti del nemico di sempre, il tempo, la tenacia ottusa di un'avversario che si muove e si trasforma in continuazione restando identico a se stesso, negandosi alla comprensione, alla possibilità di una connotazione precisa. Resta, allora, la casa; l'autrice lo sa bene, e coltiva con passione quei sentimenti che non sono banali né stucchevoli, se, come accade, dimostrano di essere consci anche del lato debole, quello in ombra, soggetto alle crepe: il dolore, il luogo dove "al bordo dell'allegria che si dilegua/ l'asfalto camminando si scompiglia". C'è la casa, come detto, ma altrettanto vivo è il bisogno di fuga, reale e ideale: "Il pomeriggio è un acino nero/ schiacciato nell'autunno,/ incerto sul bordo d'un bicchiere./ Qualunque cosa pur di entrare nel vento", scrive. Ed il suo viaggio, tra sorprese e delusioni, scoperta, perdita, e ancora ricerca, nonostante tutto, nonostante la pena e la fatica del cammino, prosegue, verso dopo verso, con una passo lieve ma non inconsistente, lasciando intravedere, magari di riflesso, nei chiaroscuri, nelle fessure sottili tra il detto e il non-detto, un anelito di bellezza; la consapevolezza che "poi solo un attimo è dato al fulmine,/ solo un attimo di chiarezza/ nel cielo che scoppia di presentimenti". I.M.
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VERA D'ATRI
Inediti
Caracciolo
"Così ci sono segni che sfuggono/ al codice e al comando": questi versi, tratti da Nel fuoco della scrittura, edito da La Camera Verde nel 2008, mi sembrano contenere una possibile chiave, o almeno additare una direzione da percorrere per esplorare il mondo artistico, articolato e multiforme, di Biagio Cepollaro. Si può sfuggire al codice e al comando in vario modi: il più evidente è quello di fingersi ciechi e sordi. Non è questa la strada di Cepollaro, che, semmai, ha scelto il cammino opposto, quella dell'amplificazione dell'ascolto, della voce e del segno, anche tramite una commistione tra diversi linguaggi artistici, in particolare tra l'immagine e la parola. Nei versi qui proposti, tratti dai libri Fabrica e, come detto, da Nel fuoco della scrittura, il linguaggio è essenziale e tuttavia nitido, come una foto scattata con mano ferma e con la mente coinvolta al punto giusto, densa di emozione ma anche attenta a far sì che la luce non sia eccessiva o scarsa, e che i dettagli facciano pensare a sfondi e panorami di più ampio rilievo, in grado di abbracciare paesaggi aspri, essenziali. C'è la quotidianità e il ragionamento, la cronaca e la filosofia. C'è la volontà indicare i mali del mondo e del tempo pur sapendo che niente condurrà alla cura, se non l'interruzione del contatto, lo schermo vuoto e spento. Ciò che resta, forse, è la consapevolezza della distanza, la volontà di porsi altrove, rispetto, ad esempio, al "telemondo" dominante e trionfante; ciò che resta forse è la ricerca di una sostanza dolorosa ma sincera, una follia amletica, non meno eversiva ma priva di posture artefatte. Resta la consapevolezza, tenace, nonostante tutto, che:
"è moto di fatto la rivolta anche se incerta/ resta e locale anche se cieca o umorale/ è moto a dire la tua passione che fa del moto/ nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento/ realistico è così quel moto a dire che s’apparta/ dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo/ sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito". I.M.
BIAGIO CEPOLLARO
Da Fabrica (1993-1997), Zona editrice, 2002.
Per moti di dire
un moto a dire
un moto a dire è sempre l’inizio del verso
ma ora che ovunque è perso il mondo a dire
scrive lo scriba per moti di fatto moti cioè
dal gran mondo di dire sparsi e ridotti a nulla
o fatti
è moto di fatto la rivolta anche se incerta
resta e locale anche se cieca o umorale
è moto a dire la tua passione che fa del moto
nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento
realistico è così quel moto a dire che s’apparta
dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo
sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito
per moti di dire
per moti di dire per mondi sfatati sfrontatamente fri
abili ai cinque sensi perduti ai programmi ai compromessi
per moti avvelenanti e nubi tossiche aleggianti fetide
sull’europa immoti cubi di debiti sugli alti tassi e modi
per ammortizzare i costi con triplicati orari con turni
festivi e con straordinarie cancrene in organici e venti
con abbassamenti di coste e allagamenti con friabile dighe
nei diritti negli elementi con trasformazioni di vene in vane
vele di rendite finanziarie vele incolumi elusive procellarie
mentre da casa in isolatissimi isolati si fanno ordini elenchi
commissioni ed inventari e così accordari spostari di capitali
si fanno così anche telematici solitari e tristi amari immoti
chiudiamo il contatto
chiudiamo il contatto che appesi restino e muti
che pendolino stesi finalmente e muti
franiamo una volta per tutte il contratto
dicendo un conto è la forma del patto
altro è sostanza
l’abbondanza oggi affama perciò facendola
chiara chi ci guadagna non lavora chi bilica
svidea e sgrama
Da Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma, 2008
(…)
così ci sono segni che sfuggono
al codice e al comando
segni la cui sola funzione
è di additare il limite
di un linguaggio usato
come si crede di usare
il mondo
i limiti del linguaggio
sono i limiti del mio
mondo: eppure l’unico
filosofo vero del secolo
passato pensava al di là
di quei limiti senza il coraggio
di dirli: lo stesso era capitato
a Federico il secolo prima
e a Baruch ancora più
indietro:
la ragione è più larga
e lo diceva Amleto dovendo per forza
passare per folle eppure impeccabile
la sua logica andava a braccetto
con gli spettri ma non tutti
possono dire di questo
perché non tutti hanno vissuto
a testimonianza di questo
e le parole contano solo
se non sono solo parole
l’itaglia è un paese retorico
e la sua poesia per lo più lo è
Nota.
Fabrica, con Luna persciente (Mancosu ed., 1993) e Scribeide (P.Manni Ed.,1993) costituiscono la trilogia De requie et natura. Oggi questi libri quasi introvabili sono liberamente scaricabili dal sito www.cepollaro.it. Nel fuoco della scrittura ha dato il titolo alla mostra essendo parte integrante del lavoro visuale. Un videocatalogo della mostra è reperibile su http://www.youtube.com/watch?v=z8GWUo2Bvns
e, in generale, per il lavoro visivo sul blog http://cepollaroarte.wordpress.com/