Poeta recentemente vincitrice del Premio "Astrolabio", presieduto da Valeria Serofilli e della cui giuria faccio parte anch'io, avendo l'opportunità di leggere alcuni autori validi e originali, Alessandra Paganardi, di cui sono lieto di presentare qui alcuni testi, autrice coerente nella ricerca di un linguaggio personale, in grado di rifuggire sia dalla retorica sia da asfittici minimalismi, mi ha inviato per Dedalus una sua silloge inedita, che lei stessa ha definito, trovandomi d'accordo, "fresca". E' fresca non solo perché è stata composta da poco, ma anche per il senso di genuinità e autenticità che riesce a comunicare. Il titolo della silloge, in fieri, è "Farsi altro", e lo spunto iniziale, la goccia che mette in moto il flusso delle parole, è la riflessione sulla bellissima, sconvolgente cava tuttora in esercizio sul monte Pisanino, dalle parti di Marina di Massa, visitata nelle vacanze pasquali dalla Paganardi con la sua famiglia. La cava, come specifica la stessa autrice in una lettera allegata ai testi, "è una presenza costante nel [suo] immaginario; ma, partendo da questo luogo fisico che inevitabilmente entra nella geografia del pensiero e del sentire, la composizione dei testi deraglia verso varie forme del divenire, quasi fossero tutte figure della permanenza nello sparire: dalla trasformazione di una banale conchiglia in perla, ai passaggi di stato dall'alba alla notte, all'incompiuto per eccellenza della Pietà di Michelangelo, che è quasi una volontà di fermare il divenire nel tempo". Riportata questa bella e nitida descrizione della Paganardi sulla genesi della scrittura di questi testi, a me non resta che invitare alla lettura di questi versi di cui personalmente apprezzo, lo confermo, la cadenza ed il tono, capace di conciliare la solennità profonda di alcuni momenti di umana rivelazione con la lievità di chi è ben conscio della fatale inconsistenza dell'essere (qualcuno avrebbe detto "leggerezza): la coscienza, ben descritta in questi versi, che "Ci siamo messi in fila anche noi/ rocce cave per il tempo che attende/ di tagliare i ricordi, di spostarli/ via dalla mente in blocco, uno su uno". Ma proprio questa consapevolezza, paradossalmente forse, ma neppure troppo, porta anche a cercare con gli occhi e con il cuore attimi di senso e di lucida meraviglia, quella vitale madreperla "nutrita dal niente di un grumo/ [che] l’ha trasformata in una goccia rotonda/ di bellezza, una minuscola luna". I.M.
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ALESSANDRA PAGANARDI
FARSI ALTRO
silloge inedita
LA CAVA
E’ duro il salto, come questo marmo.
Bisogna flettere il calcagno freddo
alla salita, rendere le suole
alla polvere che si fa più scura
nel passo. Appiattire il respiro
alla pietra. Poi l’ultima stanza -
quell’orecchio di Dioniso svuotato
nel venerdì di Pasqua, dadi immensi
allineati come case a schiera.
Non sarà mai acqua
il fiume - è un rumore la voce
impigliata tra fango e sassi.
Ci siamo messi in fila anche noi -
rocce cave per il tempo che attende
di tagliare i ricordi, di spostarli
via dalla mente in blocco, uno su uno.
E tutto ricomincia a farsi altro.
***
PARATESTO
Scrivo, ma non mi sento fra le mani
l’inafferrabile. Scrivo che neppure
un sasso è saldo ed è sicuro nella
sua forma, che soltanto
la traccia è vera ma non è invisibile -
è lì nascosta. Un solco
che si gonfia di terra sempre nuova
una crepa che chiama sotto i piedi -
come grattare il muro per trovare
un ritratto, e ancor più sotto un camposanto
antico. Scrivo che anche il tempo
diventa mite se lo lasci sfogare
la sua voglia di uccidere ogni cosa -
triste come un tiranno senza sudditi.
***
RIVIERA
E ritornare là dove ogni cosa
infine si fa notte:
la voce di un concerto non finito
come neppure il vento più sa fare.
Qualcosa sembra arrendersi da sempre,
qualcosa ha rinunciato ad aspettare
come la spiaggia a novembre -
l’orologio che batte sul profumo
del primo pane, solo per sentire
che non è stata inutile la sera.
***
GENEALOGIA
Sembra una foto d’epoca ingiallita
la madreperla che accoglie la luce
nelle sue valve scure senza storia.
L’ha nutrita dal niente di un grumo
l’ha trasformata in una goccia rotonda
di bellezza, una minuscola luna.
***
PIETA’ RONDANINI
E’ lotta oppure amore
questo tuffarsi in due senza misura
nel verso della notte
l’affondo sghembo di un corpo che crolla
in un abbraccio inutile di madre
Il compasso sul foglio ha perso l’ago
prosegue la sua corsa all’infinito
nella retta di un gesto -
e non si sa chi muore.
***
ULTRASUONO
Poi tornerà anche il gufo
questo bambino imbronciato che vola
col suo fischietto né acuto né grave -
un ultrasuono di polvere.
Passerà solo come un’isola
stregata, canterà l’ora di tutti
più forte di un poeta.
E' un luogo ineludibile, Roma; fisico, spirituale, politico, concreto, onirico: paesone ciociaro, smaccatamente e sbracatamente innocuo ed apatico, in apparenza, e, un passo oltre, un grido e un tombino più in là, metropoli pluristratificata, sottilmente mefistofelica, come il sorriso del senatore a vita per antonomasia, quello che continua a ghignare di noi, dei destini che ha orientato e rubato, tra una messa alle sei di mattina ed un incontro col malaffare, con o senza bacio. Ma tant'è. Roma è tutto questo; è un'idea, un ricordo presente e futuro, qualcosa con cui sia chi la ama che chi la odia deve fare i conti. Ignorarla non è possibile: la presunta indifferenza è in realtà una scelta di campo. Un poeta come Franco Buffoni, attento a tutto ciò che di per sé assume un valore metaforico, in grado di gettare luce sul senso delle cose, e sulla sfida di fondo, quella tra l'umanità e il suo contrario, tra l'autenticità dell'essere e, sul fronte opposto, ciò che la nega e prova ad annichilirla, sia essa la guerra, o l'indifferenza, o l'offesa cieca e ottusa contro forme ed esistenze libere nel corpo e nel pensiero, si trova così a scrivere un libro dedicato a Roma, di prossima pubblicazione con Guanda, di cui propongo qui due anticipazioni, significative, scelte dallo stesso autore. Lo sguardo di Buffoni sulla città eterna è attento e accurato, tagliente e lieve, ironico senza rinunciare allo scavo, anche nel senso letterale del termine, la volontà di sondare ciò che si cela sotto la superficie, delle cose, degli splendori e delle macerie, nel cunicolo fascinoso e intrigante fatto di parole dette e alluse, nomi che hanno lasciato una traccia nella Storia o hanno comunque inciso qualcosa di sé sulle mura della morte e della vita. Il tocco finale, acrobazia ben riuscita, in grado di mettere in contatto senso e non senso, presente e passato, sacralità e quotidianità, unisce la Domus Aurea con lo Stadio Delle Alpi, oggi Olimpico, e pone in parallelo, tramite il sorriso della poesia, la disperata e libera frenesia di un antenato di Pasolini con le finte e i dribbling di Del Piero. Una poesia, quella di Franco Buffoni, che concilia lievità e profondità, evocando quella mitologia del quotidiano, che, passo dopo passo, ci accompagna in quel "passaggio sotterraneo che conduce/ al santuario di Vesta" e a "questo selciato composto/ di basoli in pietra calcarea", da cui si vede, come in uno specchio, la grandezza e la limitatezza umana, e, al di sopra e all'interno di tutto, una solare, tenace forza vitale. I.M.
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Franco Buffoni
ROMA
I
Com’era il mondo dove sbarcò Enea
Al di sotto del piano di campagna?
Rimosso lo strato di cenere compatta
Appaiono ambienti d’epoca ellenistica
Già nel 79 dopo Cristo abbandonati
Per precedenti terremoti e inondazioni…
Erano tante Rome disperse nei villaggi,
Varrone già lo scrive col tono del racconto:
Mons Capitolinus era chiamato un tempo
Il colle di Saturno, e cita Ennio
Come in una favola, sul colle
Saturnia era detta la città…
E presso Porta Mugonia al Palatino
Dalla casa dei Tarquini
Nel passaggio sotterraneo che conduce
Al santuario di Vesta
Scava ancora l’équipe per dimostrare
Come vuole il professore
Il legame tra i poteri:
Solo al re un diretto accesso era permesso
Al sacro fuoco.
Roma, roma che ci scherzi ancora.
II
Da questo selciato composto
Di basoli in pietra calcarea
Si accedeva alla fortezza con funzioni di culto
E rifugio in caso di guerre. All’interno
Le tre nicchie con volte a botte per i sarcofagi.
Aveva diciott’anni Antonio Bosio
Nel 1593
Quando, entrato per un piccolo forame
Serpendo e col petto per terra,
Si ritrovò in santa Domitilla…
“Sodomito”, vergò un giovane collega
Sotto una volta della Domus Aurea
Accanto al nome Pinturicchio
Autografo, come la sua invidia.
Vi si calavano i giovani pittori
E poi strisciavano fino a quei colori
E rilievi con stucchi. Lavoravano
Per ore con poca luce e pane
Tra serpi civette barbagianni
E poi vergavano la firma.
Erano accesi i loro sguardi vigili
E sguaiati. Erano maschi.
“Pinturicchio”, definì Del Piero l’Avvocato
Nel momento del massimo fulgore.
Note:
Il giovane maltese Antonio Bosio - autore di Roma sotterranea, uscito postumo nel 1632 – discese col suo maestro Pompeo Ugonio per la prima volta nelle catacombe di Domitilla il 10 dicembre1593.
L’Avvocato per antonomasia era Gianni Agnelli, proprietario della Fiat e della Juventus, squadra nella quale giocava e tuttora gioca Alessandro Del Piero.
Da ROMA, nuovo libro inedito di Franco Buffoni (uscita prevista: gennaio 2010, editore Guanda).
Dopo Elisabetta Baleani, propongo un'altra poetessa, anche lei, seppure con toni e forme divergenti rispetto alla Baleani, alla ricerca della conciliazione tra armonia e caos, tra la dimensione ideale e la concretezza dei dati concreti dell'esistere. Propongo qui una breve nota relativa al libro di Valeria Serofilli, di recente uscita per i tipi della Leonida Edizioni, "Nel senso del verso: nuovo volume". L'indicazione "nuovo volume", non è casuale né accessoria: testimonia un processo di maturazione, assimilazione, conferma e revisione di dati, modelli, visioni, approcci. Attingo dalla prefazione al volume, scritta con attenta e partecipata cura da Floriano Romboli, citandone alcuni passi che ben riassumono questo progressiva elaborazione stilistica e testuale: "Se in precedenti raccolte la Serofilli era incline a riconoscere all’attività poetica, forse memore di un celebre luogo dell’Ars poëtica oraziana ("Aut prodesse volunt aut delectare poëtae", v. 333), anche una funzione confortatrice, spiritualmente consolatoria, in questa silloge la tensione conoscitiva appare senz’altro dominante e centrale. [...] Non sono ammessi cedimenti agli artifici mediocri degli "pseudo salotti saltimbanco", mentre il discorso meta poetico prosegue in altri componimenti". Per leggere la versione integrale della prefazione, e per ricavare informazioni più dettagliate sul lavoro dell'autrice, e liriche tratte dal lbro citato, consiglio di visitare il suo sito personale, www.valeriaserofilli.it, o siti delle case editrici con cui ha pubblicato, Leonida edizioni e puntoacapo editrice. In questo spazio segnalo il suo recente volume e ne estrapolo un paio di liriche, testimonianza di un lavoro tenace, appassionato e in costante fase di sereno ma anche severo confronto con il sogno e con il vero, la poesia e la realtà. I.M.
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VALERIA SEROFILLI
testi tratti da NEL SENSO DEL VERSO -
NUOVO VOLUME
Via di fuga nel dislessico
Sospesi tra l'attesa del peggio / quel tuo dire
"tanto deve finire" e "la spendo appieno
giacché non dura - per così dire -"
Ciclicità è rinascita / ma sfianca:
gemme continue germinano stress
e a ripetersi, l'indefinito / già sei fortunato
Ma quale fugace fuga e fuggitiva
si prescrive nel flusso che furtivo
ci consuma? / Consunti di solerte dinamismo
consenzienti impacchi di mistero in attesa
d'incudini a recidere (il niente o il meno vero)
Astanti di tempi senza resa / miraggi
di lungometraggi in attesa
si continui a fugare quell'arresa
nel consuntivo che ci preme / ressa inattesa
riscossa della più fervida rissa
di quell'arringa / terra promessa
letale plancton che alla sorte
germina misfatto, surimi per non dire granchio,
(cavia) caviale o più pregiato succedaneo
Sospensioni liquide di amplesso
siamo più o meno quel che ci è promesso
(o meglio concesso), ma la fine sussiste,
quanto prima e la sfida continua
nel dislessico.
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Se casomai spronato
Se casomai spronato quel tanto / da
dar luogo ad un rimorso che convenga
ti spiegherei che esiste anche la selva
ad inselvatichire le stanche membra
Se casomai servisse a qualche cosa
delucidarne il lucido sentiero, ti
spiegherei che quel che avverto è vero
e non son versi buttati alla rinfusa
Refuso il satiro e il sarcasmo, sprono
quel tanto che mi faccia effetto
quel poco che mi sostenga l'affetto
e fintanto che ne sono degno
Se casomai l'eclisse fosse vento
cerco l'effetto fin quando non l'avverto
sfogo lo sdegno che più mi diverte
e mi sostengo in differito inganno
mentre tento / la sorte / e la ritento.