DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
sabato, 30 maggio 2009

VENTO ROSSO - poesie di Elisabetta Baleani

"Avevo voglia, stasera,/ di far tremare la primavera", scrive Elisabetta Baleani, in una delle poesie qui proposte, contenute in una raccolta recentemente edita dalle edizioni Simple. Sono versi che si prestano ad una lettura duplice: la volontà di far tremare la primavera può essere la dichiarazione di intenti di chi vuol fare concorrenza alla lievità del vento, diventando dolcemente suadente e insinuante, rivaleggiando in maliosa e fertile sensualità. Ma si può voler far tremare la primavera anche per la schiettezza, la forza, la sincerità tagliente e diretta di ogni sillaba, ogni accento. Nelle poesie di Elisabetta Baleani, per scelta, per istinto, per capacità di cogliere l'essenza di molteplici e contrastanti profumi, le due istanze convivono, si lacerano a vicenda, lottano fino allo stremo, per poi fondersi, nel profondo, in un magico amplesso. La rabbia, la sensualità, il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi, per poi guardarsi dentro, sognando realtà più vere del vero e più immaginifiche di qualsiasi volo onirico, sono gli ingredienti più nitidamente individuabili ed assaporabili all'interno della gamma di sensazioni vissute ed evocate dall'autrice. "Il vuoto alleggeriva le giunture/ ero finalmente la gazzella del vento,/ o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere/ esce smunta, circuisce un po’ la luce/ e se va più su oltre il midollo/ che la spinge lontano dalle mani", annota, emblematicamente, in una lirica. E' complessa, aspra, sempre sensata e viva, mirata alla ricerca del bello anche attraverso il buio, e del piacere anche a dispetto del dolore, la poesia di Elisabetta Baleani, originale, personalissima; va letta gustandola come un vino corposo e inebriante, non come un rassicurante brodino. Poesia contrastata e inquieta, chiama in causa, spremendo poesia dalla vita. I.M.

 

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ELISABETTA BALEANI

Poesie tratte da VENTO ROSSO

ediz. Simple, 2009

 

 

Sulle ginocchia della sera blatero

al vento le mie canzoni:

vecchie morìe, impacchi giallastri,

stupefatte gondole quasi a galla

non vi vorrei avvicinare

se non per commissione,

vi odio più della pelle che mi riempie

perché straripate

per diventare me, non avete

pietà nella staffetta,

né di quanto aguzzina

sia la vostra sosta

sulla mia bocca.

In risposta: che peritura

sia la mia salita.

Che non incappi

nel vostro condominio.

 

 

   

***

 

E’ tempo di sangue e di zanne,

sciolte croci navigano avvistandomi,

silenti fuochi si affliggono

iridescenti, io meno la sorte,

mi sveno volando,

mi svendo ambulando,

m’arrendo e nutro biancori e corazze.

Sterminatrice d’ossimori,

le lande dall’onda

rugginosa non accolgo più,

anzi quasi annego lontane,

così schiarite, estranee a

questa nitidezza orba di fiati,

a queste lame rosse di mattino

impuro. Non così. Non oltre.

Non con la luce.

 

 

 ***

 

   

RISVEGLI

 

S’allunga il giorno negro su di me

mio malgrado mi rivestirà

spariranno le finzioni della notte

la luce mi sfonderà.

Ora, l’alba è sfumata

su frantumi di bitumi,

il mattino mi scodella, schivo,

brandelli di mele corrugate

e la pancia del mondo

s’arrovella su tastiere

dove sarebbe fresco morire

prima di perdere la terra

agra, dove la parola è bestemmia

e il silenzio una risacca attonita.

Ego iucundissima sum

In questo dies irae.

 

 

 ***

 

 

COME L’ODIO

 

Come l’odio sulle rupi bianche, sciancate, deformate,

come l’odio pulito e acre di un’acqua butterata

e come quello che sale e sfiata

da oscure melme e ascose penitenze

e colpisce il giogo di tempi e tormenti,

asseconda vicende di serpi e di serti,

come l’odio giallo del sole-pungiglione,

così m’ha ucciso, m’uccide e mi recide

il tuo sformato amore scostante e violento,

che canta burroni e scortica visioni,

così mi schiude e mi sbuccia

con coltelli dai denti d’aurora

che, sbreccando le mie carni, v’inducono la luce,

così m’assolve imprigionandomi il mio amore felino,

dipanandomi pian piano inerte,

dislocandomi di stazione in stazione

esule dal mondo e dalle cose,

fertilizzandomi, mentre fiorisco gialla e cadente

dietro le sbarre di chi non ha più niente.

 

 

 

 ***

 

 

NOTTI ESTRANEE

 

L’auto mastica invano la strada

dove i gatti si disossano molli,

guanti riversi.

Vagabondando infausti

infiliamo rossori

ci impigliamo nelle gonne nere

come ragnatele

ci prodighiamo in volti di plexiglas

trastulliamo la guarigione.

La notte intanto tiranneggia, atroce.

Le stelle sono ora

le squillo più ambite.

 

Viziamoci soffici, mio puledro,

e dondoliamoci.

 

 ***

 

    

A SOLO

 

E così vai solo

coniugando per difetto

le litanie che il tempo

ti smemora labili

e che il rossore delle carni

ti assegna immancabilmente;

vai solo affilando

utopie seriali, panoplie da

accasciati carnevali.

Calmati, perché tanto

sub tegmine fagi

non ci sarà rumore

né pastura al dolore

le foglie tremoleranno imberbi,

le grinfie misureranno

gli occhi di queste notti

in cui se Venere vuoi disturbare

c’è mela e mela

frontiera e frontiera.

Non piangere: tanto

sub tegmine fagi

non é per te carezza di brezza.

 

 

 ***

 

   

IN MEMORIAM

Rabberciando trampoli:

rabbrividita mi protergo

amara luce, spaziando

per quest’erta dove giacciono

parole a rilevarsi ossute,

dove non esistono spiragli compagni

né querelarsi varia la memoria.

 

La storia è storia:

di folle c’era l’antefatto

(il grillo parlante sfornava sentenze).

Di scompensato ancora si ode

il celebrare minestre su finestre.

 

Per la radice tua

silenziosissima preghiera scioglierò

e perché tu possa raschiare

molliche dalla crosta d’ogni pane.

 

 

 ***

 

     

Avevo voglia, stasera,

di far tremare la primavera

-io, sul ponte del nulla,

masticata dal vento,

ingiallita da elettrici barlumi-

avevo voglia di graffiarmi addosso

di recitarmi fino all’osso

-corre di traverso l’onda sozza

della notte facile e leggera-.

Ma canta l’ago

e mi presta il suo fragore

m’oscilla addosso scatenando

terree brine sulle terre di confine.

Stasera, il firmamento

m’è bestia silenziosa,

infido si protende

smascherando stelle

come toppe e bende.

Piena, in questa oblunga notte

sono, di passerelle.

 

 

 ***

 

 

Devi fuggire sulle ali del jazz

ed io veramente su quelle sono fuggita

non c’ero più, salivo, salivo,

il vuoto alleggeriva le giunture

ero finalmente la gazzella del vento,

o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere

esce smunta, circuisce un po’ la luce

e se va più su oltre il midollo

che la spinge lontano dalle mani

e dai diari, lontano dal tempo

che lampeggia fiacco e sfiora

solo cose che dobbiamo perdere.

Devi fuggire sulle ali del jazz,

allungare il passo e andare oltre

più su, oltre il confine che ti vede all’ombra,

oltre la soglia che non ha memoria,

defluire dall’oscurità e risvegliarti

limpido e leggero sull’onda

che rinnova e riconsola.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:12 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: editi, edizioni simple
domenica, 24 maggio 2009

INTAGLI DI MEMORIE - poesie di Bruno Bartoletti

"Solo intagli di memorie/ trafiggono il cerchio di luce che fugge/ all'orizzonte", scrive Bruno Bartoletti nella lirica "Le radici", una delle poesie che propongo qui di seguito, tratte da "Il tempo dell'attesa", Società Editrice <<Il Ponte Vecchio>>, Cesena, 2005. L'impostazione è classica, il passo ampio, cadenzato. Il verso si distende piano, quasi a voler mimare, anche sul versante del ritmo, una riflessione accurata, sul tema dei temi, la domanda per eccellenza, inelubile e arcana: quella concernente il tempo, il senso dell'attimo presente e di quello passato e futuro, le radici che si proiettano verso un cielo difficile da esplorare e impossibile da mappare. La poesia di Bartoletti ha cadenze lunghe; ma è distante anche da certe vuote banalità cantilenanti. Per questo motivo, anche per inserire in Dedalus ogni tanto una poesia incentrata sulla rotondità del suono, sull'attesa, sulla parola che assapora il gusto di sonorità quiete, propongo questi versi di un autore che per lunghi anni ha raccontato in versi un'esistenza fatta di serietà e coerenza, tramite una scrittura lineare ma capace a tratti anche di generare suggestioni salde e genuine, l'attimo in cui l'autore scopre che "profuma anche il silenzio il tuo ricordo".

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BRUNO BARTOLETTI

testi tratti da

"IL TEMPO DELL'ATTESA"

 

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Il tempo dell’attesa

 

 

Io fui. Già il tempo quieta l’acqua

sul non cresciuto porto dell’infanzia

 

caligine avanzata sulla proda dove il vento

forte mulina remore e ricordi

sotto la torre vigile dell’ora

 

ombra tra ombre disseccate al suolo

 

fui quell’istante esile nel soffio

che sulle smorte sillabe rimuore

quando nel vespro cadono le stelle

 

fui solo l’apparenza una domanda

pagina bianca inutile sospesa una promessa

per completare il tempo dell’attesa.


***

Attesa lunare

 

 

La gora rimescola i giorni

sospesi a una pendola bianca

tra occhi di melograno,

fessure tagliate di luce,

si screpola il gesto nel lento

naufragio dell’ora.

Mi slena il silenzio dei monti

cucito a memoria negli occhi,

l’immagine nera di un treno

che screpola l’ombra del tempo.

 

Si sveste la sera le mani di seta,

nel soffio rimemora il vento d’aprile,

sui campi profumi di stoppie.

Attesa lunare distesa sul fiume

che inonda silenti bambini

in attesa, profili di donne

supine nell’ultima luce.

 

***

Non lasciarmi parola

 

 

Non lasciarmi parola

sopra aride spoglie

ramo inutile e vuoto

non fuggire oltre i deserti del fuoco

tra le lande pietrose della negazione

o nella palude dell’indifferenza

 

(il giorno batte le sue ruote

e la sera affonda

nell’implacabile violenza degli astri)

 

non recidere la radice

che ancora mi trattiene

nella lacerazione

di oscuri cunicoli

per risalire a vie chiare

nella contemplazione

della mia della tua sofferenza

nel fuoco o nel tormento

della tua significazione

 

(schegge di luce sferzano l’alba

e il sole trabocca

nell’incerta reliquia del giorno)

 

non vuota non sola

ma limpida

acqua di pura sorgente

al silenzio

alle nevi perenne

ritorna

non disabitata

all’essenza suprema

 

***

Le radici

 

 

Sono tornato qui, tra queste crepe d'erba

e ginestre, dove solo intagli di memorie

trafiggono il cerchio di luce che fugge

all'orizzonte, qui dove siedo memore

di spazi mai posseduti, con queste mani

aperte  che bevono un tramonto di pensieri,

con questo cuore impaurito di preghiere,

qui dove stride solitario un corvo sopra

spelonche ripide e ondeggia sopra l'ombra

nera del fiume. Esule pensiero di memorie

trafuga questo istante nello sbadiglio pallido

del sole che si insacca. Qui sono nato,

o forse mai. Nasce chi cresce nella sua

terra e vive e poi vi muore. Io no.

Mi portò esule il vento per ragnatele

di strade, dove già tanto era fermarsi

un poco per sostare, eterno forestiero

ad esplorare palpiti vivi nelle rughe

del pensiero, viandante sopra lidi

di emozioni solo sfiorate con gli occhi

addormentati a raccontare storie

sepolte seminate nel vento.

 

Si piega sopra il borro, fantasma di memorie,

la quercia secolare con le grosse radici

che gonfiano da crepe e soffia il suo lamento

nel vuoto che risale.

Sprofonda la badia il suo silenzio.

Tace e un tormento sale dal profondo,

esule ancora, dalle membra stanche.

Per chi non ebbe soglie da varcare,

sconosciuto viandante, il tuo riposo

è solo là dove vedesti il sole che non

ricordi, o spiagge che non toccasti.

La marea porta sempre alla deriva

e ciò che resta è solo la memoria.

Profuma anche il silenzio il tuo ricordo.

 

***

Mi dilaga nell’animo la selva

 

 

Mi dilaga nell’animo la selva

dei pensieri tra spigoli di mura

di questo borgo chiuso al suo silenzio.

Il freddo non dà tregua, taglia la macchia

brulla, scopre la montagna e scende

tra queste quattro case, screpola la pelle,

penetra. E oscure apparizioni lasciano

presagi incerti sulla selce ove gioca

un riflesso d’acqua e mutamenti.

 

Tempo che fu raccolgo dalle ceneri

del vento, grani di giorni uguali,

come uguale è questo sentimento

che preme come un lume sotterraneo

tra maceri di lacrime e di foglie.

Ciò che regna è un silenzio d’altri tempi,

di tenebre, di cose, oggetti sparsi

su una materia opaca, invisibile,

che il cuore non ravviva, muore.

 

Sono i piccoli specchi in cui si frangono

sembianze sconosciute, presagi

inafferrabili di cenere e di assenze,

è la parola oscura, senza voce,

eco perduta nella polvere e nel vento.

Il mio tormento è risorgere ogni istante,

tramutato, da queste oscure soglie,

 

è vivere e durare oltre quest’attimo.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:49 | link | commenti | commenti
categorie: editi, società editrice il ponte vecch
domenica, 10 maggio 2009

ABITARE L'IMPERFETTO - testi di Lina Salvi

"Bisogna sempre mentire al titolare", è questo uno degli imperativi, o meglio, uno dei consigli per l'esistenza, e la resistenza, suggeriti da Lina Salvi nel suo libro Abitare l'imperfetto, edito nel 2007 da La Vita Felice. La chiave privilegiata per entrare all'interno di questo libro, scritto con misura ma anche con passione, con un'esplorazione attenta e conscia degli universi dell'assurdo e del dolore, è, forse, proprio nel luogo più evidente, un po' come La lettera rubata di Poe. Il codice di lettura è in quel vocabolo sistemato in bella evidenza sulla copertina, nel titolo: quella parola ineludibile "imperfetto" che reclama un'analisi, un confronto. Partendo dalla coscienza della precarietà dell'esistere, fallace, sospesa sulla corda che separa il tragico dal grottesco, verrebbe fatto di individuare in modo netto, perentorio, l'identità del "titolare" a cui necessita mentire. Ma, come detto, l'autrice è attenta alle complessità, alle sfumature, alla coincidenza degli opposti. E' così allora che il destinatario delle vitali e salvifiche menzogne, può essere anche il tempo, o "quello strano movimento/ del cervello, il girare a vuoto/ nella sagoma di un coltello,/ la solita infiammazione di un nervo,/ un fuoco che pervade il cerebrale/ lo stare della scrittura su una gamba/ sola". La cura e la malattia, lo scrivere, il pensare, il fuoco della passione, rivestono in quest'ottica un ruolo duplice, ambivalente, come è giusto che sia, come in ogni poesia di spessore che sappia ragionare sul mondo ragionando su se stessa e sulle prospettive divergenti, piacere e dolore, bene e male, resa e tenacia, che costituiscono l'essenza di ogni individuo. I.M.

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LINA SALVI

testi tratti da Abitare l'imperfetto - ed. La Vita Felice, 2007  

 

 

 

Abitare l’imperfetto

 

 

Affrontare la quarta fase

investire in ciò che siamo

non siamo, di verità avidi

sempre in bilico il sapere.

Bisogna sempre mentire al titolare

garbatamente dire,

infilare l’ago dolcemente nel punto

più dolente della gamba,

nascondere lo sdegno.

 

 

*

Mi spaventa il ritmo regolare

delle piante, le stagioni, sempre quelle

catena al collo

si potrebbe inventare, dire

di una sinistra variazione del tempo

qualcosa che sfugga suo malgrado

primitiva alla morte.

 

*

 

È uno strano movimento

del cervello, il girare a vuoto

nella sagoma di un coltello,

la solita infiammazione di un nervo,

un fuoco che pervade il cerebrale

lo stare della scrittura su una gamba

sola.

 

 

*

Resto comunque aggrappata

alla vastità di una pianura, al mare

d’oriente, a quel bacio inesplorato,

ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto

ci sarà dato, al secondo giro di vento,

al cenno sovrano del bicchiere.

 

 

*

 

 

La messa è finita

raccogli dunque il tuo pane

l’epifania del lago, i battelli

battezzati, un nome solo

a memoria.

La parola non è che

un corpo innaturale

pelle avida di sale.

 

 

*

 

Spingersi oltre questa sera

per netta conseguenza

dentro a un film

in uno spostamento d’aria di vuoto,

che ognuno porta con sé.

Conosco il male, ciò che hai lasciato

la necessaria violenza del sale

quel freddo che restringe

in un appello nominale, le arterie.

 

 

 

 

Socialità

 

 

La lettera giunse in dicembre.

La lettera parlava chiaro: non avevo

scelta dovevo partire, accettai contro

il parere di mia madre. La nostalgia

mi costringeva a lunghe telefonate

a faticosi viaggi, interrotti da turni

di lavoro, incomprensioni di colleghi

che dei meridionali non ne parlavano

mai bene, lei non mi salutò mai

con un bacio, con una carezza.

Desiderava che accettassi

l’aiuto di un parente o che tornassi a casa

il ragù che ribolliva sui fornelli

potesse amalgamare non solo la pasta!

L’ordine del giorno scivolava

apparentemente su argomenti più frivoli,

ero fidanzata, non ero fidanzata,

pensavo di esserlo a breve, mi vergognavo

della mia schiena, della sua cicatrice.

Alle sue domande reagivo come se non avessi

ascoltato, come se si fossero d’un tratto

interrotti i fili della comunicazione,

come se l’esistenza di un bisogno

mi procurasse un’emozione

dalla quale era meglio stare alla larga.

Riprendevo vigore, scatto assumevo

un’espressione inflessibile e statuaria, io

che senza una barra metallica conficcata

nella schiena non ero nemmeno in grado

di governare il capo.

 

 

***

 

Il nuovo colpo di grazia lo dovevo

alla nascita di un partito.

I miei connotati furono sfruttati

per stabilire nuove minoranze, diversità .

si parlò di federalismo, secessione, di come

saremmo stati ricacciati nelle nostre terre,

nelle nostre case, di come le nostre stereotipate

valigie di cartone si fossero dissolte al di là

del Po, nell’inevitabile scenario di

miseria, di sporcizia delle nostre città.

 

***

 

 

 Il primario entrava da un ingresso

secondario, osservava la schiena

prescriveva radiografie, avanti

il prossimo paziente. Immaginai

solo la catastrofe. Erri mi lasciò.

Povero, non gli riusciva di vedermi

in quello stato! Il viso deformato

dalla mentoniera, le gambe rigonfie

dalla caviglia all’inguine

un corpo impossibile da esplorare

causa le sue forme, non perfette.

Non mi guardavo allo specchio

non mi piacevo.

Nel nuovo quartiere fui nota

con un appellativo, una sillaba

che nell’uso dialettale

valeva come sinonimo di diversa.

La pronuncia, dapprima labile

a mano a mano che la parola

prendeva corpo diventava più acuta

nel tono. Quell’insieme letterale,

apparentemente innocuo e privo

di significato, produceva su di me

lo stesso effetto del magma, dell’infuocata

massa terrestre di cenere e lapilli

che, sgorgata dal ceppo del cratere,

raggiunge valle portando dietro sé

fiumi,germogli,case.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:23 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: la vita felice, editi, lina salvi
domenica, 03 maggio 2009

IL LIBRO NATANTE - testi di Alberto Mori

"Nella parola piscina/ righeboe allunghe", scrive Alberto Mori nella lirica Il libro natante, qui proposta assieme ad altre variazioni sul tema con oggetto il volume, luogo di raccolta di parole e di mondi. Mi è sembrata suggestiva questa idea della parola come piscina, serbatoio fluido, mutevole, in grado di accogliere corpi fisici e pensieri, sogni, giravolte più o meno armoniche, e, di riflesso, forse proprio in virtù di questa effimera inconsistenza, qualche nuvola di passaggio dalla forma più che mai sfuggente e riflessi di luce, cangianti. Le varie immagini del libro rese metafora da Mori mi sembra che siano recipienti interessanti, vari, traboccanti di immaginazione, ma anche di ironia, di sorpresa, appassionata, di fronte alle varietà dell'ente parola, ora rigida e inaffondabile, ora soffice, in grado di andare sotto la superficie per un istante in cui il verso coglie il mistero del senso, o lo evoca, in una capriola, leggera, vitale, tenace, in grado di dare scopo al gioco tramite il gioco stesso: "Sul/ Proscenio Bianco/ Dissolvenza/ Incontro/ E/ Dunque/ Il punto/ Alla Levità/ Sospinto". I.M.

 

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ALBERTO MORI

testi inediti

     

* * *

Il libro natante

 

                                          

    Intanto

               corpi scivolanti

                                  dalla soluzione dell'immagine.

Così

 

                                             nella parola piscina    

 

                          righeboe  allunghe  

 

                          durante   nuoto  in  corsia.

 

                          Crawl   improvvisi.

 

                          Braccia   vocali    ritte.

 

                                             A dorso pagina

 

                                             acqua    addentratata

 

                                             nel   margine   di    lettura.

 

                          Poi  

 

                          riemersione

 

                          a   farfalla dell’occhio

 

                         verso  lo  stile  libero  dalla   forma.

* * *

      Il libro riletto

Alzando

 

Un poco

 

La  copertina

 

Per quei

 

Gradi definiti

 

Dalle dita

 

Schiudendo

 

La controcopertina

 

Vedendo

 

Lo sfondo

 

Neutro

 

Al retro

 

Tornando

 

Ai corsivi

 

Scorrenti

 

Nel rettangolo biografico

 

La richiusa

 

Veloce  planatura

 

Sulla pagina

 

Introduttiva

 

* * *

 

Il libro rinato

 

 >Accade<

 

 

Attraverso

 

La cenere

 

Nei

 

Soffi  Lineari

 

Sul

 

Proscenio Bianco

 

Dissolvenza

 

Incontro

 

E

 

Dunque

 

Il punto

 

Alla  Levità

 

Sospinto

 

 

> Accade <

 

 

     11.35

* * *

Il libro risuonato

   Lo slancio armonico

 

                                     torna  all’aria

 

                                     in  fiati  clarini

 

                                     note nubi

 

                                     strati variati

 

                                     soli  spartiti                   

 

 

* * *

Il libro rivisto

 

 

 

                                         Inizia

 

 

                                                                  entra  nella  parola

 

                                        dal   bordo

 

                                        percorrendo

 

                                        il  tratto

 

                                        che  va

 

                                        in  avanti

 

                                        e

 

                                        oltre

 

                                        appare 

 

                                        e  tu  sai

 

                                       avanzando

 

                                       con  la  mano

 

                                       spostare l’occhio

 

                                       accanto 

 

                                       dove

 

                                       questa  parola

 

                                       scomparendo

 

                                       rivede

 

                                     

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:42 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: inediti, alberto mori

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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