"Avevo voglia, stasera,/ di far tremare la primavera", scrive Elisabetta Baleani, in una delle poesie qui proposte, contenute in una raccolta recentemente edita dalle edizioni Simple. Sono versi che si prestano ad una lettura duplice: la volontà di far tremare la primavera può essere la dichiarazione di intenti di chi vuol fare concorrenza alla lievità del vento, diventando dolcemente suadente e insinuante, rivaleggiando in maliosa e fertile sensualità. Ma si può voler far tremare la primavera anche per la schiettezza, la forza, la sincerità tagliente e diretta di ogni sillaba, ogni accento. Nelle poesie di Elisabetta Baleani, per scelta, per istinto, per capacità di cogliere l'essenza di molteplici e contrastanti profumi, le due istanze convivono, si lacerano a vicenda, lottano fino allo stremo, per poi fondersi, nel profondo, in un magico amplesso. La rabbia, la sensualità, il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi, per poi guardarsi dentro, sognando realtà più vere del vero e più immaginifiche di qualsiasi volo onirico, sono gli ingredienti più nitidamente individuabili ed assaporabili all'interno della gamma di sensazioni vissute ed evocate dall'autrice. "Il vuoto alleggeriva le giunture/ ero finalmente la gazzella del vento,/ o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere/ esce smunta, circuisce un po’ la luce/ e se va più su oltre il midollo/ che la spinge lontano dalle mani", annota, emblematicamente, in una lirica. E' complessa, aspra, sempre sensata e viva, mirata alla ricerca del bello anche attraverso il buio, e del piacere anche a dispetto del dolore, la poesia di Elisabetta Baleani, originale, personalissima; va letta gustandola come un vino corposo e inebriante, non come un rassicurante brodino. Poesia contrastata e inquieta, chiama in causa, spremendo poesia dalla vita. I.M.
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ELISABETTA BALEANI
Poesie tratte da VENTO ROSSO
ediz. Simple, 2009
Sulle ginocchia della sera blatero
al vento le mie canzoni:
vecchie morìe, impacchi giallastri,
stupefatte gondole quasi a galla
non vi vorrei avvicinare
se non per commissione,
vi odio più della pelle che mi riempie
perché straripate
per diventare me, non avete
pietà nella staffetta,
né di quanto aguzzina
sia la vostra sosta
sulla mia bocca.
In risposta: che peritura
sia la mia salita.
Che non incappi
nel vostro condominio.
***
E’ tempo di sangue e di zanne,
sciolte croci navigano avvistandomi,
silenti fuochi si affliggono
iridescenti, io meno la sorte,
mi sveno volando,
mi svendo ambulando,
m’arrendo e nutro biancori e corazze.
Sterminatrice d’ossimori,
le lande dall’onda
rugginosa non accolgo più,
anzi quasi annego lontane,
così schiarite, estranee a
questa nitidezza orba di fiati,
a queste lame rosse di mattino
impuro. Non così. Non oltre.
Non con la luce.
***
RISVEGLI
S’allunga il giorno negro su di me
mio malgrado mi rivestirà
spariranno le finzioni della notte
la luce mi sfonderà.
Ora, l’alba è sfumata
su frantumi di bitumi,
il mattino mi scodella, schivo,
brandelli di mele corrugate
e la pancia del mondo
s’arrovella su tastiere
dove sarebbe fresco morire
prima di perdere la terra
agra, dove la parola è bestemmia
e il silenzio una risacca attonita.
Ego iucundissima sum
In questo dies irae.
***
COME L’ODIO
Come l’odio sulle rupi bianche, sciancate, deformate,
come l’odio pulito e acre di un’acqua butterata
e come quello che sale e sfiata
da oscure melme e ascose penitenze
e colpisce il giogo di tempi e tormenti,
asseconda vicende di serpi e di serti,
come l’odio giallo del sole-pungiglione,
così m’ha ucciso, m’uccide e mi recide
il tuo sformato amore scostante e violento,
che canta burroni e scortica visioni,
così mi schiude e mi sbuccia
con coltelli dai denti d’aurora
che, sbreccando le mie carni, v’inducono la luce,
così m’assolve imprigionandomi il mio amore felino,
dipanandomi pian piano inerte,
dislocandomi di stazione in stazione
esule dal mondo e dalle cose,
fertilizzandomi, mentre fiorisco gialla e cadente
dietro le sbarre di chi non ha più niente.
***
NOTTI ESTRANEE
L’auto mastica invano la strada
dove i gatti si disossano molli,
guanti riversi.
Vagabondando infausti
infiliamo rossori
ci impigliamo nelle gonne nere
come ragnatele
ci prodighiamo in volti di plexiglas
trastulliamo la guarigione.
La notte intanto tiranneggia, atroce.
Le stelle sono ora
le squillo più ambite.
Viziamoci soffici, mio puledro,
e dondoliamoci.
***
A SOLO
E così vai solo
coniugando per difetto
le litanie che il tempo
ti smemora labili
e che il rossore delle carni
ti assegna immancabilmente;
vai solo affilando
utopie seriali, panoplie da
accasciati carnevali.
Calmati, perché tanto
sub tegmine fagi
non ci sarà rumore
né pastura al dolore
le foglie tremoleranno imberbi,
le grinfie misureranno
gli occhi di queste notti
in cui se Venere vuoi disturbare
c’è mela e mela
frontiera e frontiera.
Non piangere: tanto
sub tegmine fagi
non é per te carezza di brezza.
***
IN MEMORIAM
Rabberciando trampoli:
rabbrividita mi protergo
amara luce, spaziando
per quest’erta dove giacciono
parole a rilevarsi ossute,
dove non esistono spiragli compagni
né querelarsi varia la memoria.
La storia è storia:
di folle c’era l’antefatto
(il grillo parlante sfornava sentenze).
Di scompensato ancora si ode
il celebrare minestre su finestre.
Per la radice tua
silenziosissima preghiera scioglierò
e perché tu possa raschiare
molliche dalla crosta d’ogni pane.
***
Avevo voglia, stasera,
di far tremare la primavera
-io, sul ponte del nulla,
masticata dal vento,
ingiallita da elettrici barlumi-
avevo voglia di graffiarmi addosso
di recitarmi fino all’osso
-corre di traverso l’onda sozza
della notte facile e leggera-.
Ma canta l’ago
e mi presta il suo fragore
m’oscilla addosso scatenando
terree brine sulle terre di confine.
Stasera, il firmamento
m’è bestia silenziosa,
infido si protende
smascherando stelle
come toppe e bende.
Piena, in questa oblunga notte
sono, di passerelle.
***
Devi fuggire sulle ali del jazz
ed io veramente su quelle sono fuggita
non c’ero più, salivo, salivo,
il vuoto alleggeriva le giunture
ero finalmente la gazzella del vento,
o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere
esce smunta, circuisce un po’ la luce
e se va più su oltre il midollo
che la spinge lontano dalle mani
e dai diari, lontano dal tempo
che lampeggia fiacco e sfiora
solo cose che dobbiamo perdere.
Devi fuggire sulle ali del jazz,
allungare il passo e andare oltre
più su, oltre il confine che ti vede all’ombra,
oltre la soglia che non ha memoria,
defluire dall’oscurità e risvegliarti
limpido e leggero sull’onda
che rinnova e riconsola.
"Solo intagli di memorie/ trafiggono il cerchio di luce che fugge/ all'orizzonte", scrive Bruno Bartoletti nella lirica "Le radici", una delle poesie che propongo qui di seguito, tratte da "Il tempo dell'attesa", Società Editrice <<Il Ponte Vecchio>>, Cesena, 2005. L'impostazione è classica, il passo ampio, cadenzato. Il verso si distende piano, quasi a voler mimare, anche sul versante del ritmo, una riflessione accurata, sul tema dei temi, la domanda per eccellenza, inelubile e arcana: quella concernente il tempo, il senso dell'attimo presente e di quello passato e futuro, le radici che si proiettano verso un cielo difficile da esplorare e impossibile da mappare. La poesia di Bartoletti ha cadenze lunghe; ma è distante anche da certe vuote banalità cantilenanti. Per questo motivo, anche per inserire in Dedalus ogni tanto una poesia incentrata sulla rotondità del suono, sull'attesa, sulla parola che assapora il gusto di sonorità quiete, propongo questi versi di un autore che per lunghi anni ha raccontato in versi un'esistenza fatta di serietà e coerenza, tramite una scrittura lineare ma capace a tratti anche di generare suggestioni salde e genuine, l'attimo in cui l'autore scopre che "profuma anche il silenzio il tuo ricordo".
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BRUNO BARTOLETTI
testi tratti da
"IL TEMPO DELL'ATTESA"
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Io fui. Già il tempo quieta l’acqua
sul non cresciuto porto dell’infanzia
caligine avanzata sulla proda dove il vento
forte mulina remore e ricordi
sotto la torre vigile dell’ora
ombra tra ombre disseccate al suolo
fui quell’istante esile nel soffio
che sulle smorte sillabe rimuore
quando nel vespro cadono le stelle
fui solo l’apparenza una domanda
pagina bianca inutile sospesa una promessa
per completare il tempo dell’attesa.
***
La gora rimescola i giorni
sospesi a una pendola bianca
tra occhi di melograno,
fessure tagliate di luce,
si screpola il gesto nel lento
naufragio dell’ora.
Mi slena il silenzio dei monti
cucito a memoria negli occhi,
l’immagine nera di un treno
che screpola l’ombra del tempo.
Si sveste la sera le mani di seta,
nel soffio rimemora il vento d’aprile,
sui campi profumi di stoppie.
Attesa lunare distesa sul fiume
che inonda silenti bambini
in attesa, profili di donne
supine nell’ultima luce.
***
Non lasciarmi parola
sopra aride spoglie
ramo inutile e vuoto
non fuggire oltre i deserti del fuoco
tra le lande pietrose della negazione
o nella palude dell’indifferenza
(il giorno batte le sue ruote
e la sera affonda
nell’implacabile violenza degli astri)
non recidere la radice
che ancora mi trattiene
nella lacerazione
di oscuri cunicoli
per risalire a vie chiare
nella contemplazione
della mia della tua sofferenza
nel fuoco o nel tormento
della tua significazione
(schegge di luce sferzano l’alba
e il sole trabocca
nell’incerta reliquia del giorno)
non vuota non sola
ma limpida
acqua di pura sorgente
al silenzio
alle nevi perenne
ritorna
non disabitata
all’essenza suprema
***
Sono tornato qui, tra queste crepe d'erba
e ginestre, dove solo intagli di memorie
trafiggono il cerchio di luce che fugge
all'orizzonte, qui dove siedo memore
di spazi mai posseduti, con queste mani
aperte che bevono un tramonto di pensieri,
con questo cuore impaurito di preghiere,
qui dove stride solitario un corvo sopra
spelonche ripide e ondeggia sopra l'ombra
nera del fiume. Esule pensiero di memorie
trafuga questo istante nello sbadiglio pallido
del sole che si insacca. Qui sono nato,
o forse mai. Nasce chi cresce nella sua
terra e vive e poi vi muore. Io no.
Mi portò esule il vento per ragnatele
di strade, dove già tanto era fermarsi
un poco per sostare, eterno forestiero
ad esplorare palpiti vivi nelle rughe
del pensiero, viandante sopra lidi
di emozioni solo sfiorate con gli occhi
addormentati a raccontare storie
sepolte seminate nel vento.
Si piega sopra il borro, fantasma di memorie,
la quercia secolare con le grosse radici
che gonfiano da crepe e soffia il suo lamento
nel vuoto che risale.
Sprofonda la badia il suo silenzio.
Tace e un tormento sale dal profondo,
esule ancora, dalle membra stanche.
Per chi non ebbe soglie da varcare,
sconosciuto viandante, il tuo riposo
è solo là dove vedesti il sole che non
ricordi, o spiagge che non toccasti.
La marea porta sempre alla deriva
e ciò che resta è solo la memoria.
Profuma anche il silenzio il tuo ricordo.
***
Mi dilaga nell’animo la selva
dei pensieri tra spigoli di mura
di questo borgo chiuso al suo silenzio.
Il freddo non dà tregua, taglia la macchia
brulla, scopre la montagna e scende
tra queste quattro case, screpola la pelle,
penetra. E oscure apparizioni lasciano
presagi incerti sulla selce ove gioca
un riflesso d’acqua e mutamenti.
Tempo che fu raccolgo dalle ceneri
del vento, grani di giorni uguali,
come uguale è questo sentimento
che preme come un lume sotterraneo
tra maceri di lacrime e di foglie.
Ciò che regna è un silenzio d’altri tempi,
di tenebre, di cose, oggetti sparsi
su una materia opaca, invisibile,
che il cuore non ravviva, muore.
Sono i piccoli specchi in cui si frangono
sembianze sconosciute, presagi
inafferrabili di cenere e di assenze,
è la parola oscura, senza voce,
eco perduta nella polvere e nel vento.
Il mio tormento è risorgere ogni istante,
tramutato, da queste oscure soglie,
è vivere e durare oltre quest’attimo.
"Bisogna sempre mentire al titolare", è questo uno degli imperativi, o meglio, uno dei consigli per l'esistenza, e la resistenza, suggeriti da Lina Salvi nel suo libro Abitare l'imperfetto, edito nel 2007 da La Vita Felice. La chiave privilegiata per entrare all'interno di questo libro, scritto con misura ma anche con passione, con un'esplorazione attenta e conscia degli universi dell'assurdo e del dolore, è, forse, proprio nel luogo più evidente, un po' come La lettera rubata di Poe. Il codice di lettura è in quel vocabolo sistemato in bella evidenza sulla copertina, nel titolo: quella parola ineludibile "imperfetto" che reclama un'analisi, un confronto. Partendo dalla coscienza della precarietà dell'esistere, fallace, sospesa sulla corda che separa il tragico dal grottesco, verrebbe fatto di individuare in modo netto, perentorio, l'identità del "titolare" a cui necessita mentire. Ma, come detto, l'autrice è attenta alle complessità, alle sfumature, alla coincidenza degli opposti. E' così allora che il destinatario delle vitali e salvifiche menzogne, può essere anche il tempo, o "quello strano movimento/ del cervello, il girare a vuoto/ nella sagoma di un coltello,/ la solita infiammazione di un nervo,/ un fuoco che pervade il cerebrale/ lo stare della scrittura su una gamba/ sola". La cura e la malattia, lo scrivere, il pensare, il fuoco della passione, rivestono in quest'ottica un ruolo duplice, ambivalente, come è giusto che sia, come in ogni poesia di spessore che sappia ragionare sul mondo ragionando su se stessa e sulle prospettive divergenti, piacere e dolore, bene e male, resa e tenacia, che costituiscono l'essenza di ogni individuo. I.M.
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LINA SALVI
testi tratti da Abitare l'imperfetto - ed. La Vita Felice, 2007
Abitare l’imperfetto
Affrontare la quarta fase
investire in ciò che siamo
non siamo, di verità avidi
sempre in bilico il sapere.
Bisogna sempre mentire al titolare
garbatamente dire,
infilare l’ago dolcemente nel punto
più dolente della gamba,
nascondere lo sdegno.
*
Mi spaventa il ritmo regolare
delle piante, le stagioni, sempre quelle
catena al collo
si potrebbe inventare, dire
di una sinistra variazione del tempo
qualcosa che sfugga suo malgrado
primitiva alla morte.
*
È uno strano movimento
del cervello, il girare a vuoto
nella sagoma di un coltello,
la solita infiammazione di un nervo,
un fuoco che pervade il cerebrale
lo stare della scrittura su una gamba
sola.
*
Resto comunque aggrappata
alla vastità di una pianura, al mare
d’oriente, a quel bacio inesplorato,
ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto
ci sarà dato, al secondo giro di vento,
al cenno sovrano del bicchiere.
*
La messa è finita
raccogli dunque il tuo pane
l’epifania del lago, i battelli
battezzati, un nome solo
a memoria.
La parola non è che
un corpo innaturale
pelle avida di sale.
*
Spingersi oltre questa sera
per netta conseguenza
dentro a un film
in uno spostamento d’aria di vuoto,
che ognuno porta con sé.
Conosco il male, ciò che hai lasciato
la necessaria violenza del sale
quel freddo che restringe
in un appello nominale, le arterie.
Socialità
La lettera giunse in dicembre.
La lettera parlava chiaro: non avevo
scelta dovevo partire, accettai contro
il parere di mia madre. La nostalgia
mi costringeva a lunghe telefonate
a faticosi viaggi, interrotti da turni
di lavoro, incomprensioni di colleghi
che dei meridionali non ne parlavano
mai bene, lei non mi salutò mai
con un bacio, con una carezza.
Desiderava che accettassi
l’aiuto di un parente o che tornassi a casa
il ragù che ribolliva sui fornelli
potesse amalgamare non solo la pasta!
L’ordine del giorno scivolava
apparentemente su argomenti più frivoli,
ero fidanzata, non ero fidanzata,
pensavo di esserlo a breve, mi vergognavo
della mia schiena, della sua cicatrice.
Alle sue domande reagivo come se non avessi
ascoltato, come se si fossero d’un tratto
interrotti i fili della comunicazione,
come se l’esistenza di un bisogno
mi procurasse un’emozione
dalla quale era meglio stare alla larga.
Riprendevo vigore, scatto assumevo
un’espressione inflessibile e statuaria, io
che senza una barra metallica conficcata
nella schiena non ero nemmeno in grado
di governare il capo.
***
Il nuovo colpo di grazia lo dovevo
alla nascita di un partito.
I miei connotati furono sfruttati
per stabilire nuove minoranze, diversità .
si parlò di federalismo, secessione, di come
saremmo stati ricacciati nelle nostre terre,
nelle nostre case, di come le nostre stereotipate
valigie di cartone si fossero dissolte al di là
del Po, nell’inevitabile scenario di
miseria, di sporcizia delle nostre città.
***
Il primario entrava da un ingresso
secondario, osservava la schiena
prescriveva radiografie, avanti
il prossimo paziente. Immaginai
solo la catastrofe. Erri mi lasciò.
Povero, non gli riusciva di vedermi
in quello stato! Il viso deformato
dalla mentoniera, le gambe rigonfie
dalla caviglia all’inguine
un corpo impossibile da esplorare
causa le sue forme, non perfette.
Non mi guardavo allo specchio
non mi piacevo.
Nel nuovo quartiere fui nota
con un appellativo, una sillaba
che nell’uso dialettale
valeva come sinonimo di diversa.
La pronuncia, dapprima labile
a mano a mano che la parola
prendeva corpo diventava più acuta
nel tono. Quell’insieme letterale,
apparentemente innocuo e privo
di significato, produceva su di me
lo stesso effetto del magma, dell’infuocata
massa terrestre di cenere e lapilli
che, sgorgata dal ceppo del cratere,
raggiunge valle portando dietro sé
fiumi,germogli,case.
"Nella parola piscina/ righeboe allunghe", scrive Alberto Mori nella lirica Il libro natante, qui proposta assieme ad altre variazioni sul tema con oggetto il volume, luogo di raccolta di parole e di mondi. Mi è sembrata suggestiva questa idea della parola come piscina, serbatoio fluido, mutevole, in grado di accogliere corpi fisici e pensieri, sogni, giravolte più o meno armoniche, e, di riflesso, forse proprio in virtù di questa effimera inconsistenza, qualche nuvola di passaggio dalla forma più che mai sfuggente e riflessi di luce, cangianti. Le varie immagini del libro rese metafora da Mori mi sembra che siano recipienti interessanti, vari, traboccanti di immaginazione, ma anche di ironia, di sorpresa, appassionata, di fronte alle varietà dell'ente parola, ora rigida e inaffondabile, ora soffice, in grado di andare sotto la superficie per un istante in cui il verso coglie il mistero del senso, o lo evoca, in una capriola, leggera, vitale, tenace, in grado di dare scopo al gioco tramite il gioco stesso: "Sul/ Proscenio Bianco/ Dissolvenza/ Incontro/ E/ Dunque/ Il punto/ Alla Levità/ Sospinto". I.M.
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ALBERTO MORI
testi inediti
* * *
Il libro natante
Intanto
corpi scivolanti
dalla soluzione dell'immagine.
Così
nella parola piscina
righeboe allunghe
durante nuoto in corsia.
Crawl improvvisi.
Braccia vocali ritte.
A dorso pagina
acqua addentratata
nel margine di lettura.
Poi
riemersione
a farfalla dell’occhio
verso lo stile libero dalla forma.
Alzando
Un poco
La copertina
Per quei
Gradi definiti
Dalle dita
Schiudendo
La controcopertina
Vedendo
Lo sfondo
Neutro
Al retro
Tornando
Ai corsivi
Scorrenti
Nel rettangolo biografico
La richiusa
Veloce planatura
Sulla pagina
Introduttiva
* * *
Il libro rinato
>Accade<
Attraverso
La cenere
Nei
Soffi Lineari
Sul
Proscenio Bianco
Dissolvenza
Incontro
E
Dunque
Il punto
Alla Levità
Sospinto
> Accade <
11.35
torna all’aria
in fiati clarini
note nubi
strati variati
soli spartiti
* * *
Il libro rivisto
Inizia
entra nella parola
dal bordo
percorrendo
il tratto
che va
in avanti
e
oltre
appare
e tu sai
avanzando
con la mano
spostare l’occhio
accanto
dove
questa parola
scomparendo
rivede