DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
domenica, 19 aprile 2009

INDEFINITO CANONE - poesie di Mirko Servetti

Contiene un'esuberanza vigilata, un lirismo conscio del peso del tempo, la poesia di Mirko Servetti. Nelle poesie qui proposte il linguaggio spazia con misura e padronanza dal racconto al sogno, dalla descrizione di stati d'animo all'analisi attenta, a volte ruvida, di situazioni e rapporti interpersonali. E' una scrittura, quella di Servetti, che ha piena coscienza di quanto sia presente e in qualche modo ineluttabile questa "età delle parole/ mutile di luce e superflue al cuore", e quanto sia crudo questo "inesorabile tempo presente/ senza suono e senza terra". Ma il suono, un'aspirazione ad una forma possibile di armonia, Servetti lo ricerca e lo attua comunque, con sentimento e tecnica, seppure per rappresentare, con onestà, una terra che soffoca e opprime o una donna che offre "amore di lupa che irretisce/ il doppio di me riflesso ai miraggi". Con nitidezza, ma non senza cuore e coinvolgimento, l'autore ci indica il luogo del non-dialogo, l'abisso avido di "quel dove che coltiveremo,/ killer e mandatari di noi stessi". Una poesia mai banale e scontata, quella di Servetti, da leggere apprezzando gli echi armonici, ben bilanciati, sul piano del linguaggio, e, simultaneo controcanto, la stringente attualità dei toni e dei contenuti. I.M.

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MIRKO SERVETTI

Indefinito Canone

 

Canone I

 

   

Eppure con l'età delle parole

mutile di luce e superflue al cuore,

supponevo le strade come reali

quando gli odori delle trattorie

stemperavano note di mandòla

e il pane stava avvolto nei lunari

di tanti cieli prima. Della Russia

da lavoro il nonno ne riportava

fatiche su meraviglie e la strada,

questa strada che mai si realizzava

dove la polvere nulla poteva

contro le bacche più rosse dei fiumi,

me la figuravo senza guardare

quel reale che potevo vedere

solamente alla luna di febbraio,

il mese in cui nei campi fa silenzio

anche il giorno e le notti sono immense

e recinte da macchie d’erba medica.

 

 

 

Canone II

 

  

 

Dunque le mareggiate senza vento,

rare come una sorsata di pioggia

pure se i tuoni promettono imprese

affatturanti e si cerchi riparo

col consueto travaglio d’ogni fine

licenza. Ma l’annunciato furore

non è che una città di mezzo agosto,

inesorabile tempo presente

senza suono e senza terra ma lacrime

tramate dalle stelle, poiché il canto

sciolto in freddi rivoli non insinua

incontri di regolare scadenza.

E il cemento d’alta stagione, unito

ai candelieri della bassa riva,

spegne i contorni dei sigilli impressi

al sentore d’ogni nuovo equinozio.

 

 

 

 

 

Diadema del nulla

 

 Nel pieno delle tempeste lunari
 ogni terra mi discorre di te,
quando al mezzo della notte fragranze
d’aria scolpiscono effigi di sale
e tergiversano i proemi del cuore;
così dissimuli il tempo allo specchio,
 ora indossando la foggia invernale
sui cigli delle strade, ora schiudendo
 con apprensione i cassetti tarlati
dei ricordi che avevi conservati

tra le calze di seta e un sillabario
in un mattino che sfidava il sonno
nonostante le fradice percosse
del vento. Grande è infine la riserva
 marina che si estingue in squarci, nero
il tuo amore di lupa che irretisce
il doppio di me riflesso ai miraggi.

Dove quel dove che coltiveremo,
killer e mandatari di noi stessi…

 

 

  

 

 

 

Sequenza mobile

 

  

L’Occidente, al principio della fine,

si chiude nelle stanze circolari

che ti alloggiarono, bruna e febbrile

in un corpo che Dio non può sapere.

 

Il mito latino mi deglutisce

e mi disperde ai margini di te,

come un grumo di terra che si bagna

all’ annunciare delle fioriture.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:40 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: inediti, mirko servetti, indefinito canone
domenica, 05 aprile 2009

CENDRILLON - racconto di Lucetta Frisa

La prosa di Lucetta Frisa, con il materiale ampio e vario di citazioni, rimandi, collegamenti intertestuali, pone il lettore di fronte ad una domanda il cui senso è nell'atto stesso dell'interrogarsi, nell'esplorazione tenace di un dubbio fondamentale. L'acuto, brioso, teso, sorprendente racconto che propongo qui di seguito, ne è un chiaro esempio: partendo da una vicenda reale (riassunta nella nota fatta precedere al testo), seppure ai confini del credibile e dell'immaginazione, l'autrice ne esplora i sensi e controsensi, le verità e le menzogne, percorrendo quella sottile linea di confine che unisce e separa l'assurdo dal sensato, la lievità libera dall'oppressione dei dati di fatto. La letteratura, evocata, creata, rimodellata, venerata e modificata, diventa un mezzo privilegiato per provare a sondare la terra di nessuno, quella zona priva di indicazioni e segnalazioni esatte, quella in cui dimora il senso ulteriore del viaggio, la direzione, se non la meta del cammino. Sempre senza pontificare, con una prosa lieve e ironica, sempre capace di unire la sostanza con un ritmo accattivante, Lucetta Frisa continua a portare con sé, nelle sue escursioni sui terreni della narrativa, i bagagli di una vasta cultura ma anche gli abiti lievi, da turista disposta a prendere atto delle sorprese e delle meraviglie del mondo e della parola, sperando costantemente nell'attimo in cui le due dimensioni si sovrappongono in un istante, prezioso, di bellezza. I.M.

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CENDRILLON

racconto di Lucetta Frisa

N.d.a:

Nell’anno 1697 si scoprì un delitto compiuto da Pierre Perrault Darmancour, figlio di Charles Perrault, nella persona di un giovane sconosciuto. Ne seguì un processo. Per ottenere la protezione della corte durante il processo, il padre avrebbe pubblicato, con il nome del figlio Pierre Perrault Darmancour, il volume di racconti intitolato Histoires ou comtes du temps passé avec des moralités,  dedicandolo a Mademoiselle, la nipote di Luigi XIV. Pierre venne graziato. Tre anni dopo, partì per la guerra dove perse la vita. Le favole di Charles, con il titolo Les comtes de ma mère l’oye sopravvivono fino ai nostri giorni. Il guitto napolitain che avrebbe tradotto in francese il capolavoro di G.B.Basile, è vissuto solo nella mia immaginazione.

 

 

   Parigi: luglio 1697, notte alta.

   Nel salotto non filtra una bava d’aria. L’atmosfera è afosa e cupa : due scrittoi, uno ordinato, l’altro invaso dai fogli. Brocche d’acqua. Candelieri accesi.

   Qualcuno bussa.

   È il valletto che, mezzo addormentato, annuncia:

   - Monsieur, il viaggiatore che attendevate è qui.

   - Entrez!

   Monsieur tiene in mano un mouchoir di pizzo chantilly per detergersi le perle di sudore che colano giù dalle tempie strette e sventagliarsi un po’.

   Il viaggiatore, avvolto in un mantello nero pece, fa il suo ingresso silenzioso e felpato. Respiro ansante, alito non aristocratico. E’ senza parrucca, i capelli folti e nerissimi, sono incollati al cranio. Cinque giorni di viaggio da Avignon e neppure una sosta.

   No, non bisogna aver pietà per quelle ossa maltrattate dalla corsa su carrozze scomode e arrugginite con cavalli moribondi: nessuna pietà per il sonno arretrato e quel sudoraccio puzzolente. Monsieur ha fretta. Non si alza come imporrebbe il dovere dell’ospite. Dice solo, indicando col lungo mignolo un’ombra smilza, alla sua destra, china sullo scrittoio affollato di carte:

   - Questo è mio figlio Pierre Perrault Darmancour, che prenderà qualche appunto. E laggiù - il lungo mignolo devia di pochi millimetri dalla traiettoria - c’è dell’acqua, se volete.

   L’uomo si toglie il mantello. Altra puzza, più intensa e diffusa, stavolta. Fa circolare per la stanza uno sguardo nerissimo come tutto il resto. Si versa rumorosamente da bere, mentre Pierre Darmancour tossisce, si accomoda meglio sulla seggiola, comincia a intingere la penna d’oca che ha un lieve soprassalto entrando nell’ampolla dell’inchiostro.

   Rimangono in attesa, la penna, l’inchiostro, il foglio e Pierre Darmancour, il cui volto è abitualmente pallido ma ora è addirittura cadaverico sotto la luce delle candele.

   Lo sconosciuto si abbatte nel fauteuil con uno schianto. Fruga dentro un involto che nasconde sotto il mantello, ne estrae con cura un libro vecchio, di media grandezza, rilegato in pelle da poco prezzo. Lo posa con delicatezza sul palmo della mano sinistra e mentre la luce del candeliere gli serpeggia sul volto che Monsieur giudica intollerabilmente vulgaire per la carnosità delle labbra e lo spessore allargato del

 

naso, lo apre con solennità. Poi solleva la mano destra come a dirigere un ensemble di viole e violoncelli, fa un sospiro in tre tempi e con tono basso ma vibrante, inizia:

 

   LO CUNTO de LI CUNTI ovvero LO TRATTENIMENTO de PECCERILLI di Gian Alessio Abbatutis, detto GiovanBattista Basile, in Napoli 1634, Jornata Prima.

 

   - Un momento, - interrompe Monsieur, tirandosi i baffi aguzzi come vibrisse - mi assicurate che l’autore è morto da trentacinque anni?

   - Uì, Messiè - risponde il napoletano.

   - E che l’opera omnia è postuma?

   - La sorella Adriana la fece pubblicare due anni dopo la sua morte. Ma mezzo sconosciuta è rimasta. Parola mia, Vossia…pardon, Messiè.

   - Mi assicurate che siete l’unico su questa terra a possedere l’unica copia rimasta dell’opera?

   - Uì, Messiè, parola mia. Avete avuto le giuste informazioni.

   - Et vous, com’è che sapete il francese? - chiede infine Monsieur Charles Perrault con malagrazia, al termine dell’interrogatorio, con lo stesso tono indagatorio e diffidente.

   Neppure lui si ricorda con precisione il nome e l’aspetto di chi gli ha confidato nella massima segretezza e dietro un sostanzioso compenso, come un certo Giovan Battista Basile, vissuto in Italia presso le piccole corti della Campania, avesse scritto comtes très intéressants. Racconti ascoltati dal popolo e in seguito trascritti, rinventati, arricchiti di particolari, per divertire i suoi signori, ma…hélas! En langue  napolitaine.

   Aveva messo in atto una serie di strategie, con informatori e spie, che si depistavano l’uno con l’altro, ingarbugliavano le notizie, fino a giungere all’uomo chiave: un ignoto guitto napoletano, figlio illegittimo e rinnegato di un nobile decaduto, ma buon amante delle parole, sia parlate che scritte. Su un carro di Tespi si era allontanato da Napoli, salendo per tutta l’Italia, portandosi dietro altri girovaghi, rimaneggiando vecchie commedie a uso e consumo dei suoi attori e di un pubblico sempre diverso. E  girando e rigirando per le piazze italiane era arrivato fino in Provenza dove attori, teatro e girovaghi stanno di casa, vi aveva fatto fortuna e imparato il francese. Un guitto napoletano che possedeva il libro originale di Basile e vi attingeva per tirar giù canovacci alla buona.

   Questo gli conferma adesso il napolitain in persona che continua ad asciugarsi fiumi di sudore davanti a lui con un orrendo foulard sbrindellato storpiando la sua bella lingua francese fino a farlo imbestialire.

   - Provate a leggermi qualche pagina di Monsieur Abbatutis - ordina Monsieur Perrault e si assesta più comodamente nel suo fauteuil.

   - Antonio di Marigliano ped essere l’arcifanfarode de catammare cacciato dalla mamma, se mese a li servizie de n’uerco…

   - Comment? - interrompe la voce stridula di Pierre Darmancour Perrault, finora muto come un sepolcro, ma con la penna sempre in aria intinta e rintinta tante volte nel calamaio senza avere scritto una sola parola.

   - Traduco subito, Messiè, statevi bbuono…- dice il napolitain fermando in aria quella sua mano così volatile che accompagna le volute barocche del racconto.

   - Antonio di Maragliano, cacciato dalla mamma perché è il capintesta degli scemi, si mise al servizio di un orco

   Perrault si tira le vibrisse in segno di soddisfazione, mentre quel traduttore-traditore legge infervorato, addentrandosi nei sapori della lingua del Basile e traducendola con una certa maestrìa in un francese accettabile. Di tanto in tanto emette un Ah, bon, sorride e ride malgré soi, perché già si immagina il suo successo, proporzionale al divertimento di Mademoiselle e di tutta la corte riunita a cerchio attorno a lui che di sera, avrebbe letto a voce alta quelle favole.

   Anche Pierre ha deposto la penna inutilizzata, se ne sta con le orecchie tese, a braccia conserte, più cadaverico che mai.

   Poi Monsieur smette di divertirsi e comincia a pensare. Una domanda gli guasta la festa, gli trapana il cervello.

   Come essere sicuri che questo incontro segreto rimanga tale?

   D’accordo, Napoli è lontana e l’unica copia de LO CUNTO de LI CUNTI è lì, nelle mani del presente guitto napolitain che si agita come solo i meridionali italiani sanno fare. Ma… già si è saputo che lui, Charles Perrault, Accademico di Francia, ha attinto qua e là, per le sue fiabe, da LE PIACEVOLI NOTTI de Lo Straparola, in  una traduzione francese…Ma adesso, Parbleu, nulla deve trapelare di questa visita notturna, di questo attore-traditore che ha portato qui, fino in casa sua, il  libro tanto straordinario di Monsieur Abbatutis, vulgo Basile. Che opinione si farebbe la Francia e il mondo intero, di un accademico di Louis XIV che scopiazza le sue fiabe da un ignoto écrivain napolitain?

   -  Bon, - taglia corto Monsieur -  Voi mi dovete tradurre questo libro. Anzi, mi hanno parlato di ben cinque volumi, se non erro. Donc, il tempo stringe, l’estate è al suo culmine e io ho fretta di pubblicare. Quando tutto il lavoro sarà finito, sceglierò quelle trame e quei particolari che più mi piacciono. Sarete pagato bene per questo servizio. Ma sarete pagato di più per il silenzio. Nessuno, mai, dovrà sapere del nostro incontro di questa notte.

   - D’accordo, Messiè.

   - E voi dovrete togliere dal vostro repertorio le commedie che si ispirano a quelle di Basile. Sarete pagato ancora molto di più per questo. Ma guai a tradirmi. Ho le mie spie.

   - D’accordo, Messiè.

   - Sarete alloggiato a casa mia. Avrete ogni conforto: vitto abbondante, abiti decenti, una sgualdrina per i vostri bassi piaceri. Lei non parlerà, è muta, né potrà scrivere, è analfabeta. Ma, ripeto, nessuno, al di fuori di me e di mio figlio- e di quella sgualdrina - dovrà sapere del vostro soggiorno qui. Detterete a voce la traduzione dal napoletano in francese, direttamente al qui presente Pierre Darmancour, mio figlio, che la trascriverà in bella copia.  Avez-vous compris?

 

-         Uì, Messiè ai vostri ordini, Messiè …Però adesso, vi prego di ascoltarmi -  fa l’attore, con un tono quasi perentorio, e i suoi occhi si accendono di una luce

luciferina - Questa storia dovrebbe piacervi in modo particolare. Si intitola:

 

   Il Sesto passatempo della prima giornata ovvero la Gatta Cenerentola.

  

   Già dalle prime battute Monsieur è rapito, il mouchoir di pizzo di chantilly si è bloccato a mezz’aria, il respiro pure. Solo le vibrisse tremano.

 

   Una notte di luglio a Parigi, nel 1697, Zezolla comincia lentamente a trasformarsi in CENDRILLON che lascia la sua vecchia casa napoletana e corre al ballo di un principe francese. Chi già la sta immaginando in questo modo, fa cenno con il mignolo a un’ombra smilza di avvicinarsi. L’ombra si avvicina, Perrault padre accosta le labbra all’orecchio dello spettro- figlio e bisbiglia:

   - Bisogna bruciare il libro appena tradotto. Mai visto, letto, ascoltato.

   - Oui, monsieur le père.- risponde lo spettro con un altro bisbiglio.

   Poi lo spettro indica col mento aguzzo il lettore-traduttore-traditore napolitain che, leggendo appassionatamente, non si è accorto di quegli spostamenti in platea, né tantomeno dell’espressione complice e perversa di due paia d’occhi che lo fissano, e aggiunge, con un sibilo ancora più impercettibile:

   -E di lui, che cosa ne faremo?

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:36 | link | commenti (17) | commenti (17)
categorie: racconto, lucetta frisa

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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