giovedì 2 aprile 2009, ore 18
sarà ospite
Curve di livello, MARSILIO editore, collana Elleffe- Lingue di poesia
di
Letture dell’autrice - Interventi di Elisabetta Liguori e Bianca Madeccia
Al violoncello Antonio Cavallo, all’arpa Carmela Cataldo
“Chiudiamo il libro avendo attraversato la densità di un'esperienza certamente adulta, pagine nelle quali si assume su di sé il tempo e il suo portato di scenari con energia e leggerezza e che hanno dietro l'eco della grande poesia, da Leopardi a Saffo al già citato Rilke.” ( Maria Grazia Calandrone, “La Mosca di Milano” )
Città di Castrovillari-Pollino , Violetta di Soragna, finalista ai Premi Lerici Pea e Pascoli.
Testi in voce su : http://oboesommerso.splinder.com/tag/progetto+lettura+55+aferramosca
"Non sogno più", scrive Nastasi in un verso di questa sua raccolta pubblicata nel 2008 da Lepisma. Con un verso altrettanto breve precisa, poco oltre, "prendo appunti". La negazione dell'attività onirica e l'affermazione di un'attività di pratica e metodica annotazione della realtà sembrerebbero delineare un chiaro e tutto sommato sereno discrimine, una scissione netta, un taglio pulito, quasi chirurgico. Leggendo i versi della raccolta di Nastasi, tuttavia, ci si accorge che, per dirla in termini pittorici, non siamo di fronte ad un taglio alla maniera di Fontana, ma, a sfumature, nuances, grumi corposi di colori di stampo, per così dire, impressionistico. Con molta onestà, con occhio e mano di poeta-pittore, Nastasi descrive lo spazio che vede e percepisce, avendo sempre, come amara consolazione e contrappunto, il senso del tempo che scorre, la visione che si fa inevitabilmente memoria, "le scarpe consumate dagli alberi/ i pensieri già esplosi come germogli". Ma in quella visione di un tempo attuale che si fonde al passato, c'è una consapevolezza a tutto tondo, gli occhi che subiscono una ferita di dolcezza, senza rinunciare alla ricerca di "un'altra pelle/ finalmente indivisa". Forse la poesia, forse la verità, o semplicemente l'intuizione breve e interminata di un senso che svanisce nell'attimo stesso in cui viene concepito, ma lascia, nonostante tutto, una traccia di bellezza. Ed allora l'affermazione di partenza dell'autore, "non sogno più", appare inesatta, contraddetta dalla trama dei versi, e dalla ricchezza immaginifica, semplice e suggestiva, degli appunti poetico-pittorici raccolti da Nastasi in questo suo libro con estrema cura e passione, sapendo bene che "non succede che ripassi altra vita". I.M
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EUGENIO NASTASI
poesie tratte da UN SOGNO GUIDATO - edizioni Lepisma, 2008
2.Se il dolore rimane e
non ingombra, più calma
la sorgente forma un lago
Ma quale cielo, quale inganno
di nuvole infedeli
coinvolge e placa di marzo
un corpo dilatato nelle cose?
E’ l’anima il suo sogno migliore.
antefatto
Su e giù nel tempo una notte
in veglia appostando un suono
di voci scivolate
nella somiglianza che le fa proprie
al buio,
sfogliate nell’intonaco e pallide
in attesa d’essere riconosciute.
Come piccole torce
a cercar sosta, si scoprono devote
al mio star male,
e come me
dopo ogni notte
tornano alla forma contorta
del loro natale
voci al telefono
Voci al telefono, lucciole
di fiato indistinguibile
appese all’orlo del mondo
in controluce, intensamente
vive di una loro
primitiva sequenza,
voci che mi attraversano e
dolorose dicono di esistere,
voci notturne
senza riposo agli occhi,
ferite dalla loro dolcezza,
piene di astinenza e un poco vinte
nel pallore della confessione,
con amore nelle mani
programmate per fuggire via.
Voci che in gocce
mostrano
la tenerezza del morire
per la vita che se ne va
dietro la vita
cercando un’altra pelle
finalmente indivisa.
ansia dei nomi
Vivere un’ansia di nomi non posati,
sentirsi clandestini dove il cuore
converge
in cerca di un riscatto,
tenere dentro la paura di chiamare
un nome
sapendo che nessuno risponde.
un sogno guidato
C’era un noce nella macchia
in collina
fichi d’oro e una pergola
d’ombre spandeva favole
con semplici rivelazioni –
c’era a settembre il gioco alle noci
che variava per numeri –
il tiro al tocco che appena ti segnava
rendeva incerta la mira –
c’era un mondo di cesti di tini
e grappoli ungevano riserve
di sere odorose e indulgeva
il nostro ruolo di infiniti fanciulli
che vedevano chiaro oltre i canneti
della fantasia –
c’erano pomeriggi estivi
di muscoli tesi
le scarpe consumate dagli alberi
i pensieri già esplosi come germogli –
c’erano distanze dietro tutti i cancelli
e il mare dietro le siepi – sempre il mare –
sapevano di more le carezze
e di petrolio gli occhi spalancati.
jonica
Andare senza respiro
dove il ficodindia urta la ginestra
e l’ astinenza più che un dono
è un vizio,
barattare un mattutino
all’angolo di strada
per smuovere tutta la solitudine
di una sola vita,
stringere il fiato nelle radici
d’inverno quando l’anima
indica un’onda di gabbiani
navigare sull’ erba tra gli ulivi
come se fosse prosciugato il mare.
prendo appunti
Ho creduto a storie
di timide sere
Un fuoco di mani
apriva mondi
e la carta della mente
non si asciugava mai
Stelle spandevano brina
con occhi di gelo
Il miele del vivere
consegnava pezzi di pane
come grani dell’ultima Cena
Ho creduto a uno sguardo dativo
All’opera che s’incarna
nel rimescolio degli uomini,
ai cortei alle fughe alle piazze,
ai sogni orizzontali,
al nostro canto libero, reduci
dell’oceano provinciale
Non sogno più da anni
vendo piccoli quadri dove un merlo
è più di un aquilone
Conosco il nome dell’erba settembrina:
ho ancora una penna,
prendo appunti.
la parte ritrovata
Dalla parte ritrovata, nella stanza
o nell’altro cielo,
si scoprono alchimie e false trasparenze,
umana mente di attesa e pazienza –
il vero non accade nel sogno.
Rimossa la pietra pasquale,
la rivincita dei sensi risale
da una finitudine perfetta.
Vivere di questa terra calpestata
dove i pensieri sono più dei gesti.
Non succede che ripassi altra vita:
questo il disegno che abbiamo
colorato, questi i contorni.
Se m’accosto vedo l’antico portone
e penso che di là c’è un’altra infanzia.
E' "variegato gioco d'intaglio" questa plaquette di Domenico Cipriano dal titolo emblematicamente complesso, "L'enigma della macchina per cucire", pubblicata dalle Edizioni L'Arca Felice e arricchita da un pensiero visivo di Prisco De Vivo. E' gioco d'intaglio, come la ricerca di una risposta all'ironico e ineludibile questito, come l'attività stessa di mettere parole a fianco di parole, pensieri a fianco di emozioni, dubbi, scampoli e frammenti di certezze, che, indossate e osservate allo specchio, danno corpo a nuovi dubbi. Ma la macchina umana, la mente, è tenace e ostinata, per fortuna. Così come nell'attività-necessità di tentare di dare veste alla poesia. E Cipriano, anche grazie all'amara e intrigante suggestione visiva di De Prisco, intesse versi che lacerano e ricuciono, aprono squarci di luce, anche grazie allo strumento antico e vitale del ritmo, la magia arcana della musica che si può ottenere, con passione, anche da una macchina indocile come la mente. In ritagli di visione di materia e suono, si ha davvero l'impressione di cogliere e sorseggiare "la solitudine dell'uva", e "gli abiti indifesi": quell'istante di illuminazione che risponde alla domanda di partenza, e all'interrogativo di sempre, nella sola maniera possibile: con una nuova domanda. Come la poesia. I.M.
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DOMENICO CIPRIANO – “L’enigma della macchina per cucire”
(con un pensiero visivo di Prisco De Vivo)
1.
Abbiamo una visione tumefatta delle cose
da qualsiasi lato giriamo la testa troviamo
aghi che ci pungolano gli occhi. Rigiri
il bicchiere che profuma colmo di vino
e sorseggi la solitudine dell’uva, qui
dove la terra si contorce e la curva in lontananza
nasconde il fascio affiorato del faro.
2.
Quanta dura scrittura scuce le mani
scortica mura atroci: amara impura
frase cercata oscura per la cura della
notte asfittica ricercata dalla veglia
sonnambula. Consesso di parole
ricuciono le doglie mattutine, poi
sotto l’acerbo sole sperpero le ore.
3.
Ho iniziato ad osservare i segni
delle rughe, mi soffermo ad ogni
aggrottarsi della fronte (sarà
la coscienza d’invecchiare).
Guardo i righi netti orizzontali
o brevi crucciati vorticosamente.
Quel variegato gioco d’intaglio
sugli abiti indifesi, la mano precisa
che ricuce la materia.