DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
sabato, 21 febbraio 2009

IL VOLTO QUASI UMANO - poesie di Paolo Valesio

Conciliare l'urgenza del presente con l'aspirazione a qualcosa che vada oltre l'attimo, far convivere il patrimonio ingombrante dei padri letterari con gli stimoli quotidiani di una società che tramite una "coscienza esterna e schiacciante" tende a spingere verso il basso, appiattendo, negando perfino l'idea delle nuvole, è un'esercizio arduo di equilibrismo. Per riuscire a non cadere, e a non corteggiare il sogno effimero delle ali, bisogna aver perfettamente metabolizzato la cultura, senza santificarla e senza smaterializzarla, e, dal canto opposto, bisogna aver avuto il coraggio di masticare i bocooni amari ma necessari del presente, dell'hic et nunc, senza farsi avvelenare o snaturare. Leggendo i versi de Il volto quasi umano di Paolo Valesio ho ricavato personalmente un'impressione di salda lievità, un passo sicuro che tuttavia non scorda di sondare bene passo dopo passo la corda di senso e di coerenza che tiene sospesi nel tempo attuale, salvandoci sia dal tonfo che dall'inconsistenza dell'aria. E' per questo forse che il quadro più bello, emblematicamente e suggestivamente indicato dall'autore, è "La sepoltura del conte di Orgaz", perché in quella conciliazione mirabile di tinte e nuances, ombre e luci, è racchiusa la sintesi dell'esistere e del resistere, l'ottica concreta e ideale in cui si può esclamare "non ho mai visto più vicini/ quelli del cielo e quelli della terra". Ombre e luci, guerra e amore, il divino e l'umano, le tinte essenziali che danno corpo allo spirito e vita al corpo, vengono tratteggiate con attenta precisione da Paolo Valesio nelle poesie di questa sua raccolta. Senza sperare in improbabili panacee, con consapevolezza onesta e lucida di artista, ma anche senza rinnegare la parola, la voce, la ricerca di un significato che trova il suo cielo e la sua terra nell'arco stesso del dire, nell'atto di essere presente, perfino nella rivolta contro un presente che "nel crepuscolo mentale" trionfante conserva forse, nello spazio vitale di un verso, "un sussulto di dignità". I.M.

-------------------------------------------------------------

PAOLO VALESIO

Il volto quasi umano (Poesie-dardi, 2003-2005)

 

Semivigilie

 

Quando si riscuote

nell’alta notte e sul basso giaciglio

nel soppalco di sant’Alessio*

(son da poco trascorse le tre)

chiama alla mente

il volto di qualche estraneo

che sia emerso nei giorni precedenti

dall’infinita visualità del mondo –

            il viso sdentato e montanaro

            di un benzinaro,

            una cameriera spìppola,

            un mendicante dilettante

            che gira in tondo in pantaloni gialli

            e passi di lupo

            sulla soglia del caffè –

a questo volto si avvolge e dice:

‘O diverso individuo,

raccontami le tue peripezie!’

Poi senza transizione (nessuna parola si è udita)

vede stesso e l’altra creatura

scambiarsi un rapido abbraccio

come i funzionari dell’altare

al momento salutatorio.

Quella frase, e lo scambio

del segno della pace

vengono ripetuti varie volte

nello spoglio teatro della mente

come prove in costume

prima che il sonno incertamente arrivi –

intermissione di coscienza

per le due ore

al mattino inoltranti.

 

13 agosto 2001

 

 

 

* Secondo la leggenda, Alessio alla vigilia delle nozze fugge della casa paterna e vi fa ritorno (dopo lunghi anni di esperienza ascetica), senza essere riconosciuto o farsi riconoscere; e là dimora in un sottoscala, come mendicante, per diciassette anni fino alla sua morte.

 

 

 

 

Dedicatoria

 

 

Alla memoria di mia figlia Sara (1968-2008)                                                                

 

 

 

Alla reclusa amata

           

 

      Il sole tramontante che corre dietro al treno

mi orla di sangue gli occhi

ma offre anche un tocco di dolcezza

e ricorre il pensiero

che guardo tutto anche per conto tuo

eppure non so

come possa a te recarlo.

Parlare l’uno all’altra

è impossibile ormai:

mi affido all'utopia –

vile o ardente non so –

della direttamente trasmissione

di pensiero a pensiero

ovvero alla preghiera orizzontale

traiettoria che unisce

gli esseri umani senza il verticale

eleva-mente a Dio

il quale ultimo

deciderà se raccogliere o no

questa preghiera

in fondo alla sua rete.

 

 

 

 

Treno Roma – Napoli

            14 maggio 2003

 

 

  

Longa manus

 

      Quell’alto americano nel cespuglio

entrando nella sua guerra invadente*

ha sollevato il braccio verso il cielo

senza pensare abbastanza

alla ambigua differenza:

era verso, o era avverso?

Da quel momento

è calato sul mondo un silenzio

in cui si teme-aspetta

che uno degli Arcangeli di Dio –

Michele o Gabriele o Raffaele

ma sopra tutti Michele –

alzi il suo braccio.

 

Laghetto

29 settembre (Festa dei Santi Arcangeli) – 30 settembre 2003

 

 

 

 

* In primavera era cominciata la guerra in Iraq.

 

 

 

 

 

       

Preghiera della torera

 

                                                      Per Pedro Almodóvar

 

      Ti aspetto inginocchiata sull'arena

prego le mie mammelle

costrette nel corpetto

prego le mie spalle larghe

sotto lustrini e mostrine.

Ecco irrompi, toro – locomotiva

della coscienza esterna e schiacciante.

 

 

 

    

Punto di domanda

 

"L'amour va-t-il vers l'aimé pour se confondre avec lui, ou

va-t-il vers l'amour pour l'accueillir et le donner sans fin?"

(Jean-Louis Chrétien)

 

      Resta incerto di fronte alla risposta:

soltanto sa

che l'amore salta in un tempo stesso

(come un salmone

che abbia perso la testa)

verso la foce e verso la sorgente

e in questi pazzi salti

scavalca a rotta di collo

la puntualità di ogni rapporto.

 

      

 

La sepoltura del conte di Orgaz

Per El Greco

 

      Qualcheduno mi ha chiesto nella notte:

“Qual è quadro più bello

che tu abbia mai veduto?”

E senza esitazione io ho risposto:

“El entierro del conde de Orgaz”,

perché non ho mai visto più vicini

quelli del cielo e quelli della terra.


   

 

La nolontà di dire

 

      Ogni giornata è corta eppure porta

un mutamento di ondate grandi

ma lo sforzo di farne altrui partecipe

si dissolve in naufragio

e la mistica aspirazione

di raccontarlo all’Altro

sopra di sé ripiega

sconfitta dal pensiero

che il pensiero divino è tanto svelto

dunque la onniscienza

può anche apparire come indifferenza

perché visiona tutto in un istante

e allora nulla resta interessante

così che forse la cancellazione

di qual si voglia comunicazione

è la sola e povera possibile risposta

ma così nel crepuscolo mentale

non sai più se questa è umiltà

o un sussulto di dignità

o la pericolosa illusione

di dominare il mare

dentro te quasi fossi un mezzo-dio.

 

Biblioteca “Sterling”

19 agosto 2005

 

  

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:14 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: scritture, inediti paolo valesio
sabato, 14 febbraio 2009

IL SOFFIO NON PLACATO - inediti di Francesco De Girolamo

In questi versi inediti di Francesco De Girolamo, articolati in due Movimenti distinti e tuttavia complementari, ho percepito una tensione interna, una ricerca di senso, una volontà mai doma di porsi le domande nel modo giusto, perché, non di rado, in un'epoca in cui le risposte sono comicamente e maledettamente inadeguate, l'arte di chiedere, di interrogare, interrogandosi, è la sola risorsa e la più impellente necessità. La tensione che percorre e rende laceranti i versi di De Girolamo lo porta ad impegnarsi in un tiro alla fune con la struttura stessa del verso, esteso fino ai margini estremi, ai confini della prosa. Ma la forza della poesia autentica vince la contesa, e il bisogno di raccontare una storia si innerva nel corpo di una poesia moderna e attuale eppure ancora fertile di echi classici, nella forma, nel tessuto di assonanze e consonanze che chiedono a viva voce al mondo un perché destinato a non avere eco, se non "nel cerchio delle ombre che non hanno più vita". Le vicende che De Girolamo racconta descrivono situazioni estreme, attimi senza tempo in cui la violenza nega la natura stessa dell'umanità, gli stupri ai danni della vita che si consumano nei teatri della storia, con o senza la fatidica S maiuscola, nei meandri di "in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo, /il soffio non placato dell’insondabile notte". Questi versi di De Girolamo confermano che esiste anche "un soffio non placato" che non si stanca di esplorare, che non ha paura di percorrere le vie del buio con occhi aperti e parole che non smettono di scavare nella nebbia e nel fango dei tempi e dei cuori, per trovare, magari, uno sprazzo vitale di luce. I.M.

------------------------------------------------------------

  FRANCESCO DE GIROLAMO

Due Movimenti

     (Inediti, 2008)

 

 

 

 

                MINUSCOLE SPINE

                                                      - Basso lontano -

 

 

Svanisci, limpidezza, da questo sogno imberbe,

a diradare il fumo con venti caldi

da dove i cieli si levano piano,

senza cadere a capofitto nel vuoto.

Splendore cupo, che seguivo con gli occhi

lungo il mare, quando inerme piangevo

senza sapere il perché, o sapendolo bene;

forse anche più di ora, che non piango

se non di velenose, minuscole spine.

Chiarore informe, infetto, che mi donavi

un’ora spuria di quiete, troppo vicino

al tuo dolcissimo lete, come un osso

gettato ad un cane, perché non latri forte.

Torpore maledetto, nascosto sotto il cuscino,

che mi assalivi nel letto, come un assassino,

e liberavi il buio dalla paura; certo,

ché la paura eri tu, di ogni livido gesto;

e con cura mi riportavi oltre, dove finivo

di assaporare il segreto del tuo silenzio

dorato, come racchiuso in un nido

di tiepide braci, una capanna ovattata

di croci, di un legno tramato e lieve.

Sopra di me vedevo il regno fiero

della tua promessa, il tuo manto dischiuso

sul mio capo; ed ero tutt’uno con te,

come una dama fiera di soggiogarsi al suo re,

come se nel mio sangue scorresse segreta

l’ondosa asprezza della tua saliva,

e le mie lacrime luccicassero del seme tuo

per benedire il nulla spietato che preme

su dalla gola di chi non ha che un ben misero

incanto da custodire tra i suoi gualciti panni.

Oh, quante volte mi sarei perduto

senza il tuo grigio lampo! E svenduto

nella speranza di essere creduto un altro,

che afferrasse le cose ed avesse la forza

di camminare sicuro e guardare sereno,

come i ruvidi eroi dei film da cento lire,

alla sala parrocchiale, frugando nei calzoni

di un compagno di scuola che diceva:

“Dai, continua, non farti pregare!”

Per poi negarsi, nella menzogna più vile.

E quelle cento lire erano il prezzo di un giuda

imbellettato sul sedile, per venire a sputarti sul viso

la sua arte d’inganno più cruda, la fierezza virile

di ogni bestia più uguale a una bestia normale.

E poi, tornato all’aria, rinnegandoti anch’io,

per un letto accogliente di chiare memorie,

soffici, calde come in un sole blando,

prima che si inarcasse il volo, prima

che tutto fosse nemico di tutto.

Odiosa vanità, trascinarti nel fango

fu la mia insperata vittoria,

fu la mia vera gloria, ora che ringhio

di gioia feroce nel saperti finita

nel cerchio delle ombre che non hanno più vita.

 

   

 

                   OVUNQUE FERITO

                                                        - Sospeso leggero -

 

                   

 E’ già un soffio quel ringhio; e già un riflesso

 di quel tonfo lucente rifrange sordo, mutato negli anni,

 spoglio di inganni, in un dolore tenue come quando

 i denti, giù in fondo al palato, sono ancora di latte

 e la pelle profuma di fragrante sudore, ed il seme affiora

 mai veduto, inatteso, nell’anno del primo dio; non sai

ciò che sembra crescere occulto, ma avverrà

che il “mai più”, forse, possa chiamarlo “ancora”,

dove trova ristoro ogni spasimo, ogni assurdo rimorso,

giacché forse non è questo il perdono, la sorte, il sogno espugnato,

la disdetta, il destino domato,  l’insondabile pegno del ricordo

che in un cieco abisso tiene la piccola furia di nuovo assopita. 

E allora? E’ tutto qui, proprio davanti a te, ma gli occhi non lo afferrano,

lo nasconde l’aria nuda, arsa come i frutti feriti dal sole di luglio,

che all’orizzonte affonda la sua lama nel maglio dell’onda.

Puoi correre a gridare che non sarà mai più molto, per te,

e gioire come ogni uomo, alla fine della sua attesa.

Oppure credere in silenzio che un altro ti vedrà

e manterrà il segreto che tu non oserai mai rinnegare.

Ovunque ferito. Non ascoltare altra voce. Entra nel vuoto

ad occhi chiusi, come un’ombra lambita dal velo dell’alba,

le mani tese verso l’aria fresca del vento che ghermisce polvere e oro.

Ovunque conduci la tua stella catturata, il tuo nuovo occhio

che vede oltre il sangue e non teme che lo vinca l’oscura

piaga, che lo spenga paura, che lo trafigga, quindi,

in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo,

il soffio non placato dell’insondabile notte.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:54 | link | commenti (12) | commenti (12)
categorie: movimenti, inediti, de girolamo
domenica, 08 febbraio 2009

ERAVAMO CIECHI E RESISTENTI - poesie di Maria Attanasio

"Eravamo/ ciechi e resistenti", scrive Maria Attanasio nei versi qui proposti tratti da "Amnesia del movimento delle nuvole", edito da La Vita Felice. Ciechi e resistenti, ossia ciechi ma resistenti: condizioni che appaiono quasi in rapporto ossimorico, intrinsecamente contradditorio e conflittuale. Non è così. Si può e si deve resistere, nonostante la cecità imposta, suggerita, inoculata, esaltata tramite spot mirati, pubblicità occulta e palese. La cecità, e l'atteggiamento ad essa correlato, il silenzio, vengono santificati sugli altari di mille voci ronzanti attigue ai palazzi dove si annida il potere. Si può resistere, i versi di Maria Attanasio lo dimostrano con ampia, ritmata, possente evidenza: tramite la scrittura, tramite la ricerca di senso, complessa, intricata, a volte deliberatamente dislocata, arabescata, diretta per mirabili e vitali volute verso le due mete salvifiche da conservare e da ricercare fino all'ultimo filo di fiato: la verità e la bellezza. Anche quest'ultima conciliazione, essenza della poesia di ogni tempo, ma anche di ogni vita che pretenda di avere un significato, è resa pratica attiva dai versi della Attanasio. Attraverso una poesia che racconta, affabula, conduce a visioni spesso crude ed estreme, ma sempre percorrendo vie assolate ed autentiche, quelle delle campagne siciliane, ma anche le arterie della Mitteleuropa. E' poesia mediterranea ed universale, radicata nello spazio concreto e nel tempo, "nel mondo delle epoche", il cui senso è nel dolore ma anche nella rivalsa, nella sete di giustizia umana, conscia e innamorata della vita, nonostante tutto, a dispetto delle ferite della storia e della contemporaneità. Leggere i versi di Maria Attanasio è un piacere estetico, di natura ritmico-musicale, ma anche un atto di intensa presa di coscienza, rabbia, amore, passione civile senza retorica, per tramutare le amnesie in memoria, in presenza viva. Con molto piacere inserisco in questo spazio di volo letterario una poesia legata al sangue e alla linfa autentica della terra. I.M.

--------------------------------------------------------------

MARIA ATTANASIO

Da Amnesia del movimento delle nuvole (Ed. La Vita Felice, Milano, 2003)

 

In fuga, a branchi

 

Risalimmo le lettere del libro

il mistero della luce a spirale

nella stanza – a branchi, in fuga,

non si sa da chi da quanto- ribaltando

il silenzio in algido fondo

astrale.


* * *

   

 

Nel mondo delle epoche

 

Nel mondo delle epoche echeggiavano risate

vibrazioni come tuoni tempeste in lontananza

erano invece i parlanti -guerre epidemie campi

minati e campi di sterminio- avremmo voluto

soffrire per quelli, portare un qualche aiuto

-Spartaco a Roma è crocifisso- eravamo

ciechi e resistenti: grumo afasico e incolore

che non volendo era.

 


* * *

    

                    …odiavo l’inverno

                 

                  …odiavo l’inverno e mi dispiacque

essere ameba nella notte antartica

-sorte di banco in banco acuminato

letargo- aspettando tra le tempeste

che Magellano doppiasse Capo Horn

o che un qualche animale sulla tolda

mi metabolizzasse in balzo di tigre

nella savana. Al buio continuai la mia corsa,

poi gli occhi vicinissimi allo specchio

verdi, radianti…


* * *

 

La sedia che la sua mano…

 

La sedia che la sua mano impagliò

e disperse le sue tracce

tra il bianco delle infermerie il freddo

dei notomizzati nel buio lessicale

che fu

schianto di temporale tra gli agrumeti,

estate di fumo nei campi del quaranta.

Arbeit macht frei.

 

 

 * * *

  

..di colpo la parola smarrimento…

 

…di colpo la parola smarrimento subito dopo l’altra

seicento -facili rime assonanze mi dicevo nel sonno-

affondando tra i liquami nel lazzaretto di Palermo

dove fui medico della Gran Corte –di nome Ingrassia-

con infusi alchimie salvavo dalla morte gli appestati,

l’anno dopo da ignota mano avvelenato a corte per invidia…

                                                                                           …morivo

a poco a poco risalendo tra le strade di Parigi sul finire

del secolo dei lumi Viva Saint Just! Viva Robesbierre!

Fu sentenza di morte. Sulla carretta  verso la ghigliottina

domandai chi fossi al Capitano Giustiziere indicò

nel folto di una schiera un ragazzo imbottito di tritolo

in Palestina, e un’altra, lapidata…

                                                       ….nel frattempo ero già morta…

 

Era la notte del diciannove giugno del 2002: non sapevo chi,

in quale modo ero.


 * * * 

 

Un attimo uno solo…

 

Un attimo uno solo -assoluto

in cima al campanile- luce

di sofferenza intelligente

che tace nell’occhio del mattino

senza scissure fraintendimenti

si guarda e non si riconosce,

il dio imperfetto, la grande amnesia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:14 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: maria attanasio, la vita felice, editi, amnesia del movimento delle nuvo
mercoledì, 04 febbraio 2009

MANIFESTO POESIA FENICEA - di Massimiliano Antonucci

Conosco da tempo la passione di Massimiliano Antonucci per la poesia, quella autentica, spesso scomoda, tagliente, vera. Massimiliano mi ha recentemente inviato questo suo "Manifesto della poesia fenicea". Essendo anche un brano di prosa poetica ben scritto e capace di generare suggestioni, lo inserisco volentieri in Dedalus, sperando che possa dar vita a un dibattito e ad un confronto sul testo specifico e più in generale sul senso, la ricerca, la meta e la strada della scrittura. Chi desiderasse qualche notizia in più su Massimiliano Antonucci e sulla sua dichiarazione di poetica può cliccare su www.massimilianoantonucci.it . Per quanto mi riguarda pubblico qui di seguito il suo grido appassionato e possente rivolto alla poesia vera e a ciò che l'autore ritiene il suo esatto contrario. A presto rileggerci, I.M.

-------------------------------------------------------------

MANIFESTO DELLA POESIA FENICEA

di Massimiliano Antonucci

 

 

“Certi poeti rappresentano la realtà

ma questo lo sanno fare tutti.

L’unica lirica in grado di saziare lo stomaco

zampilla acqua e sangue

come una gallina azzannata da una volpe.

Uno scrittore vero s’infila tra le gambe un pugnale

per segnare un suono ignoto”.

 

Capita che guardi e veda acqua. Le ombre dell’Arno si muovono dentro di me dove si trova sempre presente una dimensione parallela a quella del vivere giorno per giorno. L’acqua è una forza che mi perseguita e mi spezza la schiena, si nasconde ma alle volte fa di tutto per emergere in maniera prepotente sotto forma artistica: una sorta di ribellione e riscatto, una potenza vitale che mi rende elettrico come una gatta prima di mangiare. Nella sua voce si nasconde rabbiosa una disperazione fatta arte. Altri poeti hanno preferito scorciatoie, mezzucci per allietarsi l’esistenza, ma hanno finito per produrre una falsa forma di bellezza. Se sei poeta non sei facchino o imprenditore, non sei avvocato, impiegato o macellaio. Sei ladro. Un ladro che ruba dissonanze dentro le perfette costruzioni della mente. E mentre la notte mi invade con una continua richiesta di morte e di rinascita, lo spirito mi viene addosso in una vestaglia di raso rosso e il suo calore è più appagante di mille vittorie. Non abbiamo bisogno di una vita cauta ed infelice. Non abbiamo bisogno di una felicità vuota alla quale tutti possiamo ambire. Abbiamo bisogno di sentire. Di emergere. Per le strade noi vaghiamo oltre l’istinto in situazioni ai limiti della percezione, in luoghi apparentemente sconosciuti dove bruciamo, bruciamo sempre insieme a moschee piene d’odio e a cattedrali dorate che inneggiano falsi dogmi. Adesso che stiamo per scrivere l’anima della notte giunge e si mostra subito irrequieta. La notte ci invidia.

 

Nessuno è in grado di accedere alla propria realtà interiore senza avviare un processo di conoscenza profonda che inizia

quando lo spirito s’impone sulla rozzezza della materia.

 

La poesia fenicea scaturisce dalla tensione prodotta dall’uomo-poeta che urta la materia e si oppone alla mediocrità

che non vede  prigioni.

 

Lo sforzo creativo dell'uomo supera tutte le prigioni della mente costruite sotto il comando impietoso della paura

attraverso una differenziazione dell’individuo dallo status quo.

 

Il feniceismo rappresenta un movimento artistico di rottura verso quei comportamenti istintivi che preservano la propria natura dal distruggere le certezze mai discusse, sviluppando nel poeta una ricerca intuitiva che affonda oltre l’assetto consolidato

dell’ordine sociale.

 

Gradino dopo gradino il poeta si inoltra al di sotto della soglia del logico per superare gli argini dell’essere statico e le allucinazioni indotte dalla falsità del vivere: egli è nella oscurità, oltre i simboli del giorno, dove è il baratro in cui si trova originario ed intatto

un personale senso di verità.

 

La sensibilità di questi scrittori della vertigine si muove verso la scaturigine del bene e del male che compare dentro di sé.

 

Il potere di penetrare tra le ombre dell’esperienza li rende abili a trascendere il visibile; essi stracciano le vesti alla bellezza per imbattersi in quella verità che solamente il corpo ha il potere di raccogliere, nascondendola.

 

Sudore bile lacrime seme sangue plasmano il suono di un nuovo lirismo che non indietreggia al buio, anzi lo attraversa nel segno

di un linguaggio ruvido e non uniforme.

 

I poeti fenicei sono deliranti uccelli senza respiro che trapassano le vette del meraviglioso e profanano le profondità del fantastico

per rivelare l’oscenità di una forma di coscienza primordiale.

 

Tutti  quelli che creano senza sapere il motivo, tutti gli invisibili, gli emarginati e gli inconsapevoli che  vivono l’arte come una possibilità di redenzione, che rimuovono l’illusorietà dalla finzione poetica e non sanno ancora a cosa appartengono, fanno parte di questo movimento e sono detti poeti della fenice.

 

Il mondo ama l’arte ma odia l’artista che afferma la sua unicità su ogni metodo e tecnica.

 

Chi non vive la condizione di diversità non può capire la dimensione eroica dell’esistenza che traduce la frantumazione della regola

nella formazione di uno stile che aderisce alla più autentica individualità.

 

L’artista si denuda senza compiacersi.

Mettere il trucco sopra i volti non è suo affare.

 

Se sapesse farlo non riuscirebbe ad abbracciare l’Osceno.

L’esercito della scimmia è contro di lui, l’umanità lo ripudia.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:20 | link | commenti | commenti
categorie: manifesto, poesia fenicea, massimiliano antonucci
mercoledì, 04 febbraio 2009

Concorso "Les Fleurs du Mal"

Banner_Fleurs_3Inserisco il logo del Concorso  "Les Fleurs du Mal" indetto da Tespi editore. Chi fosse interessato a ricevere maggiore informazioni in proposito può collegarsi al sito http://www.tespi.it/ .

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:38 | link | commenti | commenti
categorie: concorso, les fleurs du mal, tespi editore

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

Archivio

oggi
gennaio 2010
--- 2009 ---
--- 2008 ---

Categorie

2010
alberto mori
alberto toni
alessandra paganardi
amnesia del movimento delle nuvo
annamaria ferramosca
anticipazioni
antologia
archinto
auschwitz
baroni
baroni editore
biagio cepollaro
cipriano
circolo anastasiano
concorso
crocetti
crocetti editore
curve di livello
de girolamo
de vivo
dialetto
distacchi e ombre
editi
editi - crocetti - donzelli
editi - lietocolle
editi - marsilio
edito
edizioni del leone
edizioni lobliquo
edizioni simple
enzo romeo
eugenio nastasi
floriano romboli
franco buffoni
gazebo edizioni
giornata della memoria - adam va
giorno della memoria
giuseppe vetromile
guanda
indefinito canone
inediti
inediti -
inediti - racconti in versi
inediti paolo valesio
ironia
jaca book
larca felice
la camera verde
la vita felice
la vita felice -editi
leonida edizioni
leonida repaci
lepisma edizioni
les fleurs du mal
letteratura
letteratura - ironia
letture
le voci della luna
lietocolle
lina salvi
lucetta frisa
manifesto
maria attanasio
marsilio
massimiliano antonucci
master
master - università della tusci
memoria
mirko servetti
mosca di milano
movimenti
narrativa
narrativa breve
nota biografica
omaggio
ottavio rossani
otto marzo
plath
poemetto
poesia fenicea
poesia in/civile
poesie
poesie - fermenti
poesie - manni editore
poesie - traduzione
premio camaiore
premio renato giorgi
premio viareggio
prisco de vivo
progetti
progetto
proposte
raccolte
racconto
raffaelli editore
rcs
renzia dincà
rivista - studium
saggio - rivista studium
scritture
selezione
società editrice il ponte vecch
surreale
sylvia
tespi editore
testi
testo poematico
università della tuscia
valeria serofilli
vera datri
viareggio
zona editrice

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte