Conciliare l'urgenza del presente con l'aspirazione a qualcosa che vada oltre l'attimo, far convivere il patrimonio ingombrante dei padri letterari con gli stimoli quotidiani di una società che tramite una "coscienza esterna e schiacciante" tende a spingere verso il basso, appiattendo, negando perfino l'idea delle nuvole, è un'esercizio arduo di equilibrismo. Per riuscire a non cadere, e a non corteggiare il sogno effimero delle ali, bisogna aver perfettamente metabolizzato la cultura, senza santificarla e senza smaterializzarla, e, dal canto opposto, bisogna aver avuto il coraggio di masticare i bocooni amari ma necessari del presente, dell'hic et nunc, senza farsi avvelenare o snaturare. Leggendo i versi de Il volto quasi umano di Paolo Valesio ho ricavato personalmente un'impressione di salda lievità, un passo sicuro che tuttavia non scorda di sondare bene passo dopo passo la corda di senso e di coerenza che tiene sospesi nel tempo attuale, salvandoci sia dal tonfo che dall'inconsistenza dell'aria. E' per questo forse che il quadro più bello, emblematicamente e suggestivamente indicato dall'autore, è "La sepoltura del conte di Orgaz", perché in quella conciliazione mirabile di tinte e nuances, ombre e luci, è racchiusa la sintesi dell'esistere e del resistere, l'ottica concreta e ideale in cui si può esclamare "non ho mai visto più vicini/ quelli del cielo e quelli della terra". Ombre e luci, guerra e amore, il divino e l'umano, le tinte essenziali che danno corpo allo spirito e vita al corpo, vengono tratteggiate con attenta precisione da Paolo Valesio nelle poesie di questa sua raccolta. Senza sperare in improbabili panacee, con consapevolezza onesta e lucida di artista, ma anche senza rinnegare la parola, la voce, la ricerca di un significato che trova il suo cielo e la sua terra nell'arco stesso del dire, nell'atto di essere presente, perfino nella rivolta contro un presente che "nel crepuscolo mentale" trionfante conserva forse, nello spazio vitale di un verso, "un sussulto di dignità". I.M.
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PAOLO VALESIO
Il volto quasi umano (Poesie-dardi, 2003-2005)
Semivigilie
Quando si riscuote
nell’alta notte e sul basso giaciglio
nel soppalco di sant’Alessio*
(son da poco trascorse le tre)
chiama alla mente
il volto di qualche estraneo
che sia emerso nei giorni precedenti
dall’infinita visualità del mondo –
il viso sdentato e montanaro
di un benzinaro,
una cameriera spìppola,
un mendicante dilettante
che gira in tondo in pantaloni gialli
e passi di lupo
sulla soglia del caffè –
a questo volto si avvolge e dice:
‘O diverso individuo,
raccontami le tue peripezie!’
Poi senza transizione (nessuna parola si è udita)
vede stesso e l’altra creatura
scambiarsi un rapido abbraccio
come i funzionari dell’altare
al momento salutatorio.
Quella frase, e lo scambio
del segno della pace
vengono ripetuti varie volte
nello spoglio teatro della mente
come prove in costume
prima che il sonno incertamente arrivi –
intermissione di coscienza
per le due ore
al mattino inoltranti.
13 agosto 2001
* Secondo la leggenda, Alessio alla vigilia delle nozze fugge della casa paterna e vi fa ritorno (dopo lunghi anni di esperienza ascetica), senza essere riconosciuto o farsi riconoscere; e là dimora in un sottoscala, come mendicante, per diciassette anni fino alla sua morte.
Dedicatoria
Alla memoria di mia figlia Sara (1968-2008)
Alla reclusa amata
Il sole tramontante che corre dietro al treno
mi orla di sangue gli occhi
ma offre anche un tocco di dolcezza
e ricorre il pensiero
che guardo tutto anche per conto tuo
eppure non so
come possa a te recarlo.
Parlare l’uno all’altra
è impossibile ormai:
mi affido all'utopia –
vile o ardente non so –
della direttamente trasmissione
di pensiero a pensiero
ovvero alla preghiera orizzontale
traiettoria che unisce
gli esseri umani senza il verticale
eleva-mente a Dio
il quale ultimo
deciderà se raccogliere o no
questa preghiera
in fondo alla sua rete.
Treno Roma – Napoli
14 maggio 2003
Longa manus
Quell’alto americano nel cespuglio
entrando nella sua guerra invadente*
ha sollevato il braccio verso il cielo
senza pensare abbastanza
alla ambigua differenza:
era verso, o era avverso?
Da quel momento
è calato sul mondo un silenzio
in cui si teme-aspetta
che uno degli Arcangeli di Dio –
Michele o Gabriele o Raffaele
ma sopra tutti Michele –
alzi il suo braccio.
* In primavera era cominciata la guerra in Iraq.
Preghiera della torera
Per Pedro Almodóvar
Ti aspetto inginocchiata sull'arena
prego le mie mammelle
costrette nel corpetto
prego le mie spalle larghe
sotto lustrini e mostrine.
Ecco irrompi, toro – locomotiva
della coscienza esterna e schiacciante.
Punto di domanda
"L'amour va-t-il vers l'aimé pour se confondre avec lui, ou
va-t-il vers l'amour pour l'accueillir et le donner sans fin?"
(Jean-Louis Chrétien)
Resta incerto di fronte alla risposta:
soltanto sa
che l'amore salta in un tempo stesso
(come un salmone
che abbia perso la testa)
verso la foce e verso la sorgente
e in questi pazzi salti
scavalca a rotta di collo
la puntualità di ogni rapporto.
La sepoltura del conte di Orgaz
Per El Greco
Qualcheduno mi ha chiesto nella notte:
“Qual è quadro più bello
che tu abbia mai veduto?”
E senza esitazione io ho risposto:
“El entierro del conde de Orgaz”,
perché non ho mai visto più vicini
quelli del cielo e quelli della terra.
La nolontà di dire
Ogni giornata è corta eppure porta
un mutamento di ondate grandi
ma lo sforzo di farne altrui partecipe
si dissolve in naufragio
e la mistica aspirazione
di raccontarlo all’Altro
sopra di sé ripiega
sconfitta dal pensiero
che il pensiero divino è tanto svelto
dunque la onniscienza
può anche apparire come indifferenza
perché visiona tutto in un istante
e allora nulla resta interessante
così che forse la cancellazione
di qual si voglia comunicazione
è la sola e povera possibile risposta
ma così nel crepuscolo mentale
non sai più se questa è umiltà
o un sussulto di dignità
o la pericolosa illusione
di dominare il mare
dentro te quasi fossi un mezzo-dio.
Biblioteca “Sterling”
19 agosto 2005
In questi versi inediti di Francesco De Girolamo, articolati in due Movimenti distinti e tuttavia complementari, ho percepito una tensione interna, una ricerca di senso, una volontà mai doma di porsi le domande nel modo giusto, perché, non di rado, in un'epoca in cui le risposte sono comicamente e maledettamente inadeguate, l'arte di chiedere, di interrogare, interrogandosi, è la sola risorsa e la più impellente necessità. La tensione che percorre e rende laceranti i versi di De Girolamo lo porta ad impegnarsi in un tiro alla fune con la struttura stessa del verso, esteso fino ai margini estremi, ai confini della prosa. Ma la forza della poesia autentica vince la contesa, e il bisogno di raccontare una storia si innerva nel corpo di una poesia moderna e attuale eppure ancora fertile di echi classici, nella forma, nel tessuto di assonanze e consonanze che chiedono a viva voce al mondo un perché destinato a non avere eco, se non "nel cerchio delle ombre che non hanno più vita". Le vicende che De Girolamo racconta descrivono situazioni estreme, attimi senza tempo in cui la violenza nega la natura stessa dell'umanità, gli stupri ai danni della vita che si consumano nei teatri della storia, con o senza la fatidica S maiuscola, nei meandri di "in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo, /il soffio non placato dell’insondabile notte". Questi versi di De Girolamo confermano che esiste anche "un soffio non placato" che non si stanca di esplorare, che non ha paura di percorrere le vie del buio con occhi aperti e parole che non smettono di scavare nella nebbia e nel fango dei tempi e dei cuori, per trovare, magari, uno sprazzo vitale di luce. I.M.
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FRANCESCO DE GIROLAMO
Due Movimenti
(Inediti, 2008)
MINUSCOLE SPINE
- Basso lontano -
Svanisci, limpidezza, da questo sogno imberbe,
a diradare il fumo con venti caldi
da dove i cieli si levano piano,
senza cadere a capofitto nel vuoto.
Splendore cupo, che seguivo con gli occhi
lungo il mare, quando inerme piangevo
senza sapere il perché, o sapendolo bene;
forse anche più di ora, che non piango
se non di velenose, minuscole spine.
Chiarore informe, infetto, che mi donavi
un’ora spuria di quiete, troppo vicino
al tuo dolcissimo lete, come un osso
gettato ad un cane, perché non latri forte.
Torpore maledetto, nascosto sotto il cuscino,
che mi assalivi nel letto, come un assassino,
e liberavi il buio dalla paura; certo,
ché la paura eri tu, di ogni livido gesto;
e con cura mi riportavi oltre, dove finivo
di assaporare il segreto del tuo silenzio
dorato, come racchiuso in un nido
di tiepide braci, una capanna ovattata
di croci, di un legno tramato e lieve.
Sopra di me vedevo il regno fiero
della tua promessa, il tuo manto dischiuso
sul mio capo; ed ero tutt’uno con te,
come una dama fiera di soggiogarsi al suo re,
come se nel mio sangue scorresse segreta
l’ondosa asprezza della tua saliva,
e le mie lacrime luccicassero del seme tuo
per benedire il nulla spietato che preme
su dalla gola di chi non ha che un ben misero
incanto da custodire tra i suoi gualciti panni.
Oh, quante volte mi sarei perduto
senza il tuo grigio lampo! E svenduto
nella speranza di essere creduto un altro,
che afferrasse le cose ed avesse la forza
di camminare sicuro e guardare sereno,
come i ruvidi eroi dei film da cento lire,
alla sala parrocchiale, frugando nei calzoni
di un compagno di scuola che diceva:
“Dai, continua, non farti pregare!”
Per poi negarsi, nella menzogna più vile.
E quelle cento lire erano il prezzo di un giuda
imbellettato sul sedile, per venire a sputarti sul viso
la sua arte d’inganno più cruda, la fierezza virile
di ogni bestia più uguale a una bestia normale.
E poi, tornato all’aria, rinnegandoti anch’io,
per un letto accogliente di chiare memorie,
soffici, calde come in un sole blando,
prima che si inarcasse il volo, prima
che tutto fosse nemico di tutto.
Odiosa vanità, trascinarti nel fango
fu la mia insperata vittoria,
fu la mia vera gloria, ora che ringhio
di gioia feroce nel saperti finita
nel cerchio delle ombre che non hanno più vita.
OVUNQUE FERITO
- Sospeso leggero -
E’ già un soffio quel ringhio; e già un riflesso
di quel tonfo lucente rifrange sordo, mutato negli anni,
spoglio di inganni, in un dolore tenue come quando
i denti, giù in fondo al palato, sono ancora di latte
e la pelle profuma di fragrante sudore, ed il seme affiora
mai veduto, inatteso, nell’anno del primo dio; non sai
ciò che sembra crescere occulto, ma avverrà
che il “mai più”, forse, possa chiamarlo “ancora”,
dove trova ristoro ogni spasimo, ogni assurdo rimorso,
giacché forse non è questo il perdono, la sorte, il sogno espugnato,
la disdetta, il destino domato, l’insondabile pegno del ricordo
che in un cieco abisso tiene la piccola furia di nuovo assopita.
E allora? E’ tutto qui, proprio davanti a te, ma gli occhi non lo afferrano,
lo nasconde l’aria nuda, arsa come i frutti feriti dal sole di luglio,
che all’orizzonte affonda la sua lama nel maglio dell’onda.
Puoi correre a gridare che non sarà mai più molto, per te,
e gioire come ogni uomo, alla fine della sua attesa.
Oppure credere in silenzio che un altro ti vedrà
e manterrà il segreto che tu non oserai mai rinnegare.
Ovunque ferito. Non ascoltare altra voce. Entra nel vuoto
ad occhi chiusi, come un’ombra lambita dal velo dell’alba,
le mani tese verso l’aria fresca del vento che ghermisce polvere e oro.
Ovunque conduci la tua stella catturata, il tuo nuovo occhio
che vede oltre il sangue e non teme che lo vinca l’oscura
piaga, che lo spenga paura, che lo trafigga, quindi,
in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo,
il soffio non placato dell’insondabile notte.
"Eravamo/ ciechi e resistenti", scrive Maria Attanasio nei versi qui proposti tratti da "Amnesia del movimento delle nuvole", edito da La Vita Felice. Ciechi e resistenti, ossia ciechi ma resistenti: condizioni che appaiono quasi in rapporto ossimorico, intrinsecamente contradditorio e conflittuale. Non è così. Si può e si deve resistere, nonostante la cecità imposta, suggerita, inoculata, esaltata tramite spot mirati, pubblicità occulta e palese. La cecità, e l'atteggiamento ad essa correlato, il silenzio, vengono santificati sugli altari di mille voci ronzanti attigue ai palazzi dove si annida il potere. Si può resistere, i versi di Maria Attanasio lo dimostrano con ampia, ritmata, possente evidenza: tramite la scrittura, tramite la ricerca di senso, complessa, intricata, a volte deliberatamente dislocata, arabescata, diretta per mirabili e vitali volute verso le due mete salvifiche da conservare e da ricercare fino all'ultimo filo di fiato: la verità e la bellezza. Anche quest'ultima conciliazione, essenza della poesia di ogni tempo, ma anche di ogni vita che pretenda di avere un significato, è resa pratica attiva dai versi della Attanasio. Attraverso una poesia che racconta, affabula, conduce a visioni spesso crude ed estreme, ma sempre percorrendo vie assolate ed autentiche, quelle delle campagne siciliane, ma anche le arterie della Mitteleuropa. E' poesia mediterranea ed universale, radicata nello spazio concreto e nel tempo, "nel mondo delle epoche", il cui senso è nel dolore ma anche nella rivalsa, nella sete di giustizia umana, conscia e innamorata della vita, nonostante tutto, a dispetto delle ferite della storia e della contemporaneità. Leggere i versi di Maria Attanasio è un piacere estetico, di natura ritmico-musicale, ma anche un atto di intensa presa di coscienza, rabbia, amore, passione civile senza retorica, per tramutare le amnesie in memoria, in presenza viva. Con molto piacere inserisco in questo spazio di volo letterario una poesia legata al sangue e alla linfa autentica della terra. I.M.
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MARIA ATTANASIO
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La sedia che la sua mano impagliò
e disperse le sue tracce
tra il bianco delle infermerie il freddo
dei notomizzati nel buio lessicale
che fu
schianto di temporale tra gli agrumeti,
estate di fumo nei campi del quaranta.
Arbeit macht frei.
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Conosco da tempo la passione di Massimiliano Antonucci per la poesia, quella autentica, spesso scomoda, tagliente, vera. Massimiliano mi ha recentemente inviato questo suo "Manifesto della poesia fenicea". Essendo anche un brano di prosa poetica ben scritto e capace di generare suggestioni, lo inserisco volentieri in Dedalus, sperando che possa dar vita a un dibattito e ad un confronto sul testo specifico e più in generale sul senso, la ricerca, la meta e la strada della scrittura. Chi desiderasse qualche notizia in più su Massimiliano Antonucci e sulla sua dichiarazione di poetica può cliccare su www.massimilianoantonucci.it . Per quanto mi riguarda pubblico qui di seguito il suo grido appassionato e possente rivolto alla poesia vera e a ciò che l'autore ritiene il suo esatto contrario. A presto rileggerci, I.M.
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MANIFESTO DELLA POESIA FENICEA
di Massimiliano Antonucci
“Certi poeti rappresentano la realtà
ma questo lo sanno fare tutti.
L’unica lirica in grado di saziare lo stomaco
zampilla acqua e sangue
come una gallina azzannata da una volpe.
Uno scrittore vero s’infila tra le gambe un pugnale
per segnare un suono ignoto”.
Capita che guardi e veda acqua. Le ombre dell’Arno si muovono dentro di me dove si trova sempre presente una dimensione parallela a quella del vivere giorno per giorno. L’acqua è una forza che mi perseguita e mi spezza la schiena, si nasconde ma alle volte fa di tutto per emergere in maniera prepotente sotto forma artistica: una sorta di ribellione e riscatto, una potenza vitale che mi rende elettrico come una gatta prima di mangiare. Nella sua voce si nasconde rabbiosa una disperazione fatta arte. Altri poeti hanno preferito scorciatoie, mezzucci per allietarsi l’esistenza, ma hanno finito per produrre una falsa forma di bellezza. Se sei poeta non sei facchino o imprenditore, non sei avvocato, impiegato o macellaio. Sei ladro. Un ladro che ruba dissonanze dentro le perfette costruzioni della mente. E mentre la notte mi invade con una continua richiesta di morte e di rinascita, lo spirito mi viene addosso in una vestaglia di raso rosso e il suo calore è più appagante di mille vittorie. Non abbiamo bisogno di una vita cauta ed infelice. Non abbiamo bisogno di una felicità vuota alla quale tutti possiamo ambire. Abbiamo bisogno di sentire. Di emergere. Per le strade noi vaghiamo oltre l’istinto in situazioni ai limiti della percezione, in luoghi apparentemente sconosciuti dove bruciamo, bruciamo sempre insieme a moschee piene d’odio e a cattedrali dorate che inneggiano falsi dogmi. Adesso che stiamo per scrivere l’anima della notte giunge e si mostra subito irrequieta. La notte ci invidia.
Nessuno è in grado di accedere alla propria realtà interiore senza avviare un processo di conoscenza profonda che inizia
quando lo spirito s’impone sulla rozzezza della materia.
La poesia fenicea scaturisce dalla tensione prodotta dall’uomo-poeta che urta la materia e si oppone alla mediocrità
che non vede prigioni.
Lo sforzo creativo dell'uomo supera tutte le prigioni della mente costruite sotto il comando impietoso della paura
attraverso una differenziazione dell’individuo dallo status quo.
Il feniceismo rappresenta un movimento artistico di rottura verso quei comportamenti istintivi che preservano la propria natura dal distruggere le certezze mai discusse, sviluppando nel poeta una ricerca intuitiva che affonda oltre l’assetto consolidato
dell’ordine sociale.
Gradino dopo gradino il poeta si inoltra al di sotto della soglia del logico per superare gli argini dell’essere statico e le allucinazioni indotte dalla falsità del vivere: egli è nella oscurità, oltre i simboli del giorno, dove è il baratro in cui si trova originario ed intatto
un personale senso di verità.
La sensibilità di questi scrittori della vertigine si muove verso la scaturigine del bene e del male che compare dentro di sé.
Il potere di penetrare tra le ombre dell’esperienza li rende abili a trascendere il visibile; essi stracciano le vesti alla bellezza per imbattersi in quella verità che solamente il corpo ha il potere di raccogliere, nascondendola.
Sudore bile lacrime seme sangue plasmano il suono di un nuovo lirismo che non indietreggia al buio, anzi lo attraversa nel segno
di un linguaggio ruvido e non uniforme.
I poeti fenicei sono deliranti uccelli senza respiro che trapassano le vette del meraviglioso e profanano le profondità del fantastico
per rivelare l’oscenità di una forma di coscienza primordiale.
Tutti quelli che creano senza sapere il motivo, tutti gli invisibili, gli emarginati e gli inconsapevoli che vivono l’arte come una possibilità di redenzione, che rimuovono l’illusorietà dalla finzione poetica e non sanno ancora a cosa appartengono, fanno parte di questo movimento e sono detti poeti della fenice.
Il mondo ama l’arte ma odia l’artista che afferma la sua unicità su ogni metodo e tecnica.
Chi non vive la condizione di diversità non può capire la dimensione eroica dell’esistenza che traduce la frantumazione della regola
nella formazione di uno stile che aderisce alla più autentica individualità.
L’artista si denuda senza compiacersi.
Mettere il trucco sopra i volti non è suo affare.
Se sapesse farlo non riuscirebbe ad abbracciare l’Osceno.
L’esercito della scimmia è contro di lui, l’umanità lo ripudia.
Inserisco il logo del Concorso "Les Fleurs du Mal" indetto da Tespi editore. Chi fosse interessato a ricevere maggiore informazioni in proposito può collegarsi al sito http://www.tespi.it/ .