Impronte sull'acqua, il libro di Francesco Marotta pubblicato da "Le voci della luna" in seguito all'affermazione dell'autore nel Premio "Renato Giorgi", è una testimonianza ricca, generosa, sul rapporto complesso tra poesia e vita, tra parola scritta e voce interiore. La coscienza dell'inconsistenza del gesto e perfino del tentativo di una riflessione in qualche modo razionale, si scontra con il desiderio e con la necessità di osservare l'impronta dell'essere e del percepire nell'attimo breve in cui lascia traccia di sé sulla superficie in costante mutamento. Quell'istante di creazione costituisce il più grande dono e la più grande condanna di ogni artista, di ogni uomo. La condanna ad essere un dio, per un tempo infinitesimale destinato a scontarsi con la beffa dell'eternità: ciò potrebbe spingere al silenzio, ad una negazione che è cancellazione del sé, distruzione a priori. Ma alla fine, un autore autentico come Francesco Marotta, un uomo che sa bene che la ricerca di senso, al di là di tutto, è forse l'unico senso esistente, contrasta l'istinto della distruzione con l'essenza della volontà di esplorazione, anche di territori desertici o di confine, dove la vita è più aspra e più vera. E la creazione, la mappazione di aree estreme, può avvenire solamente attraverso la descrizione, la nominazione di enti e pensieri, fenomeni e noumeni. La parola, nell'atto di dare forma, dà vita. Ed è la vita, anche nel dolore ed attraverso il dolore, ad emergere dai versi di questo libro intenso e scabro. La parola nuda, priva di orpelli, conscia del ruolo di fragile ma tenace generatrice di mondi, nell'atto di delimitare espande, e, per quanto è concesso, modifica, o progetta di modificare: "resistere al pensiero e/ stare col padre a raccontarsi/ favole di nebbia, ricostruire/ il nome, franato, che/ precipitando al suolo, rese in /curabile la distanza". I.M.
---------------------------------------------------
FRANCESCO MAROTTA
da Impronte sull'acqua ,
Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2008
* * *
giorno di calma sui sensi, in
aspettata quiete a
dismisura, col suo carico
vivente di memorie, con
la sua terra distesa sul viso
nuda, in attesa del
l'acqua odorosa dei sogni
della sorgente infetta di
gioie lontane sotto
traccia, di migrazioni
piaghe, giunture e intagli
profondi come un rifugio, un
sonno raccolto tra i capelli
pettinati d'ombre, poteva
essere sguardo che controlla
transiti e tormenti, poteva
sentirsi grido ingigantito dal
le linee della mano, farsi
corpo di neve a
disperazione del lievito
d'aprile, di tutto il vento
trattenere appena un arco
di cielo immobile, fissarlo
quaggiù sulle sue gambe
dargli aria goccia a goccia
dalle labbra del cuore, poteva
resistere al pensiero e
stare col padre a raccontarsi
favole di nebbia, ricostruire
il nome, franato, che
precipitando al suolo, rese in
curabile la distanza
* * *
è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille, a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo
* * *
la crosta si sazia di ghiaccio
minerale, la zolla che
preme ha la pelle
costellata di fori, accensioni
che affondano il senso e
sfumano alla resistenza
del seme, e dunque
l'arsura è un coagulo
che impregna tutte
le cose, un liquido inverso
muta occhi per uscirsene
al sole in forma di
stelo, di voce, mentre
scivola via da ogni sponda
tra un filo di sale e uno
strappo nella rete
del tempo, ma
qualcosa s'attacca al
la bocca, un pulviscolo, un'
ombra, una creta, un'orma
sul manto del buio, un
profilo di sangue, di linfa
aggrumata
s'apprende al suono dei passi
scioglie i lacci al
sonno dell'angelo
che rovina, al risveglio, nel
vuoto di volti del
la prima dimora
* * *
frana anche l'attesa e
l'ora spalanca tiepide
quieti d'abisso, lo spazio che
cede a un graffio d'anima, al
pallore di ombre di plastica e
ossa, immagini a picco
sfarinate nel piatto, un
pasto di sere già muffe, il
ventoso continuo di luci e
rombi che gonfiano l'aria
trapassano in dissolvenza
le strade ad altezza
di voce, i liquami di vite
arenate ai margini di un grido
filamenti, radici, qualcosa
che arriva alla porta e
vapora sull'uscio
in forma di respiro, un saluto
un sorriso stentato, tu ora
dormi, io raccolgo la
sabbia dai vetri, la polvere
rossa che rinasce nel palmo
a ogni colpo di spugna, un varco
carnale che tracima alfabeti
parole per dire riconoscimi
sono tua madre, sono
l'acqua che
grandina sete nel
l'arsura dei giorni, la risposta
che scivola via dal
le labbra in forma di rogo
* * *
ascoltami, con gli occhi
accogli il colpo e immobile
pensa un cenno di saluto
per il fuoco, poi
componi la cenere
nel calice, un sorso di
calore per la tua pupilla
che ha sentito il gelo, il
dono che trascorre e
si allontana come si scioglie
l'alba all'apparire, e credimi
la cera che ti porgo è l'unico
frutto del mio incendio
un pegno maturato in
sorte liquida
simile alla macula di
luce che annuncia la luna
ai poli, è cera o mosto
d'alghe, frumento di deserto
coltivato sui mari
di ponente, osservalo
portalo alla bocca, le linee
aguzze che nuotano
nel grumo sono un sigillo
di notti, e notte che ricorda
vene, umori sparsi, immagini
franate, come chi vive
per lasciare impronte, un
solco per la morte che
ci segue, che ci precede
in forma di stagioni
Nell'attuale periodo, in cui, non di rado, corrono a perdifiato le carte di credito e gli zuccheri nel sangue, le macchine e le bollette dell'Enel, e a tale sovrabbondanza di luce elettrica non sempre corrisponde un'identica ricerca di chiarore interiore, propongo, nello spazio limitato e circoscritto di Dedalus, un minuscolo tentativo di contrasto. Pubblico qui di seguito alcuni liriche tratte da Manto di vita di Pietro Pancamo, un autore giovane ma già molto impegnato nella ricerca di una propria espressione personale, tramite la propria scrittura e attraverso il lavoro di redattore e collaboratore di riviste, tra cui "La Mosca di Milano". Pancamo parla di magrezza, di essenzialità. Ed osa farsi con parole chiare domande semplici, quindi, per forza di cose, le più complesse, quelle che è più comodo evitare o offuscare con abili giri di parole: "Amore o desolazione?", si chiede; e si interroga sul senso del proprio festeggiare, sulla somiglianza, sulle partenze, sulla vecchiaia, sulla mezzanotte, sui racconti e perfino sull'ispirazione. Un poeta giovane, Pancamo, ma già conscio del valore e dei limiti della parola, della necessaria serietà e dell'altrettanto vitale bisogno di una dose di ironia. Perché in questo "manto di vita" accade di assumere la consapevolezza che "ogni minuto è fluido di rumori:/ sbattono le ali/ contro pannelli d'aria. L'impatto/ vibra di scherno:/ è un lazzo di sdegno voluto dalla mia notte". I.M.
---------------------------------------------------------------------------------
PIETRO PANCAMO
poesie tratte da
MANTO DI VITA - Lietocolle edizioni, 2005
* * *
Spiegazione di un giorno
Il giorno che saltella
lungo le impronte delle mie scarpe;
il giorno che saluta frantumato,
quasi appostato
fra le dita.
Ogni minuto è fluido di rumori:
sbattono le ali
contro pannelli d’aria. L’impatto
vibra di scherno:
è un lazzo di sdegno
voluto dalla mia notte.
* * *
Amore o desolazione?
Mangiamoci il tacchino riscaldato:
andiamo verso il forno
tenendoci per mano.
* * *
L’ironia
Indosso la magrezza
con la disinvoltura
di chi ironizza.
Eh, ironia
con te la disperazione
è filosofia!
Ma senza di te,
ahinoi,
la poesia
è pura (mera) melanconia.
* * *
Somiglianze
A quest’ora
ogni paese
è un fagotto
di stelle e di buio.
Ma lo è pure
questo cielo vagabondo
(guscio d’aria e di respiri)
che stringe in un solo mondo
città, mari e tempeste.
Ma lo è pure
questa via
(intirizzita di pioggia)
col suo buio
incatenato ai lampioni
e un po’ di stelle
che sussurrano al mio palazzo
la ninna nanna:
vedo tante finestre
chiuse fra perimetri di sonno.
A quest’ora
ogni uomo
è un fagotto
di buio e di stelle.
* * *
Partenza
Ogni saluto è un commento
alla tristezza
di dover partire.
Nel disordine di un abbraccio
escogitiamo
ricordi improvvisati.
* * *
Disprezzo ai tramonti
Se la morte gira:
cimitero a vista.
Come disprezzo
questo mondo
nel quale si vive
solo per evitare
noie al motore.
Se il rombo dei pistoni movimentati
è felicità,
lo stridor di denti della frenata
che sarà?
Delusione? Depressione? Confusione senza pari?
Oppure lo scatto nervoso
dell’uomo che, dal finestrino,
ha visto una puttana a puntino?
Quando la morte gira:
seppellire a vista.
In un mondo mappato al millimetro e scrutato istante dopo istante da innumerevoli satelliti e navigatori, resta comunque un territorio inesplorato, o, meglio, una terra costantemente nuova, seppure identica a se stessa: la mente umana, il corpo, e quell'istmo complesso e frastagliato che unisce e separa i due continenti, le sensazioni, il bosco fitto e vivo del provare umane emozioni. Leggendo i testi di Paola Loreto si ha l'impressione che, dopo aver accumulato necessaria cultura, nozioni e conoscenza, dopo aver ricercato la valenza scientifica della lingua e del pensiero per ragioni professionali, l'autrice si sia deliberatamente fermata in quel bosco di sensi che passano attraverso le sensazioni. Un luogo in cui, osservando un acero fino a entrare al suo interno, scorrendo nella sua stessa linfa, si ragiona, smettendo di ragionare, ritrovando una forma di pensiero che passa attraverso le mani, gli occhi, il respiro. Riflettendo sulla radice prima dell'essere, su ciò che fa dell'uomo parte dell'universo, ci si accorge che nei gesti apparentemente normali c'è un mistero che si svela nell'atto di vivere: "Si sgretola friabile/ sotto la mela il morso perché /è nato così: per darmi gioia /finendo di esistere perfetto". La presa atto dell'imperfezione è il primo passo per una misura più ampia, in grado di inglobare l'universo che preme e si espande dentro. E alla fine il premio, il raggio di sole che, nonostante tutto, penetra dal fitto, dall'ombra, dal buio, è l'istante in cui la fragilità si fa forza, e nella poesia si scorge la vita, nuda, esile, tenace: "L’acqua mi reggeva/ un tempo. Adesso cede /al caso. Cosa fare, quando/ viene la paura. Andar/ per mare, quando cade. /Se accade, andare". I.M.
----------------------------------------------------------------------------------
testi di PAOLA LORETO
da L’acero rosso, Crocetti, 2002
Il disgelo
Appariva
il nocciolo delle streghe
in fiore. Era giallo
nell’aria di vetro.
L’odore asciutto
di un freddo che punge
appena increspa ancora
la pelle,
custode di una tenera
materia.
Prese a scorrere
un nastro inquietante
di troppe profondità
di grigio, rigato
di esilarate canoe.
Danzavano le otarie
nell’acquario, insieme a passi
alleggeriti da una luce
appena nata. Bevevano i bambini
solamente, a bocca aperta,
il segreto ridente
di un liscio trascorrere
rotondo. Ci avvolse
e strinse
il tumido calore
di fiori tropicali
del colore corallo
di cui vestivo
quel giorno.
* * *
Metafora
Sei un’acqua cheta,
come me. Accogli il fiotto
dove nasce e lo snodi
e aggrandi senza troppo
rumore. Dentro te
raggiunge l’inaudita meta
del mare. S’inarca
sui sassi, e ride.
Bagna la sponda
che lo beve avida.
Cosa vive
più lieve?
Eppure viene la piena
e impazzi e rompi
e gridi
che ti perdi e ti assorbe
la terra cui non eri
destinato. Di schianto
cede la forza
di te che sei
d’acqua forte.
* * *
Metronomo
In luoghi nuovi
avverto la giornata
rintoccare
le sue parti.
L’identità del tempo
camminarmi accanto
eretta.
Distillo
la mia vita
in alambicchi.
* * *
Le nuvole dal treno
Quando il cielo sembra finto
e dipinto – troppo raro
per esser vero –
mi perdo tra i fiordi
delle nubi e gli orli
dei ricordi.
Non combaciano
e mi rubano le pieghe
della mano.
* * *
L’accolta perdita
C’è una casa a tre archi
avrei voluto abitare
con te.
È in un cielo indeciso,
dove un sole respira, affannato,
tra nuvole giovani e inquiete.
Sopra un colle bagnato,
da aspettare il sereno
in un giorno di questo
febbraio.
Nella giusta misura, però,
vedo altri nell'orto
da coltivare.
Raddrizzan la vigna
che popoleranno di cani
e bambini.
da Addio al decoro, LietoColle, 2006
I morti non si contano
Quando viene paura,
va bene. Quando torna,
ancora. Non c’è strada
che si possa camminare
diritta e da sola. Mi vuoi
bene. Posso perdere
un guanto e magari
l’equilibrio e se cado
è la fine. Ma non
cado. E non mi fermo.
Ho solo paura.
C’è una via, per esempio,
che corre troppo liscia
e non mi lascia riposare.
E ce n’è una cava e buia
senza margini per posarsi
in volo che non imboccherò
senza te che guidi certo.
L’acqua mi reggeva
un tempo. Adesso cede
al caso. Cosa fare, quando
viene la paura. Andar
per mare, quando cade.
Se accade, andare.
da La memoria del corpo, Crocetti, 2007
Albe insonni
Gli Stati Uniti sono il posto della luce
riflessa sulla trave a vista di una baita.
Mi volto nel sonno e mi apre gli occhi
e viene incontro una figura di legno
stagionato, una macchia di marroni
trafitti in fenditure oblique e avvolte
dal tempo in rilievo trasparente e umbratile
che si fa calce tra un tronco e l’altro.
Il mio giorno è diverso in questo posto
dove niente può aspettare di iniziare
un’altra volta, di diventare qualcosa,
d’esser cosa, fatta.
Uintha Cabin, Tarryall Valley, Colorado
* * *
Vicino al cielo
Provo a sentire il sapore
di una fetta di mela cotta
con la buccia sulla torta
soffice di Lyn, al mattino,
quando il sole si alza labile
oltre il Picco del Bisonte
e mi tocca tangibile
sul ponte di legno del rifugio
della Valle degli Indugi.
Il senso repentino
del non cedere di un film
che serra la polpa sfatta
profuma di cannella.
Mi scotto col caffé appena
fatto (Dave ha detto di
andarne fiero) con regolare
affetto. Si sgretola friabile
sotto la mela il morso perché
è nato così: per darmi gioia
finendo di esistere perfetto.
Una voce mi salta nel cuore,
poi un’altra. È quasi giorno.
* * *
Finché avrai da darmi questo verde,
questo monte, questa luce e questa
svolta non ti domando altro, e so chi sei.
Finché mi chiudi nell’angolo di meraviglia
non ho il tempo né la voglia
d’esser triste o non saper cosa fare
di me. Qualcuno pensa, fa di me
quello che vuole, e non si sbaglia.