DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
domenica, 28 dicembre 2008

IMPRONTE SULL'ACQUA - poesie di Francesco Marotta

 Impronte sull'acqua, il libro di Francesco Marotta pubblicato da "Le voci della luna" in seguito all'affermazione dell'autore nel Premio "Renato Giorgi", è una testimonianza ricca, generosa, sul rapporto complesso tra poesia e vita, tra parola scritta e voce interiore. La coscienza dell'inconsistenza del gesto e perfino del tentativo di una riflessione in qualche modo razionale, si scontra con il desiderio e con la necessità di osservare l'impronta dell'essere e del percepire nell'attimo breve in cui lascia traccia di sé sulla superficie in costante mutamento. Quell'istante di creazione costituisce il più grande dono e la più grande condanna di ogni artista, di ogni uomo. La condanna ad essere un dio, per un tempo infinitesimale destinato a scontarsi con la beffa dell'eternità: ciò potrebbe spingere al silenzio, ad una negazione che è cancellazione del sé, distruzione a priori. Ma alla fine, un autore autentico come Francesco Marotta, un uomo che sa bene che la ricerca di senso, al di là di tutto, è forse l'unico senso esistente, contrasta l'istinto della distruzione con l'essenza della volontà di esplorazione, anche di territori desertici o di confine, dove la vita è più aspra e più vera. E la creazione, la mappazione di aree estreme, può avvenire solamente attraverso la descrizione, la nominazione di enti e pensieri, fenomeni e noumeni. La parola, nell'atto di dare forma, dà vita. Ed è la vita, anche nel dolore ed attraverso il dolore, ad emergere dai versi di questo libro intenso e scabro. La parola nuda, priva di orpelli, conscia del ruolo di fragile ma tenace generatrice di mondi, nell'atto di delimitare espande, e, per quanto è concesso, modifica, o progetta di modificare: "resistere al pensiero e/ stare col padre a raccontarsi/ favole di nebbia, ricostruire/ il nome, franato, che/ precipitando al suolo, rese in /curabile la distanza". I.M.

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FRANCESCO MAROTTA

da Impronte sull'acqua ,

Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2008

* * *

giorno di calma sui sensi, in

aspettata quiete a

dismisura, col suo carico

vivente di memorie, con

la sua terra distesa sul viso

nuda, in attesa del

l'acqua odorosa dei sogni

della sorgente infetta di

gioie lontane sotto

traccia, di migrazioni

piaghe, giunture e intagli

profondi come un rifugio, un

sonno raccolto tra i capelli

pettinati d'ombre, poteva

essere sguardo che controlla

transiti e tormenti, poteva

sentirsi grido ingigantito dal

le linee della mano, farsi

corpo di neve a

disperazione del lievito

d'aprile, di tutto il vento

trattenere appena un arco

di cielo immobile, fissarlo

quaggiù sulle sue gambe

dargli aria goccia a goccia

dalle labbra del cuore, poteva

resistere al pensiero e

stare col padre a raccontarsi

favole di nebbia, ricostruire

il nome, franato, che

precipitando al suolo, rese in

curabile la distanza

* * *

 

è la mente che

numera il silenzio

dei morti, e la conta

è un dolore che vive e

ramifica in chiazze di

nuvole sulla pelle, a volte

è sabbia, un tramonto

un fiore di neve

a distendersi fino al

le pupille, a

riempire la bocca

con la sua lingua colma

di ricordi, con i resti

vaganti di un

incendio, con la sua

veste di orme, di voci

di capelli, con la

rappresa, impura

verità del gelo

* * *

 

la crosta si sazia di ghiaccio

minerale, la zolla che

preme ha la pelle

costellata di fori, accensioni

che affondano il senso e

sfumano alla resistenza

del seme, e dunque

l'arsura è un coagulo

che impregna tutte

le cose, un liquido inverso

muta occhi per uscirsene

al sole in forma di

stelo, di voce, mentre

scivola via da ogni sponda

tra un filo di sale e uno

strappo nella rete

del tempo, ma

qualcosa s'attacca al

la bocca, un pulviscolo, un'

ombra, una creta, un'orma

sul manto del buio, un

profilo di sangue, di linfa

aggrumata

s'apprende al suono dei passi

scioglie i lacci al

sonno dell'angelo

che rovina, al risveglio, nel

vuoto di volti del

la prima dimora

* * *

 frana anche l'attesa e

l'ora spalanca tiepide

quieti d'abisso, lo spazio che

cede a un graffio d'anima, al

pallore di ombre di plastica e

ossa, immagini a picco

sfarinate nel piatto, un

pasto di sere già muffe, il

ventoso continuo di luci e

rombi che gonfiano l'aria

trapassano in dissolvenza

le strade ad altezza

di voce, i liquami di vite

arenate ai margini di un grido

filamenti, radici, qualcosa

che arriva alla porta e

vapora sull'uscio

in forma di respiro, un saluto

un sorriso stentato, tu ora

dormi, io raccolgo la

sabbia dai vetri, la polvere

rossa che rinasce nel palmo

a ogni colpo di spugna, un varco

carnale che tracima alfabeti

parole per dire riconoscimi

sono tua madre, sono

l'acqua che

grandina sete nel

l'arsura dei giorni, la risposta

che scivola via dal

le labbra in forma di rogo

 

* * *

ascoltami, con gli occhi

accogli il colpo e immobile

pensa un cenno di saluto

per il fuoco, poi

componi la cenere

nel calice, un sorso di

calore per la tua pupilla

che ha sentito il gelo, il

dono che trascorre e

si allontana come si scioglie

l'alba all'apparire, e credimi

la cera che ti porgo è l'unico

frutto del mio incendio

un pegno maturato in

sorte liquida

simile alla macula di

luce che annuncia la luna

ai poli, è cera o mosto

d'alghe, frumento di deserto

coltivato sui mari

di ponente, osservalo

portalo alla bocca, le linee

aguzze che nuotano

nel grumo sono un sigillo

di notti, e notte che ricorda

vene, umori sparsi, immagini

franate, come chi vive

per lasciare impronte, un

solco per la morte che

ci segue, che ci precede

in forma di stagioni

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:25 | link | commenti (17) | commenti (17)
categorie: editi, le voci della luna, premio renato giorgi
sabato, 20 dicembre 2008

MANTO DI VITA - testi di Pietro Pancamo

Nell'attuale periodo, in cui, non di rado, corrono a perdifiato le carte di credito e gli zuccheri nel sangue, le macchine e le bollette dell'Enel, e a tale sovrabbondanza di luce elettrica non sempre corrisponde un'identica ricerca di chiarore interiore, propongo, nello spazio limitato e circoscritto di Dedalus, un minuscolo tentativo di contrasto. Pubblico qui di seguito alcuni liriche tratte da Manto di vita di Pietro Pancamo, un autore giovane ma già molto impegnato nella ricerca di una propria espressione personale, tramite la propria scrittura e attraverso il lavoro di redattore e collaboratore di riviste, tra cui "La Mosca di Milano". Pancamo parla di magrezza, di essenzialità. Ed osa farsi con parole chiare domande semplici, quindi, per forza di cose, le più complesse, quelle che è più comodo evitare o offuscare con abili giri di parole: "Amore o desolazione?", si chiede; e si interroga sul senso del proprio festeggiare, sulla somiglianza, sulle partenze, sulla vecchiaia, sulla mezzanotte, sui racconti e perfino sull'ispirazione. Un poeta giovane, Pancamo, ma già conscio del valore e dei limiti della parola, della necessaria serietà e dell'altrettanto vitale bisogno di una dose di ironia. Perché in questo "manto di vita" accade di assumere la consapevolezza che "ogni minuto è fluido di rumori:/ sbattono le ali/ contro pannelli d'aria. L'impatto/ vibra di scherno:/ è un lazzo di sdegno voluto dalla mia notte". I.M.

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PIETRO PANCAMO

poesie tratte da

MANTO DI VITA - Lietocolle edizioni, 2005

* * *

Spiegazione di un giorno

 

 

Il giorno che saltella

lungo le impronte delle mie scarpe;

il giorno che saluta frantumato,

quasi appostato

fra le dita.

Ogni minuto è fluido di rumori:

sbattono le ali

contro pannelli d’aria. L’impatto

vibra di scherno:

è un lazzo di sdegno

voluto dalla mia notte.

* * *

 

 

Amore o desolazione?

 

 

Mangiamoci il tacchino riscaldato:

andiamo verso il forno

tenendoci per mano.

* * *

L’ironia

 

 

Indosso la magrezza

con la disinvoltura

di chi ironizza.

 

Eh, ironia

con te la disperazione

è filosofia!

Ma senza di te,

ahinoi,

la poesia

è pura (mera) melanconia.

* * *

 

 

Somiglianze

 

 

A quest’ora

ogni paese

è un fagotto

di stelle e di buio.

 

Ma lo è pure

questo cielo vagabondo

(guscio d’aria e di respiri)

che stringe in un solo mondo

città, mari e tempeste.

 

Ma lo è pure

questa via

(intirizzita di pioggia)

col suo buio

incatenato ai lampioni

e un po’ di stelle

che sussurrano al mio palazzo

la ninna nanna:

vedo tante finestre

chiuse fra perimetri di sonno.

 

A quest’ora

ogni uomo

è un fagotto

di buio e di stelle.

* * *

 

 

Partenza

 

 

Ogni saluto è un commento

alla tristezza

di dover partire.

 

Nel disordine di un abbraccio

escogitiamo

ricordi improvvisati.

* * *

 

 

Disprezzo ai tramonti

 

 

Se la morte gira:

cimitero a vista.

 

Come disprezzo

questo mondo

nel quale si vive

solo per evitare

noie al motore.

Se il rombo dei pistoni movimentati

è felicità,

lo stridor di denti della frenata

che sarà?

Delusione? Depressione? Confusione senza pari?

Oppure lo scatto nervoso

dell’uomo che, dal finestrino,

ha visto una puttana a puntino?

 

Quando la morte gira:

seppellire a vista.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:06 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: lietocolle, editi, mosca di milano
giovedì, 11 dicembre 2008

CEDEVOLE AL TATTO - testi di Paola Loreto

In un mondo mappato al millimetro e scrutato istante dopo istante da innumerevoli satelliti e navigatori, resta comunque un territorio inesplorato, o, meglio, una terra costantemente nuova, seppure identica a se stessa: la mente umana, il corpo, e quell'istmo complesso e frastagliato che unisce e separa i due continenti, le sensazioni, il bosco fitto e vivo del provare umane emozioni. Leggendo i testi di Paola Loreto si ha l'impressione che, dopo aver accumulato necessaria cultura, nozioni e conoscenza, dopo aver ricercato la valenza scientifica della lingua e del pensiero per ragioni professionali, l'autrice si sia deliberatamente fermata in quel bosco di sensi che passano attraverso le sensazioni. Un luogo in cui, osservando un acero fino a entrare al suo interno, scorrendo nella sua stessa linfa, si ragiona, smettendo di ragionare, ritrovando una forma di pensiero che passa attraverso le mani, gli occhi, il respiro. Riflettendo sulla radice prima dell'essere, su ciò che fa dell'uomo parte dell'universo, ci si accorge che nei gesti apparentemente normali c'è un mistero che si svela nell'atto di vivere: "Si sgretola friabile/ sotto la mela il morso perché /è nato così: per darmi gioia /finendo di esistere perfetto". La presa atto dell'imperfezione è il primo passo per una misura più ampia, in grado di inglobare l'universo che preme e si espande dentro. E alla fine il premio, il raggio di sole che, nonostante tutto, penetra dal fitto, dall'ombra, dal buio, è l'istante in cui la fragilità si fa forza, e nella poesia si scorge la vita, nuda, esile, tenace: "L’acqua mi reggeva/ un tempo. Adesso cede /al caso. Cosa fare, quando/ viene la paura. Andar/ per mare, quando cade. /Se accade, andare". I.M.

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testi di PAOLA LORETO

da L’acero rosso, Crocetti, 2002

 

 

Il disgelo

 

 

Appariva

il nocciolo delle streghe

in fiore. Era giallo

nell’aria di vetro.

L’odore asciutto

di un freddo che punge

appena increspa ancora

la pelle,

custode di una tenera

materia.

Prese a scorrere

un nastro inquietante

di troppe profondità

di grigio, rigato

di esilarate canoe.

Danzavano le otarie

nell’acquario, insieme a passi

alleggeriti da una luce

appena nata. Bevevano i bambini

solamente, a bocca aperta,

il segreto ridente

di un liscio trascorrere

rotondo. Ci avvolse

e strinse

il tumido calore

di fiori tropicali

del colore corallo

di cui vestivo

quel giorno.

 

* * *

Metafora

 

 

Sei un’acqua cheta,

come me. Accogli il fiotto

dove nasce e lo snodi

e aggrandi senza troppo

rumore. Dentro te

raggiunge l’inaudita meta

del mare. S’inarca

sui sassi, e ride.

Bagna la sponda

che lo beve avida.

Cosa vive

più lieve?

Eppure viene la piena

e impazzi e rompi

e gridi

che ti perdi e ti assorbe

la terra cui non eri

destinato. Di schianto           

cede la forza

di te che sei

d’acqua forte.

* * *

Metronomo

 

 

In luoghi nuovi

avverto la giornata

rintoccare

le sue parti.

L’identità del tempo

camminarmi accanto

eretta.

Distillo

la mia vita

in alambicchi.

* * *

Le nuvole dal treno

 

Quando il cielo sembra finto

e dipinto – troppo raro

per esser vero –

mi perdo tra i fiordi

delle nubi e gli orli

dei ricordi.

Non combaciano

e mi rubano le pieghe

della mano.

* * *

L’accolta perdita

 

 

C’è una casa a tre archi

avrei voluto abitare

con te.

È in un cielo indeciso,

dove un sole respira, affannato,

tra nuvole giovani e inquiete.

Sopra un colle bagnato,

da aspettare il sereno

in un giorno di questo

febbraio.

 

Nella giusta misura, però,

vedo altri nell'orto

da coltivare.

Raddrizzan la vigna

che popoleranno di cani

e bambini.


da Addio al decoro, LietoColle, 2006

 

 

 

I morti non si contano

 

 

Quando viene paura,

va bene. Quando torna,

ancora. Non c’è strada

che si possa camminare

diritta e da sola. Mi vuoi

bene. Posso perdere

un guanto e magari

l’equilibrio e se cado

è la fine. Ma non

cado. E non mi fermo.

Ho solo paura.

 

C’è una via, per esempio,

che corre troppo liscia

e non mi lascia riposare.

 

E ce n’è una cava e buia

senza margini per posarsi

in volo che non imboccherò

senza te che guidi certo.

 

L’acqua mi reggeva

un tempo. Adesso cede

al caso. Cosa fare, quando

viene la paura. Andar

per mare, quando cade.

Se accade, andare.

da La memoria del corpo, Crocetti, 2007

  

 

Albe insonni

 

 

Gli Stati Uniti sono il posto della luce

riflessa sulla trave a vista di una baita.

Mi volto nel sonno e mi apre gli occhi

e viene incontro una figura di legno

stagionato, una macchia di marroni

trafitti in fenditure oblique e avvolte

dal tempo in rilievo trasparente e umbratile

che si fa calce tra un tronco e l’altro.

Il mio giorno è diverso in questo posto

dove niente può aspettare di iniziare

un’altra volta, di diventare qualcosa,

d’esser cosa, fatta.

 

 

Uintha Cabin, Tarryall Valley, Colorado

* * *

Vicino al cielo

 

 

Provo a sentire il sapore

di una fetta di mela cotta

con la buccia sulla torta

soffice di Lyn, al mattino,

quando il sole si alza labile

oltre il Picco del Bisonte

e mi tocca tangibile

sul ponte di legno del rifugio

della Valle degli Indugi.

Il senso repentino

del non cedere di un film

che serra la polpa sfatta

profuma di cannella.

Mi scotto col caffé appena

fatto (Dave ha detto di

andarne fiero) con regolare

affetto. Si sgretola friabile

sotto la mela il morso perché

è nato così: per darmi gioia

finendo di esistere perfetto.

Una voce mi salta nel cuore,

poi un’altra. È quasi giorno.

* * *

Cedevole al tatto

 

 

Finché avrai da darmi questo verde,

questo monte, questa luce e questa

svolta non ti domando altro, e so chi sei.

Finché mi chiudi nell’angolo di meraviglia

non ho il tempo né la voglia

d’esser triste o non saper cosa fare

di me. Qualcuno pensa, fa di me

quello che vuole, e non si sbaglia.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:43 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: crocetti, lietocolle, editi

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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