DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
domenica, 30 novembre 2008

IN STASI IRREGOLARE - testi di Antonella Pizzo

Lo scontro ininterrotto tra la cognizione del dolore e la necessità di proseguire il cammino lascia uno spiraglio, una zona franca, una stretta ma fertile terra di nessuno. In questo ambito ci si può muovere percependo una visione d'insieme, un panorama, forse il senso dell'insieme, o perlomeno la coesistenza della vita e del suo contrario. In questo territorio di confine si muove con una leggerezza densa ed attenta Antonella Pizzo, "in stasi irregolare", per dirla con il titolo di una sua raccolta, in una staticità che permette di penetrare il fondo delle cose senza smarrire il moto, il tempo, il necessario mutamento. Perché c'è una ragione altra, errabonda, ubriaca di una testarda, adrenalica malinconia. Ti porta a dire ancora una volta che "che la matematica sia un’opinione è risaputo/ ma ciò è insulsaggine per dire ciò non si può dire/ quale l’infinito, lo strazio o il foco magno". La gamma dei toni e dei colori della poesia di Antonella Pizzo è adeguatamente ampia e varia: pubblico qui qualche stralcio di vari momenti del dire e del sentire dell'autrice, lasciando poi ai lettori interessati il piacere di un'esplorazione di più ampia portata. Il filo rosso, o almeno uno dei fili possibili che pervadono e tengono insieme i versi, mi pare sia una ricerca di luce nel buio, anche nel più fitto abisso: luce che arriva dalla terra, densa di humus e di tempo. Luce come sbocco, anche come ferita, purché sia aperta alla parola e da essa percorsa, come un sangue, aspro certo, ma tenacemente, ostinatamente, rosso, vivo, sincero. I.M.

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ANTONELLA PIZZO

da Di lievi deliqui e smarrimenti

 

I

 

 Regina madre che al castello sgravasti

cuore di tortora e leone

beati i poveri di spirito

che non hanno visto il pozzo di petrolio

e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde

brune rosse passionarie

ossa d’anoressiche donzelle

sulle passerelle coi trampoli 

non hanno raccolto il passo

in minimal style valentino

l’ultima moda di tatuaggi e pearcing

che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo

dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato

miscuglio micidiale che arriva in gola  e strozza

il pensiero di una terra  a zolle e di una semina

di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi

che non hanno mai discusso sui massimi sistemi

che non hanno mai avuto un contatore e un blog

 

V

 

  

Ma il pesce ha il ventre gonfio

il costato da parte a parte passato

le branchie di sangue confuse,

gli azzanni di lupi nei polpacci

dei bambini che nelle spiagge

correvano con i denti di latte spezzati

solo sapevano di fossi e castelli

di conchiglie che al collo tintinnavano

fecero in tempo ad aprire le mani

leggere le linee torte e svariate

ce n’era una che portava lontano

arrivava al polso e poi girava

dietro il gomito e poi risaliva

fino a perdersi nelle pieghe in fronte

in mezzo agli occhi bendati di lino

nel sudario sulla testa poggiato

raccontava di mandorle malate

d’albicocche senza nocciolo dentro

d’uva amara, d’uva nera

***

In fondo sono stata bene in questo posto

non mi lamento più, prima lo facevo spesso

rimuginavo, m’agitavo, recriminavo

non guardavo più in là della mia siepe

presbite  e miope io sono stata, aggrovigliata

nel mio ottundimento, dalla mia carne flaccida o soda

dalle mie ossa curve o dritte

di certo allora m’arrabbiavo

sbraitavo

m’affliggevo

ricordo bene che

mi dissero che quando nacqui prima piansi piano e poi sempre più forte

m’attaccai al tubo, all’aria, al legno, ai beni, alle persone

con forza, determinazione

in verità vivere fu una questione complessa

guadagnarmi il pane  e il companatico lo stesso

ero fragile, da maneggiare con cura, ne sono consapevole,

così mi riparai di spine e andai.

In fondo stavo bene in quel posto

sanguinavo da ogni poro, copiosamente

dagli occhi versavo sale e lacrime, dalla bocca lamenti in forma di canzoni:

 

Giro giro tondo casca il mondo

casca la terra e tutti giù per terra.

 

Ti prego mondo oggi non cascare

non farlo proprio adesso che ci sono io

perché non sei cascato prima quando non c’ero?

Non sarei nata e non avrei cantato

questa canzone di morti e di bambini.

 

  

***

Ossessivamente langue e si rapprende il rumore

dei piatti  e dell’incudine e il martello

volge allo strano, alla nota alta e acuta

sono del servizio segreto venne dallo schermo

a spiegare l’enigma la voce, il suo corpo l’abbiamo trovato disfatto

finalmente. Oh se vuoi qualcosa si può fare

rispose l’attrice imbellettata e radicata nella parte inconsolabile

di vedova, si può andare 

al molo declinare verbi

estesi o pitagoriche tabelle che tre per due

fa sempre sei

che la matematica sia un’opinione è risaputo

ma ciò è insulsaggine per dire ciò non si può dire

quale l’infinito, lo strazio o il foco magno.

 

***

né da stridii d’ossa

da mormorii di vene, d’orrore o da pietà

di noi assiepati o disposti ai lati della via

lacrima lo spazio e l’infinito stilla sale

la terra si sommuove a passo di supplizio

il tempo si rapprende poi ristagna in mescolanza orbando

cede la mente

vacilla il corpo al peso del silicio 

di una fusione fredda, di un chi l’ha visto

di un the show must go on, di un vuvuvu che aliena

ma il tuo calvario è il nostro

il nostro è il tuo

di questo il nostro vuoto si riempie

così d’ogni sangue si dispone

e ogni sangue in nuovo ordine si colloca

d’un sangue che santificando scorre

 

***

 

uno sguardo a quell’ora

potrebbe essere fatale

grimilde grida vendetta

dirsi non  cambierà il destino

quando l’edera si avvinghia

a strozzarci la vita

così quel Tenco che si sparò le note e le parole

in testa confessò che non conviene

ora che sono fioriti i glicini

e le margherite spandono petali al cielo

 

 

***

 

Le lettere incise nella pietra erosa dal tempo

sono incomprensibili

come il tuo viso in bianco e nero

stanco della perenne posa.

Così il vestito di merletto a giorno ricamato

con cui sei stata posta sopra al cataletto

è ormai stinto dalle tante stagioni passate.

Erano stagioni che ti appartenevano

coi gelsomini, i campi a maggese

il talamo nuziale

la discendenza che la morte ti ha negato.

Mi suggerisce il fruscio delle foglie il tuo nome

uccelletto caduto dal ramo

tua madre piangeva seduta all’angolo, lo faceva piano

perché oltre al pane anche le lacrime risparmiava

la speranza la teneva in serbo nel petto

non sapeva che  molte altre di sangue ne avrebbe spese

quando nel giugno del ‘43 ti vestì di merletto

e t’abbellì per questo tuo ultimo ritratto.

Mi giungono ora le voci di tutti

e sono tante

raccontano di quando tuo padre si perse, lui e il suo senno,

in un’alba rosata

fra rumori di ferraglie e brusii di rabbia

per una guerra  che mai si chiama giusta.

 

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categorie: editi
mercoledì, 26 novembre 2008

ERBA ED ARIA - poesie di Fabio Franzin

Ospito per la prima volta in Dedalus testi scritti in dialetto, e mi fa piacere iniziare con le poesie di Fabio Franzin, un autore giovane ma già molto apprezzato che si esprime sia in italiano che nelle "lingue" della sua terra. Nello specifico pubblico qui di seguito la prima sezione di una raccolta di Franzin dal titolo Erba ed aria, scritta nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense. Al di là di questo pur necessario chiarimento, è opportuno dire che, indipendentemente dal mezzo, ossia dal materiale linguistico utilizzato, la poesia di Franzin spazia con ritmo armonico dalle radici al vento, parafrasando il titolo della raccolta: dalla concretezza quotidiana distante sia da idealità astratte ed arcadiche che da moderne insensatezze metropolitane, all'aria, al respiro tenace di una volontà di sogno, perfino di un velo di speranza. C'è la Gazzetta rosa, e c'è, diretta verso la chiesa del borgo, Lina la zoppa, "regina dei pidocchiosi": c'è un mondo confinato nella dolcezza agra del tempo che passa sostanzialmente identico a se stesso, ma c'è anche la visione, l'idea, imperfetta, istantanea, in qualche modo viva, che "l’uomo senza sorriso / vaga fra quei miracoli rosa / e quelle ole di verde / come uno che abbia ritrovato / le parole dei suoi sogni". Una poesia intensa, quella di Fabio Franzin, curata sia nella versione in dialetto che nella traduzione in italiano: scritta ad occhi aperti, ma senza mai scordare un senso doloroso ma vivo di appartenza e di sim-patia, la comprensione percepita più che ragionata di un mondo minuscolo e soffocato che è capace tuttavia di farsi specchio del mondo nel suo insime, dell'uomo nel suo fragile persistere. I.M.

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FABIO FRANZIN

    

Stradhèe

     (stradine, sentieri)

 

    

(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)

 

 

 

‘Sta strissa scura de ‘sfalto

 (che so èsser stàdha bianca,

‘na volta, e pì strenta), strada

che tajia drio ‘e case, el paese,

che va, dreta, verso ‘a lontana

sagoma vioéta dee montagne

 

a bona biava, zàea, alta, fòjie

longhe come spade; a zhanca

un canp a pustòca, un gat biso

in mèdho, el pass lidhièro dea cacia.

De’à el colmo dolzh de l’àrzene,

‘a spiuma verda dee cassie e po’

(no’ la vede, ma sinte ‘a só santa

presenza) l’aqua ciara dea Livenza.

 

E ‘sta lìnia tiràdha passando via,

te un bàter de zhéjie, pa’ travèrs

aa strada, ciapa drento tut un mondo,

amór e memoria, pianura e poesia:

 

vede un bòcia, fra ‘e rame, un nido

de nogarini in man; vede ‘l forgón

de mé pare, drio un morèr, lu sentà

contro ‘l tronco, ‘a Gazéta rosa soto

el cul, fumar aa só scaeògna; sinte

el crack dee cane, l’ansàr dea Magalì,

i becóni rossi tee ganbe nude, là, fra

zhope e radìse; vede mé fradhél cuzhà

drio ‘a riva, ‘a cana in man, ‘na tinca

che salta, che sbate ‘a coda te l’erba…

 

Mondo mio, caro, de zhièse e tenporài,

de vose e orazhión, mondo cèo de sói

e paròe, de sesti poaréti, sì, ma sinceri…

Nissùna nostalgia passe insieme a l’aria,

là, fra l’erba alta sora l’àrzene: chel ieri

l’é ‘ncora qua, co’ mì, fra i òci e ‘l cuòr.

 

Questa striscia scura d’asfalto / (che so essere stata di sassi, / un tempo, e più stretta), strada / che taglia oltre i caseggiati, il paese, che va, diritta, verso la lontana / sagoma lilla dei monti // a destra mais, alto e giallastro, foglie / lunghe come spade; a manca / un campo incolto, un gatto grigio / lo attraversa, il passo lieve della caccia. Oltre la curva dolce dell’argine, / il folto verde delle acacie e poi / (non la scorgo, ma sento la sua sacra / presenza) l’acqua chiara della Livenza. // E questa linea tracciata in corsa, / in un battere di ciglia, sbieca / alla strada, recinta tutto un mondo, / amore e memoria, pianura e poesia: // vedo un bimbo, fra le fronde, un nido / di lucherini in mano; vedo il furgone / di mio padre, dietro un gelso, lui seduto / contro il tronco, la Gazzetta rosa sotto / il sedere, fumare alla disdetta; odo / il crack delle canne, l’ansimare della Magalì, / i ponfi rossi nelle cosce nude, lì, fra / zolle e radici; vedo mio fratello accucciato / lungo la riva, la canna in mano, una tinca / che saltella, che dibatte la coda nell’erba… // Mondo mio, caro, di siepi e temporali, / di voci e preghiere, mondo esiguo di voli / e parole, di gesti umili, ma sinceri… / Nessuna nostalgia scorra insieme all’aria, / lì, fra l’erba alta sopra l’argine: quel ieri / è ancora qui, con me, fra lo sguardo e il cuore. 

 * * *

Stradhèe, stradhèe dei nostri

paesi, perse, strente, lontane

daa piazha, fòra via, senpre

conpagne, anca se ‘l ‘sfalto

 

dèss l’à covèrt el bianco dei

sassi e del paltàn, tii ricordi.

Stradhèe de quatro case che

forma pòre vie za tel nome

 

periferie: “Paeù”; “Dosa

de sot”; “dee noghère”…

‘Ndo’ che i cani i ‘bàia, co’

te passa, ‘bàia e te core drio

 

e l’é senpre calche vècia

betònega che vièn fòra,

tel cortìo, a osàrghe: “sta

bon, sito, curi cucia” parché

 

‘e vèce, le ‘é coriose, se ‘o

sa, ‘e sta là, co’a scóa in man

a spiàr se sie Nane che torna

inbriàgo da l’osteria, ‘a fìa

 

dea Tolfa co’a còtoea curta,

chea troia! ‘a Lina zhòta che

va a messa co’l só bel còeo

de piìcia, ea, ciò, ‘a “regina

 

dei péociosi”, o sol calcùn

de forèsto, pì gusto ‘ncora…

Stradhèe, fra fossi e zhièse,

fra i saézhi, o ‘l siénzhio

 

de l’afa, che po‘e mòre

tel cortìo de l’ultima casa

coeònica prima del canàl,

del vigneto, o dee panòce.

 

Stradhèe nostre, destìn e

fortuna de quel che camina,

de quel che in fra i só passi

pesta l’onbra che ‘l conósse.

 

 

 

 

 

 

Stradine, stradine dei nostri / paesi, perse, strette, lontane / dalla piazza, nella campagna, sempre / uguali, anche se l’asfalto // ora ha coperto il bianco della / ghiaia, della fanghiglia, nei ricordi. / Stradine di quattro case che / formano misere vie già in toponomastica / periferie: “Palù”; “Dosa / di sotto”; “del noceto”… / Dove i cani abbaiano, quando / passi, abbaiano e ti rincorrono // è c’è sempre qualche vecchia / pettegola che sbuca fuori, / in cortile, a urlargli dietro: / ”buono, taci, vai a cuccia” perché // le vecchie sono curiose, si / sa, si impiantano là, con la scopa in mano / a spiare se sia Giovanni che torna / ubriaco dall’osteria, la figlia // della Tolfa in minigonna, / quella troia! La Lina zoppa che / si reca a messa col suo bel collo / di pelliccia, lei, ciò, la “regina // dei pidocchiosi”, o solo un qualche / estraneo, ed è più gusto ancora… / Stradine, fra fossi e siepi, / fra i salici o il silenzio // dell’afa, che poi muoiono / nell’aia dell’ultima casa / colonica prima del canale, della vigna, o del campo di mais. // Stradine nostre, destino e / fortuna di colui che cammina, / di colui che fra i suoi passi / calpesta l’ombra conosciuta.

 

 

  * * *

 

  

 

Ortensie

drio ‘l sentiero che ‘l porta

al paese. E, prima de caeàrse

voltra ‘e coìne, ‘l sol de giugno

stuca de carne i sό scansi.

 

Pèrs fra i pensieri e i sό neri

ricordi, l’òn senza sorìso

passa fra chii miràcoi rosa

e fra chee onde de verdo

 

come un che ‘l èpie trovà,

de nòvo, ‘e paròe dei sό sogni;

ortensie, a baro, bόe coeόr baso

fisse de cuoréti, de conféti, bèi

 

pa’l batìdho dei òci. Ortensie,

come lanpioni a far ciaro, drio

‘a via,  parché nissùn se perde

fra chel rosa, sie òn o can, sie

 

siénzhio o canzόn. Ortensie,

poesie de giugno fra stradhèe

e case vèce, incùo, qua in coìna.

 

 

 

     

Ortensie / lungo il sentiero che conduce / al paese. E, prima di calare / oltre le colline, il sole di giugno / colma di carne quei valloni. // Perso fra i pensieri e i suoi scuri / ricordi, l’uomo senza sorriso / vaga fra quei miracoli rosa / e quelle ole di verde // come uno che abbia ritrovato / le parole dei suoi sogni; ortensie, a cespi, bocce color bacio / fitte di cuoricini, di piccoli confetti // per il battesimo degli sguardi. Ortensie, / come lampioni a illuminare / la via, affinché nessuno si perda / fra quel rosa, sia uomo o bestia, siano // silenzio o canto. Ortensie, / poesie di giugno fra stradine bianche / e case abbandonate, oggi, qui in collina.

 * * *

Drio ‘a Livenza

 

Voràe dirte come che tut

mudha, montando sora

l’àrdene, sponda verda

fra l’aqua e ‘a tèra, come

che tut se invera, da ‘sta

prospetiva: el corso che

se fa sogno, strissa bisa

ssivoeàr sienzhiósa, drio

‘e cassie, farse spècio

pa’ un passàjo de ànere

raso via, àe come crose

nere a carezhàr l’aqua

che trema. De qua, tut

un tiatro de zhièse, zhoche,

de tère aradhe, zhope,

i fiumi fermi dee strade.

 

Voràe dirte come che ‘e

par pì basse, ‘e nùvoe,

da ‘sto rialzo, come che

l’aria sa da pess e semenza

qua in zhima, da poesia.

 

Un gabiòt, pì ‘vanti, bass

sot’a riva; un brazh come

quel de ‘na gru e picàdha

alta aa sferzina ‘na baeànzha:

quaro de redhe a conca

a pescàr ‘ste paròe qua,

nassùdhe drio ‘a Livenza,

fra siénzhio, passi e fedeltà.

 

  

 

Lungo la Livenza

 

Vorrei dirti come tutto / cambia, salendo sopra / l’argine,  sponda verde / fra l’acqua e la terra, come / tutto si invera, da quella / prospettiva: la corrente che / concilia il sogno, fascia grigia / a scivolare tacita, oltre / le acacie, farsi specchio / per un passaggio radente / di anitre, ali come croci / scure a carezzare l’acqua / che trema. Oltre, tutto / un teatro di siepi, ceppaie, / di terre arate, zolle, / i fiumi immobili delle strade. // Vorrei dirti come / paiono più basse, le nubi, / da questo rialzo, come / l’aria ha sentore di pesce e sementi / qui in alto, di poesia. //  Un gabbiotto, più avanti, basso / sotto la riva; un braccio come / quello di una gru e appesa / alla sferzina una bilancia: telaio quadrato di rete a conca / per pescare queste parole, / nate lungo la Livenza, / fra silenzio, passi e fedeltà.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:52 | link | commenti | commenti
categorie: dialetto, editi
domenica, 16 novembre 2008

ADDIO E RINASCITA - "Codice terrestre" di Gabriela Fantato

Tra i vincitori del Premio "Tortona", di cui si è tenuta da poco la cerimonia di premiazione, ci sono vari autori che ho avuto il piacere di ospitare in Dedalus, e che sarò lieto di rileggere e ripresentare in questo spazio. Mi fa piacere che ci sia concordanza di idee con la giuria del Premio, e colgo l'occasione per proporre qui alcune liriche tratte da Codice terrestre, il libro di uno dei vincitori, Gabriela Fantato. E' un libro che parla del tempo, e, coerentemente, è esso stesso fatto di tempo, sia nel senso di ritmo che nell'accezione concreta e astratta riguardante il trascorrere fisico e mentale, vissuto e pensato, delle stagioni della vita. Non c'è resa, tuttavia, all'incedere e all'incombere della trasformazione. Prende atto, Gabriela Fantato, del mutare costante di visioni e prospettive e del conseguente sfumare delle certezze, istantanee colte nell'atto del movimento, e quindi necessariamente imperfette e sfumate. Non c'è resa perché non rinuncia a cogliere l'essenza, il "Bacio dopo l'ultimo", o un "Canto per Galileo", come recitano i titoli di due sezioni del libro. C'è il senso del dolore, e di una sconfitta presente e futura, di cui necessita tenere conto. Ma c'è anche, grazie all'abilità dell'autrice di far emergere la vita dalla vita, l'anima dalle cose e dai gesti apparentemente minori, il senso di una realtà che consente ancora una forma di respiro, un adeguatamento al Codice scritto e non sottoscritto, tramite la consapevolezza che, frutti imperfetti di nascite imperfette, "nella fessura del presente stiamo,/ dentro la testa - un mare,/ senza data e il nome". Per arrivare alla visione più nitida e essenziale, la capacità di comprendere, o meglio di percepire, in un attimo, la compresenza di passato, presente e futuro, la speranza-certezza che "la terra conserva/ la formula del fiore e la legge/ della stella". I.M.

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 GABRIELA FANTATO

da   Codice terrestre

           VI.

 

 

 

 

C’è un'intimità dentro la pietra,

la mano può sentirla

– il bocciolo salva il fiore,

il figlio suo padre.

 

Tentiamo la cima nel tempo

dell’infanzia segnata nell’abbraccio

dentro l’acqua

e i racconti salvati nel bisbiglio

della madre.

 

Il problema non è il silenzio,

non i papaveri cresciuti a marzo

tutto è partenza, solo l’arrivo

libera dal male.

 

Si potrebbe sentire la linea del legno,

prendere le schegge sulla pelle.

A dopo il regno della voce, a dopo.

* * *

VIII.

 

 

Forse il peso che sento nelle spalle

è questo mugolare

– la materia parla ostinata, a sottintesi.

E’ un ronzio che striscia dal metrò

alle case, al piatto, al tavolo da pranzo.

Nemmeno i balconi sanno tenere

il sibilo che sale dai tombini

e non si ferma.

 

Una finestra sta ficcata nel cielo

con la promessa di aprirsi.

Succede, come sempre, succede

di sbieco si vede il taglio,

la bellezza che resiste.

 

Ne sono certa, verrà di nuovo aprile,

verrà nel fusto dei platani

un’estate d’aria e d’erba cruda.

Nient’altro.

* * *

- l’arrivo

 

   

Seguo i metri – uno su uno,

sino al colpo, sino all’abbraccio.

Vengo da te che mi strappi e sei

la mia stanchezza.

 

Forse è vero, sarei la tua terra,

– un solco per la mietitura.

La città sale dentro le lenzuola,

il racconto è sirene

e allarme.

Solo l’inondazione di rughe

e figli placa il cielo, questo bianco.

 

Mi distendo nell'incavo dell’estate,

paziente alla resa.

Insisto la richiesta, salto alle radici.

Tu respirami

pesce d’oceano – ricorda la bocca

* * *

Nascite imperfette

 

  

Nella fessura del presente stiamo,

dentro la testa – un mare,

senza data e il nome

 

resta la ninna nanna

di mia madre nel bianco,

come fosse una notte

                                 senza luna

 

E’ stretta la mattina dove si perde,

dove è più scuro

il giorno sopra le pagine

 

resta il segno nella mano

di mio padre,

           la nostalgia, un balzo

                                              senza fine

 

La terra conserva

la formula del fiore e la legge

della stella.

 

 

 * * *

La forma della vita

 

 

Cammini sul ciglio della strada

dove non c’è riparo, né contatto.

Tutto è compiuto

in questa città che ha la forma

di ogni altra città a venire.

 

Cola la notte dentro gli uomini,

strade a corridoio

dove  scivola il gesto che sa

e tace – la ferita.

 

Sarà questa l’ora di dirlo

il tempo immacolato e crudele?

L’ infanzia orfana,

la casa – una guerra nella pelle

che tiene la memoria.

 

Le luci, le luci sono troppo alte

per vedere l’ombra,

la vostra – la mia e il sangue

nel canto taciuto ai figli

dentro la pagina.

 

I corpi hanno perso il sogno

nel tanto spaccare la vita

con le unghie, sino in fondo,

nel dirlo ogni volta – estinto

il sogno

come fosse per davvero,

per sempre.

 

 

Cerco l’abbraccio nelle piazze

smagrite, lo trovo la notte,

lo inseguo nel piano inclinato

degli occhi.

 

  

Ho scavato una grotta

per la solitudine e la preghiera

non scordata mai, non saputa

se non nel grido.

 

 

Sotto, più giù dentro i cunicoli,

nel nero che assedia

le ginocchia

si chiude il cerchio, la parola

consumata all’inizio

– non ho più occhi.

 

 

Tengo stretta la mia,  la tua ora

quella che sola ci appartiene

dove diciamo  – amore

e ci credi e lo tieni

come l’ospite, l’ultimo.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:40 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: la vita felice -editi
mercoledì, 12 novembre 2008

ANTONIO ALLEVA - testi

Si muove su spazi estremi e contrapposti, Antonio Alleva, sia sul piano della forma che su quello del tono e dei temi prescelti: passa da una liricità nitida, ricercata, lieve e in qualche misura classica, ad un approccio più scabro, essenziale, brusco nel ritmo e crudo nel taglio. Tra evocazione dell'ideale e registrazione del reale. Nel "moto perpetuo" dell'esistenza pare voler trovare, o creare, qualche punto fermo, un'immagine certa, nei margini e nelle figure. Ma ogni volta all'operazione "grafico-onirica" si affianca e si sovrappone la coscienza del vero, le ferite, le fratture, gli strappi al quadro ideale dell'essere e dell'amare. Tra istanti in cui sembra di "sfogliare tra la punta delle dita/ il quid del celeste" a momenti in cui la domanda d'esordio, immediata, ineludibile, è "qual è il senso dell'ultimo rantolo?". Ma nelle poesie di Alleva non c'è mai, come è opportuno che sia, un completo abbandono all'ebbrezza o al dolore. C'è una miscela particolarissima e originale, una mistura ricca di tenacia e volontà, una tensione verso una speranza matura, concreta, ottenuta e ricercata tramite la lotta e la passione autentica. Una ricerca che porta a prendere atto con lui, nonostante il peso di assurdi millenni, di "quanto inesausti siano e indomiti gli uomini e le cose". I.M.

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testi di ANTONIO ALLEVA

CICCIO E ZIA MARIA

qual è il senso dell’ultimo rantolo?

e il mio che li chiamavo forte tra la nebbia

Ciccio, zia Maria

misteriosamente uniti da un tenero unisono

oh Gabriele che li guardavi dalla tua piccola palla di neve

qual è il senso delle creature ammalate umiliate ferite

quale della gravità che le schiaccia

come fosse il piano della terra l’immensa croce

dove ci piantano ogni giorno senza chiodi né legno

e io che prima di quell’ultimo rantolo

gli fissavo l’imbavagliato urlo verso la luce e l’angelo

gli fissavo le pupille ritentare l’aggancio

a qualunque a qualunque cosa gli si muovesse intorno

e i loro palmi mi facevano vibrare il palmo

frugando ancora e ancora

«ancora per favore un goccio d’aria».

* * *

 

BUSSAI ALLA PORTA

bussai alla porta col sangue ancora fresco sulle nocche

Pietro esclamò sei sconvolto ragazzo mio.

gli risposi se c’è un tempo anche per l’ospite inatteso

se c’è una porta, se era quella e

se c’è, se era la porta giusta anche per me.

uscivo allora dal lampo furibondo,dal morso alle spalle,

dal temutissimo sibilo dal violento colpo di coda,

e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante, un respiro di tempo,

io volevo provare a baciarla davvero la terra

a penetrarla davvero con lo sguardo della mano profonda,

a incantarmi a inchinarmi come sanno fare solo i fili d’erba,

io volevo provare ad addestrarmi davvero

all’ascolto militante del canto degli angeli,

e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante, un respiro di tempo,

quando mi tornarono alle spalle che ero in ginocchio

ad annusare le virgo l’aroma tra la salvia negli orti.

* * *

 

POI ARRIVARONO QUEL GIORNO QUEL LAMPO

poi arrivarono quel giorno quel lampo

quel pomeriggio d’ottobre in cui il sole sembrava

un’immensa carezza

carezza sul celeste

sui gerani superstiti,

sui mattoni sui legni delle porte,

sugli ultimi giri delle bici all’aria aperta,

un’infinita carezza

sulla struggente bellezza dei melograni morenti.

«Oh sì – pareva mormorare l’invisibile Artefice,

oh sì l’imperdonabile Custode pentito –

oggi realizzo anch’io il peso di quanti assurdi millenni

e quanto inesausti siano e indomiti gli uomini e le cose,

e quanta fragilità nei dati di fondo e quanto inaudito sfrido»

un’infinita carezza

al tic tac che sento e al muro da cui pende

«e anche a te sulla tua guancia»

gli mormorò porgendogli un fiordaliso l’io narrante.

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categorie: editi
sabato, 01 novembre 2008

LA POESIA: VALE - testi editi di Biagio Cepollaro

Dell'ampia gamma di testi di Biagio Cepollaro a cui avrei potuto attingere, ho scelto alla fine proprio quelli presenti nel suo sito, www.cepollaro.it . In primo luogo perché l'intento di Dedalus, in questo caso come nelle precedenti e nelle future occasioni, è proprio quello di rimandare alla lettura di autori di valore, rinnovando la curiosità e invitando lettori e visitatori a cercare o ricercare di persona notizie, dati biobibliografici e testi. E non c'è luogo migliore per leggere ancora Cepollaro che approdare al suo sito personale, ricchissimo di scritti e notizie, ed anche non ultimo, di immagini. Cepollaro è infatti anche autore di arte visiva, e Dedalus, abituato a proporre nudi testi, preferisce indicare un luogo in cui è presente al contrario una vasta gamma di immagini artistiche. Al di là di questa necessaria premessa, pubblico questa selezione di testi di Cepollaro tratti da numerosi libri, perché ritengo che nel caso di questo autore, coerente, rigoroso, scomodo, scabro, alieno a qualunque compromesso con qualsivoglia potere che non sia quello della libera espressione, sia più che mai attuale una delle possibile chiavi di lettura del titolo di questo post: LA POESIA: VALE. Vale nel senso di ha valore. Sicuramente letterario, per il tessuto fitto e saldo di assonanze e consonanze, per il ritmo, per la compattezza della struttura di Cepollaro. Ma vale anche in senso più ampio, sociale, e perciò umano. Vale perché ad ogni verso contraddice l'idea (che qualcuno si ostina ancora a tenere viva) che la poesia sia uno sfogo fine a se stesso o un esercizio estetico e vano. La poesia, quella vera, è strumento di esistenza e resistenza, spazio da difendere con i denti, pagando, ogni giorno, il coraggio di esistere, erigendo dighe di parole, gesti e scelte per contrastare "nuovi avvallamenti di sabbia e capitali". I.M.

- - - - - - - - - - - - - - - - - - - -   - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -

               TESTI DI BIAGIO CEPOLLARO

Luna persciente (1989-92)

da: Epistola alla moglie Franci

(epistola alla moglie Franci)

 

disertato inerme cupiscente

lanciato in un lascia-spingi

 

di viale gente fioccoso

ripiegato tutto dentro al

 

torace occhio allo sterno

stremato senza rullo agire  

 

(...)

Fabrica (1993-97)

da: Meditationes 3

dentro la terza rivoluzione industriale si confondono per la terza

volta le cose e i sottostanti sommovimenti non sembrano più feroci

 

né tali

ci si mette anche a ragionare

 

sulle idee. tranne scriba che intravedendo vede enormi prodigiose

masse d’acqua le dighe le sotterranee esplosioni le sparizioni e la deriva

 

dei nuovi avvallamenti di sabbia e capitali

Le parole di Eliodora (1983-84) 

da: Che non saprei dirti nulla:

che non saprei dirti nulla

                                      (tanto

       meno scriverti

               che vivo d’accensioni

                                                 (colpi

                     di coda e reni)

                           che un filo tiene il cervello

                               ai piedi

                                                        (la pelle

                               conduce le parole e tutto il gioco

Versi Nuovi (1998-01)

da: Per ogni giorno

dovrei dire anch’io a quarant’anni ciò che a venti

non si poteva dire chè ti viene naturale all’inizio solo

quello che hai sentito dire       il resto

che conta  

nessuno te lo dice ci devi

sbattere per poi scoprire

che anche un applauso ti porta

fuori

strada che debole

è la via

e veramente oscura            e chiesi  

come fare

ad avere mente

ordinaria  

(...)

 

 

La poesia: Vale (2003)

 

da: Male d'amore

 

*

non prendertela con lui, Vale, non è lui

lo stronzo come dici: è che ciò che in alto

ci porta è anche quello che ci fa precipitare:

insieme tirate la corda che vi fa cascare.

 

 

*

non va perso niente, Vale, niente: ogni lacrima

ogni sussulto allo squillo del cellulare: niente.

ma senza di lui la vita andrà avanti lo stesso

tornerà la tua stanza il concerto la pizzata

con la Simo e con quelli della piazza

le cazzate della festa finchè ti diranno

che una volta la Vale era fuori –di testa.

 

 

 

Lavoro da fare (2002-2005)

 

                VIII

 

ecco che in una piazza

ritroviamo il nostro vulcano

quella cosa di fronte sulla cui

cima ci siamo mille volte

arrampicati per poi discendere

con quotidiana conferma della cosa

non detta a parole

luminosamente fissa

e alta

 

abbiamo preso nello stile una strada

solitaria e muovendo ci sentiamo

senza terra sotto i piedi: di qui

i capovolgimenti ché senza storia

ci si muove nello spazio in cerca

di approdo

 

per questo la piazza quasi comune

funge da inizio e ci dice che mai

bellezza lo è stata semplicemente

che a lei era affidata la pausa

che fa sentire la musica fatta

di un tocco ripetuto quanto la vita

e quella musica ancora risuona

anche se mai veramente diventata

mondo

 

ché a lui frammisto

è finita meccanica nostra

l’oceano sordo di atti piovuti

giù senza consapevolezza

 

 

(...)

 

 

*

dunque era questo

il lavoro da fare: giungere

alla Porta

 

e anche se presto

gli abiti ci si richiudono

addosso

il grosso del lavoro

è stato fatto

 

il sospetto della bellezza

dell’essere

oggi non è più sospetto

ma un’esperienza

 

oggi non vogliamo più

che le porte siano chiuse

abbiamo sbirciato

e nella grande sala

c’era un lago verde-chiaro

e profumo di alghe

e di presto mattino

 

ci siamo visti al centro del lago

con i piedi sui sassi del fondale

e le mani che toccavano

il cielo

ci siamo anche voltati

da ogni lato

e da ogni lato c’era il verde

del lago

 

ora siamo sulla Porta

e non sappiamo né ci importa

quali saranno le parole

a venire

noi andiamo oltre i segni

per il tempo che ci resta

 

noi andiamo a ringraziare

per essere stati invitati

al banchetto

 

ora siamo sulla Porta

del ritorno e della restituzione

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 20:01 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: editi

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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