DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
mercoledì, 22 ottobre 2008

IO VOGLIO ANDARE AL SOLE - testi di Rossella Tempesta

     Mi è capitato varie volte di leggere la poesia di Rossella Tempesta, ed in ogni occasione, alla fine, la sensazione è stata di appagamento: un inquieto, vivido piacere, una tensione orientata verso un luogo dell’essere, forse reale, forse utopico, ma pensabile, quindi umano. Tra le cascate gelide della poesia sterilmente spettrale e quelle contrapposte ma non meno micidiali della poesia consolatoria ad ogni costo, c’è una terra di mezzo, per fortuna, un sentiero da percorrere lentamente gustando ogni passo: è quello della poesia in grado di motivare piacere e dolore, e il loro eterno, appassionato amplesso. E’ il caso, quest’ultimo, anche della lirica di Rossella Tempesta. Parte sempre da sfondi e situazioni semplici, familiari. Terreno, si sa, potenzialmente più letale delle montagne dell’Afghanistan o dei vicoli di Baghdad. Questo lo sa bene, l’autrice, conosce il dolore e l’assurdo, ne sa a memoria l’odore, ne percepisce chiaramente l’assenza e la presenza. Ma, senza vane acrobazie linguistico-sintattiche, con una volontà autentica che riesce a trasmettere con un dettaglio, una sfumatura, un richiamo all’essenza tenace di ciò che ci rende umani, è capace di cercare sempre il sole tra le nuvole, anzi quel luogo nel sole che non importa che esista o meno, concepirlo rende la vita vivibile, e, a momenti, per quanto possa perfino spaventare il concetto e la parola, felice. Sempre ad occhi bene aperti, lottando anche nel sociale, nel civile, sul fronte quotidiano della convivenza. Una poesia, quella di Rossella Tempesta, capace di tenersi a debita distanza sia dalla banalità che dall’asprezza immotivata. Con il gusto di celare e ritrovare il sapore della vita in frammenti di versi che rivelano istanti di senso e sana sensualità. I.M.

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ROSSELLA TEMPESTA

In assenza del suo odore, della traccia luminescente nella notte

in assenza dei loro fremiti e respiri e battiti veloci

Mondo Feroce non saprei attraversarti

- neppure un’ora di sonno -

Mondo Male Feroce, mio cuneo scheggia conficcata

 

E tu Belva industriosa, mangiatore di creature vive

onnivoro e vampiro d’aria e di sangue trasparente

 

linfa che per dignità non scorre più neppure

e bianca è la morte bianche le bare

sbiancata la pelle degli ammalati consumati

 

da te avido immondo che consumi e rimetti e rimangi il tuo sterco ed il tuo bolo

e tutto ti diviene

oro.

 

**************************************

 

 

Sfinisce questa foga

del tendere strainutile

a mete travisate

di corpi rilucenti

di macchine potenti

e coiti inenarrabili

 

Ti dico: sono stanca,

ho voglia di spiazzare

le loro aspettative

lasciandomi dormire,

senza più gareggiare.

 

Più nuda di una perla

nel fango del porcile

ho preso a camminare

fra cose nude e nere,

le loro cose care

 

il frutto di una vita:

plastiche e peli lucidi

e tetti e lingotti

e urne cinerarie.

 

Ti dico: sono stanca,

non posso più restare,

sono sfuggita al senso

di correre, sgobbare

senza poi far l’amore,

al massimo scopare.

 

Tenetevi le stole,

le uova di storione

io voglio andare al sole,

passatemi a trovare.

**************************************

 

Infilo gli occhi nel verde

non vedo più la strada, sfuggono le case.

Così il mondo è già completo, solo distese verdi,

file di alberi immensi e alberi soli e immoti.

Perfette sono le siepi e i rampicanti

perfetti gli ikebana di sterpi e fiori

 

Sono lontana, sono una foglia

un tronco una farfalla.

 

Solo per il tuo canto ritorno.

 

*****************************************

 

S’è alzato il vento

ma lievissimo;  restituisce appena

una sembianza di vita alle cose.

Che giorno fermo e grigio, pare uno di quei tre sul Cranio.

Dunque se la storia è vero si ripete

si può sperare una resurrezione

 

dei nostri animi stanchi, delle braccia cascanti lungo i fianchi.

 

Si può sperare un temporale immenso

che svegli dal torpore, con boati e scrosci e livore dei cieli

Si può sperare di avere un’altra anima

e dire basta a questa sofferenza.

 

 

Si è alzato il vento…

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:03 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: antologia, selezione, raccolte, editi
mercoledì, 15 ottobre 2008

MIELE CALDO DI LUGLIO - testi di Anna Maria FARABBI

Unire impegno e sensualità, cronaca minuziosa del sentire individuale e attenzione al panorama più ampio del tempo e della storia, è la sfida che Anna Maria Farabbi conduce da tempo con grande passione e intensità, sia nella sua opera poetica che negli scritti in prosa. Ma forse più che di sfida è preferibile parlare di istinto, di necessità. “L’ape di luglio che scotta”, la definisce Francesco Roat nella monografia a lei dedicata pubblicata da Lietocolle. C’è la suggestione, il coinvolgimento dei sensi, ma c’è anche il richiamo al tempo, a epoche di ingiustizie sociali, e c’è la volontà di pungere, di bruciare, non per mero e sterile accanimento ma per una difesa strenua di ciò che ancora può dare vita al bello, al vero, alla poesia tenace, quella che, nonostante tutto, sussiste e resiste. Osserva il mondo, l’autrice, ne coglie graffi e ferite, ma non produce liquido amaro di vane lamentazioni. Continua a cercare una dolcezza vivida, combattiva, ad occhi e mente aperta: “Di questo non piango/ perché attraverso e vivo/ ancora con insistenza e ancora imparando dall’alba/ l’alba in me permane tutto il giorno e nella notte ruota/ i suoi chiarissimi rossi i suoi chiarissimi tuorli”. Chiarissima e rossa è l’alba di passione che Anna Maria Farabbi percepisce e fa percepire, lasciando che sia il lettore a colmare il divario tra l’ambito personale e il richiamo civile, nell’accezione più autentica del termine. “Non insegno a nessuno il mio non verbale alfabeto/ insisto ancora a leccare con la mia lingua il mio abisso/ insisto ancora tramandando l’alba nel donare questa lingua/ e questo mio abisso”. Ed è sempre coinvolgente percorrere nei suoi versi lo spazio che separa ed unisce questi estremi che si sfiorano, producendo fuoco vivo e miele caldo di luglio. I.M.

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ANNAMARIA FARABBI

Le cose stanno così    madre

 

abbiamo perso le stagioni incatramando gli orti

anche quelli interiori

i ghiacciai si sciolgono si scioglie

anche la pietra di Saint Victoire

il quadro giallo di Vincent   lo specchio di alice

dentro cui non passa più io

 

Leggici nei polmoni cosa abbiamo fatto dell’aria

pesci ed uccelli improvvisamente  scoppiano

si rovesciano tutti gli animali dell’arca    quasi capovolta

 

manca noè manca un filo con cui tessere memoria e responsabilità

nell’eredità dei quattro elementi

manca un vaso femmina dentro cui immergersi e rinascersi

riconoscendoti

 

il vento svuota una tempia dopo l’altra e chiacchiera in ogni bocca

 

Anche in quella dei poeti

che illanguidiscono senza pane limpido e fuoco liquido

nel sangue nel canto nel vino

mentre creano tende di carta e tornei durante il loro esodo

 

Di questo non piango

perché attraverso e vivo    ancora con insistenza e ancora imparando dall’alba 

l’alba in me permane tutto il giorno e nella notte ruota

i suoi chiarissimi rossi i suoi chiarissimi tuorli

 

Scrivo ormai solo sui palmi dei miei piedi mentre ti cammino

non insegno a nessuno il mio non verbale alfabeto

insisto ancora a leccare con la mia lingua il mio abisso

insisto ancora tramandando l’alba nel donare questa lingua

e questo mio abisso

 

 

da In nomine, con incisione di Simonetta Melani, Due Lire, 2008

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PICCOLA ANTOLOGIA

 

Da Scheiwiller, 1996

 

 

Non ha il becco eccessivo

la passerina che canta bene

 

 

 

 

TRAPASSATA LA MEZZANOTTE

SONO LE SEI DELL’ALBA.

 

TORNO A CASA  PER STANCHEZZA

NON PER AMORE.

 

E ANCORA UNA VOLTA

SBAGLIO.

 

Il fulmine convoca la terra e il cielo

in un punto.

C’è un punto biancastro nel tuorlo

dov’è il germe. C’è

un punto di attacco nel fiore

che è l’ombelico esterno

nel luogo dei semi.

Lì sporge il sole e chiarisce

il mondo.

 

Anche quest’anno per presunzione,

ho dato per scontato l’esistenza

della luce nel paesaggio:

il lavoro della luce

nelle forme del paesaggio.

Ho finito per scordare

che il ciliegio ha la testa

e che in primavera è più leggera

perché dalle radici sverna in petali

rosa. Uno

è il battere e uno

il levare della passera

che ora le sta dentro

per cantarla.

 

Mi fa accorgere del mondo:

 

alle sei dell’alba il ciliegio è fermo.

Ma scrivo una bugia.

 

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:25 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie:
mercoledì, 08 ottobre 2008

L'OCCHIO INTERIORE - poesie di Gabriella Maleti

C’è un legame stretto tra i versi che pubblico qui e quelli del post precedente. Il rapporto di collaborazione che lega Gabriella Maleti a Mariella Bettarini è di lunga data e profondo, al punto che, pur conservando caratteristiche del tutto individuali, le due artiste hanno contribuito a forgiare reciprocamente e in modo  fertile i reciproci lavori. Gabriella Maleti esplora con molta abilità e perizia anche il settore delle arti visive: l’antologia A parole – in immagini  di Mariella è corredata, per fare un esempio, da alcune sue fotografie che illustrano e integrano specifiche liriche del volume, creando un ulteriore dialogo, un’interazione tra parola e immagine, mai banale o sterilmente didascalica. Ma l’aspetto del lavoro di Gabriella più consono e inerente al campo d’azione, e di volo, di Dedalus, è quello letterario. E’ anche autrice di testi di poesia e prosa, e, anche in questo caso, non si rileva alcuna scissione tra il suo lavoro di scrittrice e quello di fotografa: c’è anche qui un cammino condiviso, un dialogo, un confronto arricchente. Le poesie di Gabriella Maleti che propongo qui di seguito sono “racconti in versi”, ma, con uguale nitidezza, sono istantanee colte con tempismo da un obbiettivo attento ai dettagli, alle sfumature, alla concretezza palpabile delle cose, e in qualche modo anche, o forse proprio in virtù di questo, a quello che solo l’occhio interiore sa cogliere: quell’attimo di dolore o emozione, di senso o di assenza di senso, che costituisce il nocciolo dell’esistere, e, allo stesso tempo, della poesia. Il linguaggio, coerentemente, oscilla tra ritmi e andamenti più distesi e virate brusche, anche sul terreno del gergo o del lessico colloquiale. Quadri che ricordano certi fotogrammi felliniani, sospesi tra la normalità dell’esistenza e l’incontro inatteso e magico con la meraviglia dell’essere, con il sogno della felicità e il corpo della pena, “l’Alchermes come integratore di chiacchiere carnevalesche” e l’attimo in cui si scoprono “avulse le gioie dal cuore”. I.M.

 

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POESIE DI    

GABRIELLA MALETI

*

 

L’impaginato è lì,

tra i miei quattro mobili,

alcuni impialacciati, così quando

li caricai sul vecchio camioncino

per portarli a casa dalla casa di mio padre morto,

cominciò a piovere, presero acqua.

L’uomo del camion li aveva coperti con un telo,

ma nella corsa svolazzavano agli angoli

e fitte gocce si fermarono lì sopra.

L’autista guidava imprecando si bagnano,

io dicevo pazienza, che vuol fare.

Si gonfieranno, diceva l’uomo guidando col

cappello da muratore in testa, le mani tozze,

tagliuzzate parevano quelle di mio padre

che ora le teneva al buio intrecciate sul petto,

inermi. Stravagante uomo, dopo averle usate

nel bene e nel male, specie nell’ira.

L’uomo del camion agguantava il volante

come un collo di donna. Un collo di mamma.

Come mio padre.

“È morto giovane”, diceva di lui.

72, ma ancora con molti capelli neri. È morto di cioccolato.

Una sera diversa, sensitiva, con paura.

Abbandonato il capo all’indietro, su una seggiola.

Restò così ore. Cioccolato dietro le ante, nei cassetti.

 

Pioveva e le quattro carabattole sul camioncino, in curva,

si muovevano, seppure vicine davano piccoli cozzi,

crepassero, ma sì, tanto…

Gonfiavano d’acqua, il legno si sollevava e nemmeno

a martellate sarebbe andato giù. Un tempo infame.

I piatti nelle scatole facevano baccano, e i tegami si urtavano.

“Non stanno zitti”, diceva l’autista al volante,

“anche se le corde le abbiamo tirate”.

Non fa niente, ripetei. Il carico, sommesso, parlava di sé,

diceva cose che era meglio non sentire.

Portavo a casa la vita pietosa di un uomo,

per caso padre.

 

È qui l’impaginato, nel primo cassetto.

È sempre stato lì. 

 

  

*

 

Di qua e di là accozzaglie,

ma non sia mai detto di forchette spaiate.

“Tira su!”

“Dài, dài, dàiiiii”.

“Il gatto?”

“È qui”.

“La padella col coniglio?”

“Sono qui!”

 

Quattro sedie, due sgabelli,

un ritornello: “Quanno se dice sì...”,

sei gambe,

quattro grandi, due piccole.

Una goccia di sangue

sul parabrezza scende.

Interna? Esterna?

Un dito va a vedere,

il gatto fa il bartino*, arretra.

Dio, lo sgombero.

Scende il sangue col suo filo,

non s’aggruma,

fa silenzio e scende.

 

Una serie di carabattole da poveri

in canna,

grattugia, comodini-odori, mattarello,

poveri davvero neri di capelli

che s’insultano, s’arraffano,

beccheggiano tristi come barche:

noi eravamo il camion che perde e parla sangue,

un filo basta,

tutto traballa e vanno lontano,

sono vicini, son da vedere, da fotografare

col sangue che scende,

che lascia il suo dito, la vulgata perenne.

 

 

24 febbraio 2007

 

 

 

 

*bartino: voce emiliana. Quando l’animale tira indietro le orecchie per paura.

 

 

    

*

 

Poi, continuando.

La vetustà dei luoghi (se dopo tanto li rivedo)

l’incallita esegèsi della tolleranza,

la giacenza ibrida nei rifugi per vita e sopravita,

così parevano le case abitate da noi, famiglia,

distrutte in un momento

con l’alterco di voci e redingote consumate,

il Sassolino come liquore,

l’Alchermes come integratore di chiacchiere

carnevalesche, che la madre, posta di sedere,  arrotolava

e friggeva, friggeva,

pasta di marzo e di uova, preda palatale e fragrante.

 

Che rimane se non la visione calcificata di guai e

male alle orecchie per infezioni d’interni,

un filo di susseguenti cose,

nel trito orrore di una specie umana che si trovava là,

proprio là, guardate: un gigantesco grumo di carni

portato dal vento in luoghi di specie

dove era così e nient’altro,

dove l’altro era mota, sì, e

sovravisione di come tre potessero cambiare,

disfare in un secondo ciò che natura aveva creato.

Infatti i tre erano nati con gambe, mani, braccia, piedi, ecc.

Avevano olfatto e gusto.

Come si fa a replicare duramente alla proprie mani?

Dire: perché ci siete? Chi vi voleva?

E ai piedi: perché siete venuti?

Ma erano lì, i tre, con tutto quello che serve.

Oramai qui, depositati. Defenestrati.

“Andate in malora” era stato loro detto.

“Andate a farvi fottere”.

Così, un po’ accatastati, molto mortali,

madre e padre hanno fatto quello che potevano.

Si sono spintonati, strappati i capelli,

avulse le gioie dal cuore.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:33 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: inediti - racconti in versi
venerdì, 03 ottobre 2008

IL SILENZIO SCRITTO - testi editi di Mariella Bettarini

 A me e ai lettori che accolgono volentieri quanto c'è di autentico nel mondo della scrittura, Mariella Bettarini ha fatto il dono di un'antologia solida e corposa che racchiude scritti e pensieri che spaziano nell'arco di una vita, quasi cinquant'anni di frequentazione assidua e appassionata con la poesia. Mi sono sentito molto solidale con Sisifo: un compito non facile, il mio, quello di sintetizzare in un unico post di Dedalus una tale abbondanza e ricchezza di spunti, un percorso così lungo, vario e fertile di sbocchi, incontri e diramazioni. Ma sono un Sisifo contento: per quanto imperfetta e lacunosa possa risultare la mia personale scelta nel mare magnum dei lavori poetici di Mariella Bettarini, avrò in ogni caso il piacere di proporre a chi segue le peregrinazioni di Dedalus un'autrice che ha fatto della serietà e della coerenza punti di forza preziosi. C'è un filo rosso che lega le numerose raccolte e le sillogi che ha dato alle stampe: c'è una fedeltà a idee e ideali spesso osteggiati dal potere e dalla maggioranza dei cosiddetti "benpensanti". Una battaglia, tuttavia, condotta senza perdere l'essenza della generosità e di una dolcezza attenta, ad occhi bene aperti, pronta ad aprirsi e a chiudersi, a dare o a negare. Senza estremismi, sempre, e senza negare ai tempi e alle epoche il diritto di mutare. Ma anche, con uguale costanza, senza cedere a facili compromessi, nel mondo della scrittura e in quello ad esso correlato, la vita. Per parlare di un libro di quasi novecento pagine, e di un'esistenza intera dedicata alla scrittura, ci sarebbe bisogno di ben altro che di queste brevi note. Spero tuttavia di essere riuscito almeno a comunicare a chi legge l'essenza, il significato più profondo, al di là dell'indubbio valore letterario dei testi, del percorso di Mariella Bettarini. Il suo è un sincero "silenzio scritto", una ribellione a ciò che contrasta e offusca il diritto alla bellezza e alla libertà. E' un farsi muta per poi sussurrare e urlare tramite la parola, strappata al tempo e all'effimero, lasciata come testimonianza costante di amore verso il mondo, nonostante tutto, e verso la poesia che, a dispetto di tutto, è ancora nelle parole e nelle cose. L'invito ai visitatori e ai lettori di Dedalus è quello di cercare ulteriori informazioni sulla sua antologia poetica A PAROLE - IN IMMAGINI, realizzata assieme a Gabriella Maleti, artista e poetessa a lei legata da un lungo e fertile sodalizio poetico. Assieme a Gabriella, Mariella cura le edizioni Gazebo, per i cui tipi è stata pubblicata l'antologia. Anche questa realtà editoriale conferma la coerenza di cui ho detto, e contribuisce a rendere scritti molti silenzi ricchi di passione e di poesia. Perché, come recita il titolo della prima raccolta pubblicata da Mariella, scrivere è l'arte di muoversi sul filo che unisce Il pudore e l'effondersi, lo sguardo e la voce. Della capacità dell'autrice di muoversi con armonia su questo filo, parleranno, meglio di me, i versi che pubblico volentieri qui di seguito. I.M.

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      MARIELLA BETTARINI 

da LA SCELTA - LA SORTE

(Edizioni Gazebo, Firenze, 2001)

 

La collettività

sciami - torme - frotte -

stormi: rondini? vespe?

viaggiatori? bambini?

                         io/tu/tutti?

stuolo vermiglio - capannelli - folle -

turbe di collettivo - genti a flotte - uno più uno

più uno più uno...

amor millanta sé

se

l'or di notte ripopola le stazioni interrotte

e se collima il collettivo

col tuo tu - col il me

*************************************** 

 La metamorfosi

fà conto che sussista e si valga la mente

d'un umbratile riconoscersi

                              che le fibre sappiano

la comunione - la chiamata

                              che moscerini e farfalle

svolino dentro "dal disio" vocati

                          che la discendenza sia

un discendere e il passato un risalire

che valgano poco (e

fiocamente]

attinenze - assonanze - affinità (documenti d'oscuro)

che - benché calma calda la voce - il gelo

sia immisurabile

                 che (noi sommersi - folgorati - persuasi

spenti) s'emani un principio d'identità

ormai rancido

           che tardi troppo un esito qualunque -

che (figurato) appaia in contumacia il carro

del fieno e del sole

            che il respiro soffra (esso)

la mala gloria e la vanagloria soffochi:

                                   la metamorfosi

sarà di certo già passata indenne - vittoriosa

dentro i nostri corpi di (ex) luce - nel buio

brancolante (di ciò che chiamiamo mente o spirito o

anima - legamento etereo con il carnale)

                                           saremo metamorfosi

noi pure - pure metamorfosi di ciò che incombe

dentro la forma e che tuttavia è già passato -

passa la metamorfosi e non torna

                              passa il veltro - il tedio

                                                             passa

tutto il passaggio (passante) di noi che filiamo

vacui - cui punge vaghezza - la muta vaghezza d'un film

   ****************************************************************************+

 

La poesia

talora grida

                           altre chiama - canta - parla - sussurra -

urla (talvolta) - discorre e ride

ma non prevede la felicità

lei - la fascinata

                                                                l'ammaliatrice

 dei suoi corifei

repressi o sublimati - miscelati

o compressi - a torme - a bande - a file

di cipressi

                      solitàri - malmessi

                                       castrati

per il Regno (grida - sussurra lei)

                                per il non "Oraesempre"

esiliati (nei misteri - nei misteri - nel fondo -

nel fondo monumento di parole)

                               nel più oblungo

nel più ovale del mondo

                                 la pianta

s'è essiccata

                     la pianura gelata  

                                l'acqua allaga

e rivela

              sussurra lei ( la vivandiera

senza cibo assediata

                         acquartierata senza acqua -

bambinella corsara ed equina

gazzella)

La bellezza

 

ah quel filo - quel filo -

la bellezza - il cartiglio sul collo - s'un colle

la verdezza

                           il deserto - la piaga

che questo mondo è

a coloro che non son suoi (altro inizio)

                                                       poi:

veemente - spaesato paesaggio -

casto corteggio - epifania - coraggio

                                                       e dopo

carne - corpo fuso nella bellezza - e bellezze

di pietra e cruda asprezza e montagne e città

(che a vicenda si son perse d'udito)

                                               gronda questa luce dagli occhi

dalle orecchie - quel tatto lieve - quel sonoro suono

boschi che bruciano - mostri metropoliti

in cupa mostra

                              bandiere belle

e belle sonaglière

                        begli alberi e bei visi

e più sporche riviere

 

                            tutto segnato (a fuoco?) o non piuttosto

tutto quanto sognato?

*************************************

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:46 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: antologia, editi, gazebo edizioni

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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