Pubblico qui, come preannunciato nel post precedente, il mio personale contributo all'antologia, prossima ventura, dedicata alla narrativa breve. Aggiungo, per i lettori più pazienti, anche un altro paio di miei racconti lievemente più corposi, escursioni sul terreno del surreale (ma forse, chissà, neppure troppo), e della memoria, proiettata però sul presente e su una speranza di futuro. I. M
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Racconti di Ivano Mugnaini
SENZA RAGIONE APPARENTE
Nell'anno 2014 la benzina era diventata quasi introvabile. Le macchine tuttavia continuavano a girare, sporche, assetate, feroci. Facendo la fila ai rari distributori aperti erano molto maggiori le probabilità di conquistare acciaio e piombo, direttamente inglobati nel corpo, piuttosto che l'anelato liquido. Eppure c'era traffico, l'uomo era ancora animale motorizzato. Si stava rapidamente operando, semmai, una selezione darwiniana che suddivideva gli automobilisti in specie e sottospecie: c'erano i nobili levrieri, coloro che, chissà come, riuscivano ancora ad alimentarsi a benzina; c'erano gli erbivori, coloro che mischiavano al carburante surrogati vegetali, e c'erano, ultimi, i lombrichi, quelli che si muovevano a piedi, passo dopo passo, odiati, disprezzati. Per un lombrico come me vedersi dare un passaggio da un levriero fu quasi commovente. Andò piano, all'inizio, e mi rivolse perfino la parola un paio di volte. Poi, senza ragione apparente, accelerò in discesa fin quasi a staccarsi da terra. Solo allora capii il senso del manuale che teneva sul cruscotto e di cui avevo scorto alcune righe: "Per ottenere una soluzione simile in tutto e per tutto alla benzina è necessario unire al sangue del soggetto donante una buona dose di succhi gastrici".
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L'AMIGDALA
"L’amigdala è un’area del cervello, grande in media come una mandorla, fondamentale nei processi emotivi. Alcuni studi recenti hanno identificato in quest’area profonda del cervello i meccanismi chimici che scatenano, tra gli altri, il sentimento della paura. Non solo. La ricerca ha anche dimostrato che le connessioni tra le cellule nervose che compongono l’amigdala si consolidano di fronte ad una situazione di pericolo. Lo stesso accade per le passioni, l’invidia, l’ira, l’odio, l’amore. La corteccia cerebrale contiene solo i dati astratti, il ragionamento, la conoscenza. Tramite la corteccia si può avere solo un’idea, un "concetto", delle passioni. E’ l’amigdala che cattura le esperienze ad alto tasso di emotività. Fornendo ad ogni stimolo il livello ottimale di attenzione, arricchendolo, e, infine, immagazzinandolo sotto forma di ricordo".
Ripeto a me stesso, in una sintesi estrema, come per un ulteriore e più probante esame, quanto ho appreso in anni di studio. La teoria, lo spartito mentale mandato a memoria. Oggi tuttavia, è davvero il momento, ho deciso di cambiare. Voglio e devo mutare pelle come un bruco famelico, uno sgusciante serpente. Da esecutore divenire creatore. Scegliere tempi e modi, toni e colori. Creare la mia musica. Sopra e con un corpo umano.
Io e Cosimo eravamo amici. Abbiamo fatto l’università assieme. Stessi drammi, stesse sciocchezze, lo slalom gigante tra professori equi e professori infami. Siamo diventati entrambi chirurghi. Colleghi, come nei sogni, nei progetti cullati per mesi e mesi. Colleghi, ma con sbocchi del tutto diversi. Io ora dirigo una clinica di lusso, lui è poco più che un medico della mutua.
Siamo rimasti in contatto. Mi parla, Cosimo, mi racconta di sé. Senza più leggerezza, senza simpatia. "Un giorno ti batterò" - mi ha sussurrato l’ultima volta al telefono. Sentivo lo stridore degli incisivi nella morsa delle mandibole. "Le cose cambiano, vedrai. A vincere ci tengo da morire".
Ho continuato a sperare che scherzasse. Poi ho riflettuto. Cosimo non scherza mai. Ha preso a tempestarmi di telefonate, a seguirmi con la macchina mattina e sera, a fissare per ore da un’apertura della siepe me e la mia famiglia.
Ieri ho deciso di chiamare Giacomo. Il mio miglior amico, senza ombra di dubbio. Fratello gemello di Cosimo, due autentiche gocce d’acqua. Anche Giacomo ha studiato con noi, ed è divenuto fatalmente un chirurgo, abile e ambizioso. Con lui, con Giacomo, ho osato confidarmi. Gli ho detto di suo fratello, dei sentieri di follia su cui è incamminato. Gli ho prospettato la soluzione: "disinnescare" Cosimo. Nel solo modo possibile. Disattivando l’amigdala. Una volta scollegata la mandorla avvelenata l’amato fratello ed amico sarebbe tornato un agnellino. Saggio e mite come un monaco di clausura.
Con un solo, lentissimo gesto della testa, senza mai guardarmi negli occhi, Giacomo ha acconsentito.
Ho fatto preparare una sala superattrezzata nei sotterranei della mia clinica. Volevo operarlo io Cosimo. Ma Giacomo mi ha implorato di lasciar fare a lui. Conosco bene l’amore che Giacomo prova per il fratello. Non ho potuto che dire di sì.
Fa un caldo insopportabile. Forse perché da anni non sono più abituato ad assistere ad un’operazione da semplice spettatore. Giacomo appare calmo, rilassato. Direi persino divertito. Muove rapide e sicure le mani, ma l’intervento procede in modo per nulla ortodosso. Il bisturi tocca punti del cervello da evitare ad ogni costo. Cerco di bloccarlo, ma vengo spinto via da due energumeni che si è portato dietro con la qualifica di "assistenti". Posso solo guardare. Fino in fondo.
L’operazione è fallita. Condotta e completata in modo opposto rispetto a quanto stabilito. Solo alcuni punti della corteccia sono stati disattivati. L’amigdala è intatta. Intatta e pulsante. Il reattore nucleare delle passioni è più vivo che mai.
L’operazione è stata un autentico fiasco. Dal mio punto di vista.
Guardo meglio il braccio sinistro dell’uomo che ha appena posato il bisturi e si lava con cura le mani. Sotto il gomito c’è una cicatrice che non avevo notato. Inconfondibile. Di forma trapezoidale. L’ultimo rabbioso colpo di becco assestato da una poiana alle braccia torturatrici di Cosimo un attimo prima che gli spezzasse le ali.
L’uomo disteso sul lettino si risveglia gradualmente dall’anestesia. Ha negli occhi uno sguardo di odio infinito adesso. Identico a quello del fratello.
Entrambi fissano, con interesse per nulla professionale, la mia giugulare che trema di impulsi parossistici.
Negli ultimi istanti mi aggrappo ad un filo di agra ironia. L’operazione sbalorditiva, sebbene in maniera del tutto particolare, è avvenuta. Senza alcun intervento sui tessuti e sulle cellule, senza utilizzo diretto di bisturi o laser, la mia corteccia cerebrale è stata completamente scollegata. Resta solo lei ora, minuscola e trionfante: l’amigdala. Perla densa fremente di orrore.
Sì, l’operazione è degna delle pagine di "Lancet" e del "New England Journal of Medicine". Avrebbe ottime prospettive anche in chiave Nobel. Peccato che nessuno, da questo preciso momento in poi, potrà e vorrà documentarla.
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IL FIUME DELLA VITA
Dulce et decorum est pro patria mori. Noia e studio, lingue morte e vive, anni di scuola, la testa immobile sui libri, placidamente perduto, sconvolto ma tutto sommato al sicuro, ed ora, là fuori, la morte bussa ed io non so che fare.
Loro sono e restano granitici, imperterriti. Sanno come agire, cosa pensare e cosa non pensare. Manganellate, fucilazioni, rastrellamenti, petto in fuori, una mano fiera sui testicoli, uno sguardo gelido e avanti, un’altra risatina e via al bar a farsi una briscola e a scolarsi un grappino. E io qui a rimuginare frasi in una lingua morta e a riflettere sull’etica della violenza. Cazzate! Li ho visti, giù alla curva davanti alla vecchia miniera. Li ho visti con i miei occhi fucilare sei ragazzi di vent’anni. La colpa? Avere un’idea. Il grave per loro non era che l’idea fosse opposta, contraria, ma che esistesse, che avesse forma, corpo, pensiero. Il sole spietato d’agosto e l’odore del sangue. Li ho visti. Li ho ancora nella mente. Un attimo scolpito nelle braccia, nella fronte, nelle costole.
Avrei dovuto essere là anch’io, indossare la camicia di quei ragazzi trucidati e macchiarla anche con il mio sangue. Io che non amo far male neppure ad una zanzara per esistere ora devo uccidere o essere ucciso. Il gioco della vita è questo: ora, per vivere, devo morire. Morire o cercare il mutamento che può ridarmi la vita attraverso la morte. La loro.
Ho una donna. Quando poso la testa sul suo seno e le mie mani scivolano sulla pelle liscia delle sue cosce non c’è guerra, la vita non odora più di morte. C’è solo il profumo di lei, il suo sudore caldo, la saliva, la linfa.
"Se muori fai morire anche me. Non andare", mi ha detto.
Forse ha ragione. Non vale la pena morire per questo paese. Le ingiustizie cambieranno colore un giorno, ma io resterò straniero, escluso, al di là del fossato e della rete di recinzione. Che duri finché deve durare. Niente è eterno. Anche l’Impero Romano sembrava infinito, poi, un giorno, si è sgretolato, sfarinato, disciolto come neve al sole. Passeranno anche loro. Non darò la mia vita per questa patria. La mia patria sono io. E’ lei la mia patria, Monica, l’amore, l’affetto sincero.
Morire per un mondo come questo? No. Anche il mio, ne sono certo, non è perfetto, non è ideale. Ma è mio. E’ diverso, lontano dal loro. Troppo lontano. Qui, in questo posto non farei mai nascere un figlio. Dargli la vita qui, hic et nunc, sarebbe qualcosa di più crudele di una beffa mortale.
Una beffa. Come questa pioggia, l’acqua che prende a cadere, ironica e tenace, proprio ora che avevo in progetto di uscire per respirare un po’ d’aria e un po’ di sole. Resto qui invece, davanti a questa finestra spalancata a bagnarmi la faccia e i capelli, ad annegare i pensieri e a salvarli uno ad uno su sponde salde di sorrisi. Penso alle settimane, ai mesi interi in cui l’afa ha dominato incontrastata. Assorbe la carne l’afa, risucchia le energie, la volontà. Beve e risputa sull’asfalto infuocato perfino la speranza. Pensi che sarà sempre così, arrivi a concludere che è tutto assurdamente necessario: è così e non può essere diverso da così. Poi, un pomeriggio come tanti, un granello di polvere si fa più scuro e un altro accanto a lui si colora, muta, respira.
Mi sbaglio. Adesso lo so. So che la logica che custodisco dentro come uno zelante carceriere è peggiore della follia. Ne ha diritto. Il figlio che sogno un giorno deve avere una possibilità. Devo offrirgliela. Quello che appare impossibile deve poter provare a mutare di segno, deve poter scommettere di esistere in modo diverso. Devo lasciare spazio a mio figlio, spazio e tempo, anche di sbagliare, di fare i suoi errori, ma in un mondo libero, che magari, tra dieci o cent’anni, saprà fare equo, vivibile, solidale.
Giù al fiume c’è un ponte. La vita si agita, incalza, cerca di scorrere, di scivolare in avanti, anela al panta rei. Loro lo bloccano, fanno da argine all’espandersi del mondo nuovo, allo straripare dei partigiani nella pianura, verso Reggio Emilia. Da giorni decine di ragazzi provano a forzare il ponte ma è tutto inutile. E’ imprendibile, l’unico risultato finora è una lunga catena di morti falciati dalla mitragliatrice.
Noi siamo gli studenti, quelli che masticano latino e greco, quelli che stanno nei bar a cazzeggiare, a parlare di filosofia, di Bakunin, di Lenin, di Trotskij, quelli che non hanno mai preso una vanga né un fucile in mano. Siamo quelli che durante le battaglie stanno nascosti in cantina a sussurrare sogni di rivoluzione timidi e ciechi come pipistrelli. Siamo quelli che si riempiono i polmoni di parole grosse ma sussurrate sottovoce come in chiesa. Quelli che tremano al pensiero di esser visti, denunciati, interrogati e presi a bastonate nelle costole e sulla testa. Siamo sempre e solo noi, i perditempo.
Sono andato al bar oggi, dai vagabondi come me. Ho parlato della mia donna e di mio figlio. Quello che non ho. Quello che non ha me, quello che un giorno nascerà dal mio sangue, quello che forse avrà solo la sostanza di una chimera. Ho parlato della mia donna e di mio figlio ai compagni. Oggi facciamo una chiacchierata diversa, noi smidollati. La andiamo a fare all’aperto, davanti al fiume. Ci siamo guardati ed abbiamo deciso, piangendo, ridendo, urlando per una volta, tutti insieme. Insieme, per una volta, tutti quanti.
Un fucile ce l’abbiamo, una moschetto, una doppietta, va bene qualsiasi cosa. Un’idea, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Un’idea valida. Nascosti nell’erba alta col fiato trattenuto cerchiamo un’escamotage. Farci massacrare subito servirebbe a poco. Uno di noi deve andare là disarmato e distrarli, deve lasciare agli altri tempo e modo per aggredirli a sorpresa. Giorgio parla tedesco, suo nonno era austriaco e lo ha ospitato per mesi su nel Tirolo. Andrà lui. Si rifiuta però. Propone di far scegliere la sorte. Nessuno vuole andare, tutti dicono di voler agire, tutti dicono di voler sparare. In realtà ciò che vogliamo davvero è scamparla: sappiamo bene che chi sale sul ponte disarmato durante il conflitto a fuoco sarà spacciato, è già, fin dal primo momento, un morto che cammina. Decido di andare io. Anch’io parlo un po’ di tedesco in fondo.
Percorro i primi metri con le gambe leggere, inconsistenti. Sento solo un martellare insistente all’altezza degli zigomi. Il resto del corpo è aereo, impalpabile, è come se se vedessi e sentissi me stesso camminare al mio fianco. Cerco di far comparire sulla faccia qualcosa di simile a un sorriso e mi avvicino ai soldati di guardia. Chiedo la più banale delle informazioni, la strada più breve per arrivare ad un paese vicino. Facciamo qualche metro insieme, poi, nel momento in cui mi voltano le spalle, prendo a correre a perdifiato verso la postazione della mitragliatrice. Il fattore sorpresa mi concede istanti preziosi. Corro ad occhi semichiusi. I colori si confondono con i suoni e gli odori. Tutto si ingantisce e si fa vivido, il mondo per qualche passo è dentro di me, ne colgo il mistero, la chiave, la direzione. Fino al momento in cui il primo sparo mi lacera i vestiti e la carne, un taglio netto, profondo, un dolore che afferra le gambe e le trattiene. Il sangue cola lento e denso sul fianco. Posso ancora muovermi però, ne ho ancora la forza. Sono a pochi metri dalla mitragliatrice, schivo una raffica buttandomi a terra e mi scaglio addosso al soldato che mi spara contro. Lo immobilizzo con un abbraccio disperato quindi estraggo il coltello e glielo affondo nel petto fino all’ultimo centimetro. Solo adesso riesco a guardarlo. E’ un ragazzo della mia età. Il suo sguardo di terrore esterrefatto è fisso nella mia testa. Chiude gli occhi lentamente, divorato dalla morte. Li chiudo anch’io, serrati dal sudore, dalla paura, dal frastuono degli spari, dal desiderio di quiete. Sotto di me l’acciaio fumante della mitragliatrice e il corpo del ragazzo, le gambe e le braccia in una posa grottesca, un Cristo in croce di qualche pittore minore, una figura sospesa nell’estasi tragica di una macabro presepe.
Rimango fermo, abbracciato alla morte finchè non si spegne l’eco dell’ultimo degli spari. Rialzo la testa di qualche palmo, in tempo per vedere le braccia dei compagni levate al cielo, in tempo per sentire urla di gioia che attraversano i campi e le strade. Il ponte è libero. E’ nostro. La prima volontà, l’istinto immediato, è quello di distruggerlo. Pensiero tanto assurdo quanto prepotente. Prevale presto la ragione, la consapevolezza che è un bene prezioso, da proteggere ad ogni costo. Un paio di settimane dopo, dal nostro ponte, transitano le truppe alleate. E noi con loro, fino in fondo, fino alla sponda più estrema, verso la città, verso la gente.
L’acqua scorre, ora. La vedo ancora rossa di sangue, il loro e quello dei compagni. Ma si muove, è libera, vola verso il mare. E’ valsa la pena. L’acqua potrà tornare limpida, tornerà a vivere.
Dall’acqua scorre il tempo, l’avvenire. Il cielo è caldo adesso, nei polsi e nel petto c’è il tepore di un respiro che abbraccia l’orizzonte degli anni. Riapro gli occhi. La playstation di mio nipote spara sibili elettronici come una mitragliatrice. Vorrei raccontargli la mia storia, vorrei dirgli di quei giorni, dei boschi, delle montagne, della paura, del coraggio, delle attese. Vorrei dirgli tutto, ma forse faccio bene a tacere. Non è stata un videogame la mia vita, è stata sangue e fremito al cuore, stretta violenta di realtà. Non capirebbe. Riderebbe sarcastico per qualche attimo, si farebbe una sbuffata e accenderebbe lo stereo.
Apro la finestra e ascolto il suono dell’aria. C’è ancora il profumo e il ritmo della pioggia. Piove ancora, come quel pomeriggio lontano della mia gioventù, la stessa acqua, la stessa musica sulla terra e nella carne, la stessa forza, la stessa speranza. La vità è uguale, nel profondo, identica a se stessa. Anche oggi i ponti della libertà sono occupati e presidiati. Da loro. Gli stessi, a ben vedere. L’oppressore muta divisa ma non gli occhi, non le braccia, le astuzie, le trappole. Anche mio nipote, con la sua playstation eternamente in funzione, con il suo videofonino sempre in mano, deve correre sopra un ponte a petto nudo contro piombo e fuoco, contro assurdità e ingiustizia.
Posso raccontarglielo. Sì. Posso rivivere con lui la mia storia, la storia di un uomo. Posso aiutarlo a correre. A correre anche per me. Anzi, posso fare di più. So parlare la sua lingua, se voglio. So parlare anche la loro, quella del nemico, dell’oppressore. Insieme, io e mio nipote, possiamo fregarli. E’ ancora possibile, correre, vivere, respirare, mettere a tacere la loro mitragliatrice, acciaio di falsità e ipocrisie non meno micidiale del piombo reale. Sì, è ancora possibile.
Dopo molta poesia, propongo stavolta narrativa breve, anzi brevissima, calvinianamente contenuta e concentrata nello spazio di una mezza pagina. Lo faccio tramite due racconti di Gianni Caccia, autore e redattore di significative riviste e case editrici. I racconti qui di seguito pubblicati sono stati scritti per un progetto specificatamente dedicato alla narrativa breve, finalizzato a raccogliere testi da pubblicare in un'antologia che sarà proposta anche in forma cartacea nei mesi a venire. Sono stato coinvolto anch'io nel medesimo progetto ed ho scritto due racconti che proporrò a breve in Dedalus. Qui ed ora tuttavia presento volentieri queste storie di Gianni Caccia, che, anche in questa forma estremamente concisa di narrazione, conferma con coerenza le caratteristiche che rendono la sua scrittura personale e ben individuabile. Caccia rifugge con decisione da tutto ciò che è eccessivamente scoperto e banale, preferendo che il lettore si trovi a dover operare tra le righe, nelle pieghe del non detto, dell'alluso, di tutto ciò che viene abilmente suggerito da situazioni che si collocano nella zona di confine tra realtà e immaginazione, linearità del concreto e imprevedibilità del surreale. Il tutto con un linguaggio che concilia in una personale miscela linguaggio colto e colloquiale, senso del quotidiano e ricerca di qualcosa che scava dentro, oltre le miserie del tempo e del vero. I.M.
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GIANNI CACCIA - racconti inediti
ESSERE MOSTRUOSO
- È da ieri era che sta chiuso lì dentro, non sarebbe il caso di andare a vedere?
- Mah… la porta è chiusa.
- E bussiamo!
- L’ho già fatto due volte, la prima non mi ha risposto, la seconda mi ha urlato di andare via. E poi quelle frasi…
- Che frasi?
- Mah… cose sconnesse. “Ho fatto la scoperta”, diceva. “Mostruoso. Andate via, che ho fatto la scoperta. È mostruoso”.
- Quale scoperta?
- Non ho idea. Ha detto che aveva da fare al computer, cose importanti, che non lo disturbassimo. Sarebbe rimasto tutta la notte. Stamattina sono arrivato ed era ancora lì dentro.
- Certo che lui ci sa fare proprio di tutto, col computer. Non vorrei…
- Che cosa?
- Non so… qualcosa troppo oltre…
- Comunque hai ragione tu. Dobbiamo andare lì dentro, non possiamo lasciarlo così.
Prima che picchiassero la porta si aprì. La faccia terrea, d’un bianco sovrumano riempì tutta l’apertura; pareva davvero essere rivenuta da un oltre. Le labbra tumide, violacee testimoniavano la lotta svoltasi nella notte, e cercavano di muoversi per qualche parola. I due rimasero paralizzati, compresero il terrore che era anche il proprio.
– È mostruoso – disse infine.
– Che cosa è mostruoso? Che ti è accaduto, dicci!
– Mostruoso. L’ho scoperto. C’è, è lì.
– Lì dove? Ti prego, parla!
– L’ho scoperto. Dio esiste. Mostruoso.
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MORTE IMPROVVISA
L’attaccante ricevette palla sulla trequarti, si girò fulmineamente e puntò verso la porta. Gli fu consentito un varco libero di qualche metro, giusto per caricare il piede. Il difensore più prossimo si accorse e si gettò a fermarlo, ma era tardi. Quando le due gambe entrarono ben giunte sul suo piede destro mandandolo all’aria aveva già colpito. Anche il portiere si accorse, indietreggiò di qualche passo preparandosi al tuffo, ma era tardi. La sfera partì dritta verso la meta, s’impennò il giusto e si inscrisse perfettamente nell’angolo in alto a destra, all’incrocio tra palo e traversa, dove mai nessuno sarebbe andato a coglierla. Il pubblico che aveva seguito l’azione con un’onda di sorpresa azzittì, il gelo discese sullo stadio. Impassibile, risuonò il fischio dell’arbitro che indicava il centro del campo. L’attaccante si alzò, si tolse la maglia e la porse al compagno che l’aveva falciato; lo squadrava ancora attonito, ancora incapace come gli altri di una reazione.
In uno dei brani in prosa contenuti nel volume Oblivion, Luigi Fontanella, parlando dello sguardo dello scrittore Malcom Lowry, lo descrive in un primo momento come "prigioniero di se stesso", per poi giungere, qualche riga oltre, ad una definizione diversa, evidenziata dall'uso del corsivo: interamente abbandonato a se stesso.
E' forse una metafora, un'immagine di quello che può essere considerato un aspetto della poesia: la capacità di astrazione e scavo, il sorriso che "non scaturisce da una visione esterna, ma come conseguenza di una riflessione interna".
Leggendo le poesie del libro di Fontanella di cui qui pubblico la prima sezione e alcune prose poetiche, concentrate sui dettagli, sulle sfumature, sui petali di un fiore, per poi spaziare con intensità lieve e coinvolgente all'incrocio aereo di coordinate sfuggenti, il volo di una vespa o di un calabrone, la vita, il tempo, forse il destino, viene fatto di ripensare allo sguardo, anzi, agli sguardi di Malcom Lowry, al loro potere di suggerire e in parte incarnare l'atto della poesia.
Si è ricavato, Fontanella, per scelta, abilità ed istinto, uno spazio personale di osservazione, una prospettiva sul mondo interna e tuttavia esteriore, integrata ed autonoma: un modo per poter parlare di cose leggere senza rinunciare a suggerire l'essenza, per sostenere la necessità del ricordo senza esserne schiacciato, concedendo uno spiraglio al presente e al futuro. Tra vita e sogno, realtà e ideali, Fontanella, come il suo emblematico Giacinto, fiore caro ai poeti, sa che l'uomo è destinato a soccombere, ma in ciò sta la sua vittoria: "in quella macchia di sangue sul viso/ ch'è pura azzurra memoria". I.M.
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Luigi Fontanella
OBLIVION
(2000-2006)
Archinto RCS ed., Milano, 2008
a Emma, ai suoi vent’anni
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FIORI
I fiori sono come le stelle: hanno la virtù
di confondere i piani, perché ciò che non si vede
è degno di massima fede o di totale esclusione.
ANEMONE
Anemone, fiore dell’abbandono
vai incontro al passeggero
che si lascia dietro infanzia e gioco.
Fiore di notte, fingitore
maestro di travestimenti e pentimenti,
stasera un sentiero nel buio
mi riporta a te
e una lucciola s’è fermata
sopra i miei capelli.
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CAMELIA
Possiedi, Camelia, quella perfezione
d’amore che io non seppi far mia.
Il tuo splendore si sprigiona soprattutto nell’ombra,
creatura antelucana,
testimone di sofferenza e passione.
Sei venuta poco fa a visitarmi
senza preannunci
con la forza della tua leggiadria
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DALIA
Dalia è rimasta una bianca fanciulla
che accoglie ridente i suoi amici,
a volte li sistema in cerchio
e per ognuno s’adopra in leggiadra armonia.
Come la dea di Pafo
ha una cintola ricamata di fiori
e lettere d’oro
“Amami” vi si legge “amami tutta
e non ti angustiare se anche altri mi ama”.
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GERANIO
Geranio è infanzia piena
occhi sorrisi da un antico balcone
una mano accarezza viso di bambina
nell’ombra di un androne.
È tardi, qualche genitore di troppo
richiama i ragazzi dentro
fuori
pulviscola l’ultimo biancore.
Ma non attecchisce il freddo
sulle nude gambette e sulle millebraccia
di Nina Berto Enzo Elvira
e poi primavera è vicina.
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GIACINTO
Fiore purissimo, per te s’apre
lo scenario d’una competizione
che ha per posta la morte.
Sei destinato a soccombere
e in ciò sta la tua vittoria:
in quella macchia di sangue sul viso
ch’è pura azzurra memoria.
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MARGHERITA
Margherita sorride
leggera e scordarella
ha smarrito una volta in più
ombrella e quaderne
s’offre nuda e non soffre di gelosia.
A chi ama e non ama
fa ritrovare innocente la via.
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ROSA CANINA
Rosa canina,
t’ho cantata selvaggia e impunita...
ami la folla che domini nuda
rusticamente altezzosa
cresci rapidamente. Sei
precoce pungente forastica
ma quanto materno
il tuo secreto licore
quando sprizza agretto dopo l’inverno
in vivida sfida
il tuo colore che acceca.
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VIOLETTA
Violetta è delitto notturno
azzurro cupo che si stende sulle ramblas.
È modestia e gelosia
nascondimento sortilegio artificio addio
partenze improvvise impazienti attese.
È il fantasma di Gardel che canta
alle tre del mattino.
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II
INTERMEZZO
Ripenso a quei giocattoli abbandonati per distrazione, o per uso consunto, in coni d’ombra domestici; vecchi giocattoli che non riemergeranno più da quel loro silenzio; giocattoli muti,
non più ravvolti in fasce innocenti.
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... è un labirinto di voci che s’inseguono l’un l’altra, riflessi d’immagini che si moltiplicano e si richiamano. Perdute, si ritrovano di colpo, in virtù di un suonosenso che le accomuna. Corpo smembrato che si riunisce insieme, frammentato all’infinito, eppure completo, perfetto, unito nel suo unico e armonico viluppo. Eco che si rincorre, rimbalza in mille specchi, e fissa reinventata la stessa voce, voce mobile, voce ferma che svetta; voce chiara, trasparente e diretta verso
un’unica foce.
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Sbadataggine: ultima àncora della mia salvezza. Mi scopro a pregare il dio nascosto di Goldmann identificandolo in una Illusione, che scongiuro perché tenga compagnia alle mie stravaganti divagazioni; amori di un giorno appesi alla corsa di un rispecchiamento calmo e vertiginoso.
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La musica degli occhi è una moltitudine di quadri interni ed esterni di bellezza mista e distaccata. Come scrive Casanova, vedo ovunque un bazar di amatori che esercitano il proprio talento per districare gli intrighi.
Di questo immenso foyer i miei occhi hanno sempre profittevolmente beneficiato.
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C’è una foto di Malcom Lowry, scattata nel giugno 1957, tre giorni prima che morisse. Malcom sta seduto su uno spuntone roccioso e guarda pensoso davanti a sé. Alla sua destra c’è il mare (o forse un lago?); oltre di esso, il profilo di una montagna molto arida, fatta di soffici, levigate ondulazioni, tipo quelle che si vedono attraversando l’Arizona. Ciò che più colpisce di questa foto è lo sguardo intenso, quasi prigioniero di se stesso di Malcom. La sua faccia sembra accennare a un vago, lievissimo sorriso, che però non scaturisce da una visione esterna, ma come conseguenza di una riflessione interna, molto intima, di Malcom stesso. Lo scrittore indossa una maglietta abbastanza larga, aperta a triangolo sul collo, con un taschino sul lato sinistro. I pantaloni sono di fustagno bianco, trasandati, con i bordi inferiori sdruciti. Anche le scarpe sembrano consunte, non si capisce bene se siano addirittura prive di lacci: si intravedono i buchi ma non i lacci. Malcom Lowry se ne sta tranquillamente seduto, le braccia distese in giù, le mani nascoste fra le gambe. È tutto rinchiuso in se stesso. Cosa stava pensando in quel preciso momento? Avvolto nel brusio pulviscolare dei suoi pensieri, Malcom è come assoggettato al proprio sguardo, che è interamente abbandonato a se stesso. È già fuori dell’umano consorzio, Malcom; vaga assorto nell’Altrove di un altro tempo-mondo che non è più il nostro.
Con il libro Kobarid, da cui sono tratte le poesie qui proposte, Matteo Fantuzzi ha vinto la sezione opera prima del Premio Camaiore, di cui proprio oggi ha luogo la cerimonia conclusiva. In virtù di questa concomitanza, ma anche e soprattutto per l'originalità e la surreale suggestione di questi versi sospesi tra gioventù e maturità, amarezza e sarcasmo, capacità di scavo e lievità quasi area, li pubblico volentieri in Dedalus. Lo sguardo di Fantuzzi coglie il lato in ombra della vita, l'attesa, la speranza che teme di guardarsi allo specchio: il portiere di riserva costretto a non esultare e ad attendere l'infortunio del compagno per poter giocare, oppure il panorama di treni e aerei che promettono viaggi improbabili e consegnano il dono ingombrante della consapevolezza delle distanze, geografiche ed umane, la scoperta che ciò che appare vicino in realtà è lontano nel tempo e nello spazio. Non resta allora, forse, che un'esplorazione disincatata ma non disperata del mondo: una presa di visione attenta, disperatamente divertita. Un prendere atto che il mondo va come vuole, mettendo in campo, come difesa, una finta ingenuità e refrattarietà, quella che spinge Fantuzzi ad esclamare: "In effetti non è che pensi a molto ultimamente/ sono bloccato da qualcosa che mi umilia,/ forse le immagini del dramma/ oppure un'insistente insinuazione del ricordo". Quell'insistente insinuazione ha in sé anche una tenace volontà di non cedere, dando al ricordo una dimensione umana, presente, in qualche modo viva. I.M.
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MATTEO FANTUZZI
testi tratti da KOBARID, Raffaelli editore
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Devi diventare più aggressivo col lavoro perché oramai va forte anche l’usato e un poco ovunque spuntano degli outlet; devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore, in clinica oncologica ad esempio, e dire: "Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha [a disposizione, un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da [20 anni, importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco". O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute) non volesse già decidere la cassa. Perché tanto "quella" arriva e non fa sconti, e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata, di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore. ************************************************ Malpensa Non è per dire, io ti ricordo al duty free della Malpensa, con il vestito, come tutte perché uno sguardo come quello non si scorda: di chi da terra ha sollevato un corpo ancora caldo e l’ha piantato, l’ha ricoperto, ha omesso, ha tolto. Senza parlare, nulla. È un mondo a parte la Malpensa, coi tabelloni bianchi coi profumi, le sigarette a stecche da 50, il brandy che ti guarda e sembra un viso che conosci, sparato in volto, decapitato chiuso dai capelli, misto alla polvere, che implora di riemergere. ******************************************* In televisione rivedo Pier Carlo, cuoce una bernese di sgombro. Quello che presenta domanda: "anche i grandi poeti mangiavano il pesce sovente?" Ed ecco che lui gli risponde. E sorride. Pier Carlo a vent’anni se lo contendevano tutti, era la grande promessa, il nuovo Leopardi. Montale perfino voleva cenasse con lui ogni volta possibile, lo chiamasse "nonno": lo amava come fosse un figlio. Ma un giorno una tv privata gli chiese di partecipare a un dibattito: e lui era bello, spigliato, ci sapeva fare, "è perfetto" dicevano "sa proprio bucare lo schermo". Di comparsate Pier Carlo ne ha fatte 240 a quest’oggi: scalato montagne, visitato malghe, accudito delfini, camminato sui carboni ardenti, inviato ai mondiali di [rutti. Esce un suo libro ogni anno, ma li scrive Sandro, [ragazzo di Sondrio pagato profumatamente per tacere, lavorare. basta. ************************************************************* Devo prendere gli antipsicotici, è quello che ha detto Nazzoli alla clinica. I motivi già li conoscete: ho reazioni scomposte ed attacchi di panico. Alle volte mi pare qualcuno mi fissi sull’autobus, è a quel punto che cerco di sfondare il vetro scappando per strada. Fingo d’essere un terrorista due volte ogni anno, minaccio l’autista con il tagliaunghie, gli dico di portarmi in Piazza dei Servi: lui ormai mi ha presente (è lo stesso da anni) in fretta mi lascia nel luogo richiesto, chiede scusa alla gente sul mezzo e riparte. Ridendo. ******************************* dimmelo mamma: che sono bellissima, come le ballerine alla televisione, anche se in classe mi chiamano scimmia e mi gettano in faccia le arachidi. ma tu dimmelo. dimmi che io sono intelligentissima meglio dei miei professori che mi urlano " [ che mi hanno affidato a una tizia che insegna le cose [più semplici. ed io te ne prego tu dimmelo: dimmelo mamma, ti prego, e smetti di piangere. basta. ***************************************************+ A volte Pier Carlo mi chiama la notte, mi dice che ancora una volta Montale gli è apparso nei sogni ai piedi del letto e lo ha preso a schiaffi. Risponde mia moglie, gli dice che sono a Milano, o Varese per qualche convegno, che è solo un fattore nervoso, di prendere un bel latte caldo e rimettersi a nanna. *************************************** Il lattaio di via degli Ori chiuse nel ‘938 per scappare in Francia dove aveva parenti. Per anni sulla vetrata rimase a vernice la scritta latte ebreo E io ero un bimbo, senza un’idea precisa di quello che stesse accadendo: credevo si trattasse soltanto d’un gusto, come la grattachecca all’arancia. Un giorno ne domandai al nonno per fare merenda. Lui mi lasciò cinque dita sul volto. *****************************
Un anno. E un anno è poco ma anche tanto,
se a casa sta una moglie a letto con le doglie
con la testa della bimba dietro al corpo col cordone
cinto attorno al capo ed urla "padre, padre"
e il padre sta a combattere la guerra
ad ammazzare i figli di quegli altri
a compiere gli stupri, in modo la sua razza sia difesa
e sia immortale: e salva sia la sua famiglia.