Ti riconosco pezzo a pezzo
e ti ricostruisco
Nell’espressione attonita di un lifting, stamattina
inimitabile, incompresa
lampeggia la tua piega sulla bocca
è timida e sardonica, serva e padrona
Già più remota, chissà dove sepolta
anche e mare in ondulazione progressiva
si trascina adesso una biondina
battendo di spume l’alta riva
della costa scoscesa – forse l’Irlanda
nel suo sciabordare d’acqua e pietra
Così, un giorno, la prima cacciatrice
per bisogno o virtù
inasta la lancia acuminata
a fare strage
essere lei la luna quando appare
là, in un angolo a caso
dell’universo cosmo, buio e desolato
Poi, ma dove non ricordo
riappare la fossetta delle guance
mentre in riso si scioglie l’aria altera
e mi fissi indifesa
occhio di luce buia
mia infallibile arciera
Il custode del luogo
Il mare diventa di ardesia
le bandiere si afflosciano
il confine del mondo è questa
sabbia di nuova marea
all’altezza delle barche
finalmente più bassi
del muro di sassi
a difesa dei campetti di patate
e l'olmo è lontano ma c’è
se ho bisogno di fronda se voglio
aggrapparmi al mio ramo
nell’ora del naufragio
… ma cos’era, ho domandato
al custode del luogo
incontrare un tuo morto
su uno scoglio di ruggine e bianco
a Capodanno…
Quando e se ti guardava, ha risposto
era come essere lì, sul molo
a osservare la Queen Mary
- viene verso di te, ti mette
lentamente a fuoco
Tante volte ho sofferto
nel buio di un altro il mio amore
al risveglio quel riso soffocato
pozzo senza cielo
Il sosia
Forse sono io quell’uomo
rannicchiato in un’auto uguale
che scruta il mio stesso giornale
di lunedì, aperto sulle corse
senza un ricordo di cui essere geloso
lo scatto di trotto sbilenco
questo cuore a riposo
Varenne
La corsa è andata, partita,
le posizioni già delineate
impossibili – sembra – da cambiare
e anche i brevi scatti, le rincorse disperate
tutto potranno scavare
ma non la sostanza del male
Una sagoma appare
e un’altra l’insegue, distante
Il crollo, la rottura sul traguardo sperare?
O il volo siderale di chi è dietro
nell’attimo che il primo
comincia a declinare?
Per lei, per questa eternità di marmo
(e di tempo, di spazio)
per lei, per le distanze
che puoi solo misurare
appena passato il traguardo
nella tua luce senza sguardo
Una notizia
" ... il resto è letteratura" Mario Barbi, Il Corriere della Sera, ottobre 2006
Ma magari il resto fosse
LETTERATURA!
caro signor capo segretario
di qualcosa di politico di Prodi
(Politico? Prodi? Capo?)
adesso che La immagino nel gesto
di pensare ogni resto
SPAZZATURA!
e invece un supremo godimento
mi sento di prometterLe se Svevo
o Gadda o Montale o qualcun altro
(del medesimo livello, beninteso)
fossero il resto davvero
del Suo globalmente deserto
pensiero
Pomeriggio a Pàvana
per F. G.
Se non devo impegnarmi troppo
e se non serve l'occhio di una volpe
anche da miope riconosco
la casa diroccata sotto il bosco
che la gatta Paurina lungo pelo
e fame di carezze rende umana
mentre impugni con orgoglio l'arancia
bitorzoluta, aspra, ma nata
dal sasso di questa montagna
Dimostri l'importanza del silenzio
e del vivere lento, del fuori
che combacia con il dentro
nel sogno d'equinozio che la luce
combatte con il buio punto a punto
Fiume/bitume, cellulari/corsari
oggi le rime che mi regali
e non c'è nebbia che ci cancella
slancio di piume
lontananza di fari
Piccoli maestri
Nel nido senza moquette, a luce spenta,
nordocanale dove incidi
questa lastra di zinco
e polvere da stritolare il sangue
le mie palpebre di fango
al tuo: Giallo! d’improvviso squillante
non inquadrano corvi
né angeli sul grano
ma un attacco del Modena calcio
Poveri gatti tristi
i miei maestri piccoli
nelle loro case, tra le cose
di uso quotidiano
la ciotola dell’acqua, quella per il cibo
e una specie di gioco arrugginito
compasso smarrito tra le zampe
che non portano altrove, sono
altra litania di ombre, profilo rasoterra
Tempo dopo tempo
Mi perdo in un toponimo lombardo
e io non sono io ma un altro
che vaga alla periferia di Palazzago
davanti al cartello “Alberto sposo”
annuncio, presagio, disastro?
Ma sì, sì, nascosto, cancellato
e dove, da che parte
avvolto nella polvere d’oro
che sono questo sabato di marzo
le montagne col loro
covo d’ombra sull’alto
profilo dei crinali
nell’azzurro stagliati
più azzurro che riusciamo a immaginare
Bocca di freddo
e nessun porto da queste parti…
A nord di Brema
Dev'essere stato che alle sette
aspettavamo ancora il caffè
alla Locanda Camoretti
un nido d’aquile con poca moquette
e sagome gelate davanti al water
Il resto, le tazzine, la luce
e la mia prostata grande un mandarancio
erano vaghe impressioni di bianco
la certezza che a nord di Brema (nostra vera,
irraggiungibile meta) fosse
a ridurci fumo acre
una lastra accecante di mare
non un’altra pianura più vasta
e perdersi fosse perdersi davvero
trapungersi di aghi sotto un cielo
terso ed eterno mentre – invece – dentro
resta solo il vassoio di brioches
calde come le tinte della sala
ruggine e beige neanche
dovesse stamattina salvarmi
la precisione chirurgica della tua domanda
- Sicuro che il vuoto ha un colore e che questa
non l’hai già raccontata?
A New York, di mattina presto
Se non piove novembre
qua non piove più niente
e tu, cerbottana d’allarme
mi chiedi com’è il cielo
Sono a Manhattan, vedo
affacciarsi dal vetro un abusivo.
Non fa cifre
mi lascia nell’azzurro col mio fiuto
a imparare la luce che s’irradia
colpisce rasoterra ogni lavoro
l’umano dei particolari
Sollevata dal vento
la polvere del Tempo ci fa uguali
I versi e le prose qui pubblicati sono tratti dal libro RADICI E RAMI di Danilo Mandolini, edito nel 2007 dalle Edizioni L'Obliquo di Brescia. Le radici che l'autore evoca scavando con coraggio nel suolo della verità sono quelle che legano l'uomo al suo destino, a "quella pena che l'uomo passa all'uomo", per dirla con le parole di Philip Larkin citate nell'epigrafe del volume. Le radici sono il passato, quelle storie di guerra e miseria ascoltate come una favola amara, insistita, interminabile. I rami sono ciò che da quelle radici trae nutrimento, cercando di far scorrere la linfa di quel dolore e di quella memoria conficcata nel profondo della terra. Ma i rami, in più, hanno la ricchezza potenziale del contatto con l'aria, una crescita che, in qualche modo, può espandersi in direzioni altre, diverse. C'è specularità e profonda dipendenza tra le due componenti, quella che lo stesso Mandolini indentifica con chiarezza dichiarando di aver disegnato la struttura di Radici e rami pensando ad uno specchio, e osservando che le radici per un albero sono il riflesso nascosto dei rami. C'è un "argine contiguo dell'esistere", come suggerisce efficacemente uno dei titoli delle poesie. Ma, pur senza vano ottimismo e senza improbabili idilli ed arcadie, il lento moto dei rami nell'aria descritto con misura e passione da Danilo Mandolini trova, in determinati momenti, una conciliazione, una convivenza possibile tra presente e passato, un ponte gettato su un progetto di futuro. Suggerendo, tramite una trama salda e fertile di versi che "qui si passa svelti e si ritorna/ di continuo per sentire respirare/ chi dispera nella vita mentre crede/ fermamente nella sera che sarà".
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Man hands on misery to man.
It deepens like a coastal shelf.
Philip Larkin, This Be The Verse
Danilo Mandolini
RADICI E RAMI
Vengono i morti nel sogno,
ci affiancano se ne rivanno,
talvolta danno un segno – ma diviso
da noi – candela mossa dietro un vetro.
Così mio padre mi s’accende accanto
nel buio che mi fascia.
[…]
Fernanda Romagnoli, In sogno i morti
Percepirono all’unisono la sensazione di assistere alla caduta innaturale, al precipitare imperfetto di un evento di là da venire.
Un’entità - forse la ragione pronunciata solo con lo sguardo - che sibila diritta verso il basso senza mai toccare il suolo; l’apparenza che crolla, rimanendo infine sospesa tra materia e parola…
“Respirate lentamente.” disse uno di loro. “Vedrete che vi sentirete meglio.”
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Giocavo al calcio sopra le stoppie
dure del mais appena tagliato,
pensavo solo a quando quel campo
sarebbe bruciato senza soffrire.
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Dimorare presente 3
A questa finestra l’inverno appare sempre in un giorno solo.
Viene con l’accento metallico del freddo; come un sorriso che il viso accenna e che poi cancella.
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Dimorare presente 2
Là, oltre il vetro, l’anima trasparente del tramonto avvampa di giallo il cielo, traccia una curva irregolare: il dorso bianco delle montagne in lontananza.
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Dimorare presente 1
Da qui si scorge una ripida salita di linee e tetti, un ammasso di case basse e colorate appoggiate le une alle altre.
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Argine contiguo dell’esistere
L’ultimo dei convenuti a notte fonda arriva
alla festa per altri pensata e preparata.
Se ne sta lì ad ascoltare la sua voce che non parla, che non grida; disegna con il corpo un confine fatto d’aria e alla forza del silenzio chiede aiuto, per non morire…
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tre
Inumano è lo spirito che tesse
la veste rifinita di cemento,
le scale che lente fanno un filo
sospeso sul correre degli uomini.
La città è fragile e selvaggia,
costruita sul sangue e sulle vene,
sopra il sogno che porta dalla spiaggia
la vita e la morte della sabbia.
*******
due
Tra le piante cresce l’indole del gelo,
l’innocenza della terra che non sa,
che non dice quanto nulla le è davanti
né se il sole è all’orizzonte.
Profonda è la ferita che si apre,
che taglia nella notte il nostro sonno,
che piega il volere delle voci
sotto il peso dell’istante che si vuota.
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uno
- C’è chi parte e arriva senza sosta,
chi alle spalle chiude sempre la realtà,
chi non sa cosa sia la sofferenza
e la pensa come fosse una città.
Qui si passa svelti e si ritorna
di continuo per sentire respirare
chi dispera nella vita mentre crede
fermamente nella sera che sarà -
Forse la poesia, o il dolore, o forse la consapevolezza che la poesia è anche nel dolore, anche se il compito più vero e prezioso dell'arte è quello di contrastare il dolore, senza mai esaltarlo, senza diventarne complice. Raffaele Piazza questo lo sa bene, e in queste tre intense poesie si muove con abilità su quest'asse oscillante, questo filo sospeso tra più sensi e più significati, tra sincerità autobiografica e capacità di andare oltre, per parlare dell'uomo partendo dagli eventi della storia personale di un uomo. E, in quest'ottica, il momento cronologico specifico, quell'anno 1984 a cui i versi fanno più volte riferimento, diventa paradossalmente sfumato, indeterminato, come se quell'annus mirabilis e terribilis si ripetesse in continuazione, o non fosse mai esistito. E' questo il dono di Mirta, la sequenza donata e scompaginata, l'arrivo improssivo, oltre una curva cieca, di Sylvia Plath, stretta in un amplesso che è verità, seppure tra icone di misteri e "linfe che non si mescolano". Il mistero del tempo, colto in un attimo di luce accecante, è quello che domina e permane tenace, tagliente, esplorato da Raffaele Piazza con coraggio, fino a coglierne il più lacerante messaggio, l'invito ad esistere comunque, perchè c'è un momento in cui "viene Sylvia Plath e l'abitudine di amare/ è stringere una piuma di cuscino". Ma tra l'inconsistenza e la speranza c'è, nonostante tutto, il verso finale, un grido, spiazzante, autentico, sentito, essenziale: "ti amo, Sylvia, e qui tutto comincia".
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RAFFAELE PIAZZA
Il dono di Mirta
(a Sylvia Plath)
Poi donatami sequenza
del tuo ombelico scoperto,
nel fulcro del condominio
(terza scala per salire al cielo)
leggo il tuo anagramma Amrita,
titolo del tuo libro di
una stella cometa a riempirci
di straordinaria allegrezza
a immaginare sotto la stoffa
dei tuo jeans sdruciti l’amplesso
e la vittoria.
Poi la salita e ti tocco
al colmo della grazia
da poeta a ragazza da ragazzo
a poetessa sulla rosa tatuata
sul tuo culo.
Poi, dopo sigarette di salvezza
e il rosso del vino
fino alla mattina a proseguire
senza lavarsi la mente con la notte.
Siamo nel 1984, percorre
l’auto la salita della verità,
tu nuda icona di odori e misteri
le nostre linfe non si mescolano.
A illuminare il tempo
Tra treni e navi trauditi
in lontananze che sanno
di rari luoghi la prosecuzione
delle ferie in quell’estivo
sangue nell’ossigeno
rapito dal verde cittadino
scende ai sensi, casa di luce,
rigenerarti vorresti, ascoltare
la sera precedente che non torna
nominare con vocaboli
altri le cose esiliarti nel delta
dei sogni e ritornare tra le vie
corrose dalle ombre umane.
Vedi terrazze altissime
e i panorami del cielo
della vacanza divenire strumenti
della gioia in musiche di vento
vetrate di luce a illuminare
istanti della forma dei tuoi occhi.
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Attesa di Sylvia Plath
Viene nel delta del sogno
il panneggiare della vita sei
Sylvia Plath
e l’abito e l’icona che sei e
l’auto addobbata per i figli e tu,
porti un bouquet di gioia simile
a neve estiva e
il mare blu navigazione o color squalo
pettinerai da donna come il vento
non può fare tra rondini di platino
che assomigliano a noi
contro il cielo ridono e il tempo
non esiste
siamo nel 1984 la 127 bianca
scivola tra il profano dei pini
per fare sesso senza figli
i gabbiani dicono
attenzione, attenzione, attenzione!
……..viene Sylvia Plath a toccarmi
nella macchina dell’amore candida
a possederla….. viene ed è una nascita
la perla liquida nella sua bocca nel 1984
in quella luce meridiana, la lama taglia
il tempo 40 gradi la forma la fa gelida
l’acqua nella bottiglietta del messaggio.
Viene Sylvia Plath e l’abitudine di amare
è stringere una piuma di cuscino
il tempo attende la via serale
ti amo, Sylvia, e tutto qui comincia.
Ivan Fedeli è un poeta che da tempo ottiene riconoscimenti in concorsi validi, e pubblica con editori e riviste altrettanto attenti e selettivi. Ciò avviene in virtù di un'impronta personale, un ritmo, un taglio, una scansione interna del tono e del verso del tutto originali e riconoscibili. C'è una musicalità costante, coerente, mai cantilenata, nelle sue poesie. Questa traccia armonica descrive bene, per analogia o per contrasto, mondi circoscritti, quella che una volta veniva detta "la periferia": quella zona della geografia urbana ed umana in cui si vive l'esperienza di un tempo che logora e l'identità va conquistata con i denti, strappando al nulla anche ciò che è più essenziale, il nome, appunto, l'identità di persona. Tra Pasolini e Gaber, tra riflessione e ironia, Fedeli è soprattutto esploratore autonomo dei territori della cultura, e, nello specifico, nelle liriche di questa raccolta "in fieri", anche della religione, del mito, della storia del pensiero, del senso del giusto e del suo contrario, della colpa e delle sue incerte radici. Tale percorso mira costantemente però a parlare del suo e del nostro tempo: di cellulari e borsette, della Ferrero e della TV. Il tutto perfettamente adattato ai racconti di Pilato e della Maddalena. Pubblico qui una prima parte delle poesie di Fedeli, riservando ai mesi autunnali un secondo inserimento di questi versi pervasi da un'ironia salda e sensata, capace di far percepire con nitidezza il senso e l'assenza di senso di questa "terra mai vissuta mai promessa".
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Ivan Fedeli
UMANO NOME
Alla pietà di chi prevale
(macchie di Roscharsch)
Sono macchie del resto percezione
pura puntini messi tutti insieme
allineati la forma ciò che vedi
si rivela eppure non consola
no pensare che l’apparenza sembra
più reale ma chi ha ragione dove
sta poi il torto dipende
da un dettaglio
sfumature questione di uno scarto
La santa assuefazione
È tutto preparato predisposto
lo schema il tono lento la struttura
sì persino la minima inflessione
della voce lo ascoltano annuendo
e predisporre gli animi non serve
asettico è lo sguardo il movimento
non li perdonerò neanche per questo
l’idea di procreare discendenza
del resto sono corpi carne infetta
da chiudere in un ghetto per cautela
ma basterebbe appena un colpo in fondo
o scriverlo sui libri
dirlo a scuola
che imbrattano la vista fanno danno
non hanno spazio o storia in questo tempo
i clandestini della vita i nulli
i piedi incatenati poi il cemento
***
Li vedono vicini in tuta scura
tenuta antisommossa da divieto
lo sguardo senza cielo gli altri dietro
parcheggiano gli uncini i loro arpioni
normale ti ripetono è normale
sapere poi spiegarglielo in che lingua
che è una formalità solo un’inezia
e basta dire sì non contraddire
banale questo mondo nuovo antico
sotto il sole questione di un accento
di uno sputo dividere il nemico
e il giusto questione di tempo insomma
vedrai che a poco a poco tutto torna
***
Domandano anche il nome ma con tatto
se fumi le tue abitudini in fatto
di sesso a volte il partito la fede
e lo fanno sorridendo a priori
con voce calda tutta accomodante
ma quello che preoccupa di più è
il sorriso quella bocca che tira
pesante perché ogni epoca ha i suoi modi
la nostra ha scelto la grazia il fair play
una questione dicono di forma
alleggerire il contatto con l’altro
il dito mai puntato sul chi sei
***
Ti avevano avvisato alla tv
la novità sicuro è l’aggravante
pestare questa terra di nascosto
diversa religione e tutto il resto
ma tu non ci credevi che pensavi
quel giorno sulla piazza dentro un tram
sicuro non accade almeno qui
abbiamo già un passato un buon vaccino
eppure i titoli i commenti sul giornale
colpevoli di avere un altro odore
un fiato inconsapevole il fastidio
sapere chi di noi dopo ha infierito
o forse si è confuso chi ha scagliato
la pietra originale del peccato
***
(Ci hanno convinti tutti anche stavolta
sì come quella volta del deicidio
azzannano la faccia a punta il cranio
oblungo dà fastidio anche sentirli
minacciano la quiete loro untori
usurpatori di pace flagello…)
***
Tema in classe terza ora in quinta b
la bella copia scritta in penna bic
spaventano per numero colore
ci vogliono rapire i figli fare
come a casa loro ma lei lo sa
che bevono sottraggono lo spazio
violentano anche spacciano per vizio
e noi non perdoniamo li osserviamo
attenti circospetti è dunque il noi
che più spaventa sì quantificare
il numero la massa condensata
eppure perdonarli per non aver
capito il senso di Montale Saba
o solo non ammettere la resa
l’inutile pretesa di pensare
di battere quei pugni in mezzo al mare
***
È logico dividere le parti
in due chi è giusto e chi ha peccato
manca
un purgatorio qualunque un posto
dove chiuderli per sempre e risolvere
il problema alla radice in attesa
del resto del battesimo feroce
perché si dice che mangino carne
viva poi bestemmino sottovoce
il nostro dio prima dell’atto impuro
pretendere che esistano altre strade
percorribili un crocifisso in alto
valido per tutti ma noi vegliamo
prepariamo quanto serve al fatto
la dispersione piena dallo sguardo
il loro scomparire senza meta
***
Dunque questo il nostro modo di amare
l’assuefazione ai si dice al narrato
l’immagine che domina l’ascolto
di cronache presunte di peccati
commessi per bestialità la norma
alzare il tiro per decreto fare mostra
di muscoli teppaglie ronde scure
importa la paura della folla
la molla dopo scatta e non si torna
si marcia per la strada bella squadra
di giovani promesse della vita
***
Parlavano tra loro di rifare
di chiarire come stanno le cose
per davvero vestivano eleganti
uguali funzionari del presente
la borsa sotto braccio la cravatta
le commissioni ancora impronunciabili
ricostruire il linguaggio trovare
i giusti termini quelli discreti
sì che non offendono
o non del tutto
ci siamo venduti per trentatré
denari ai profeti del tempio e adesso
non serve certo contare chi c’è
e chi non c’è sotto lo stesso tetto
o chiedersi se l’aria sa di vecchio
***
Se avessi potuto. No è qui lo sbaglio
credere nell’impotenza effettiva
della protasi socchiudendo gli occhi
quanto basta come Pilato un giorno
mentre votavano legiferavano
l’imbroglio che li rispediva a casa
nemmeno una protesta un cenno un tic
nervoso perché ora sarebbe stato
tutto più pulito sicuro asettico
li hai visti mai negli occhi quando il vento
li sfregia in mezzo al mare la paura
deve essere questo fuggire senza
sapere dove ritornare là
senza sapere quando perché come
***
È una ruota che gira prima o poi
migranti con le scatole in cartone
le code in quarantena il visto il timbro
la tessera che salva dà la vita
lo sguardo sospettoso il ringhio uscito
rovinano il presente fanno peso
coi figli il loro modo di mangiare
l’accento incomprensibile quel tanfo
un oceano fa nemmeno tanto
adesso è come sempre nonostante
le parti un po’ invertite c’è chi scende
chi sale su quel carro di monatti
chiedendo senza nulla dare in dono
è la memoria il difetto pensare
che siamo stati ciò che adesso sono
Canto della Maddalena
Non hai che un nome provenienza incerta
stretta forte all’onda quando frena
e scivola la barca di Caronte
ma lui ti chiede ancora
salva il mondo
un piccolo favore per quegli altri
sì quelli là dal puzzo di animali
la bocca con la bava poi si asciuga
un’altra almeno solo questa volta
ti giuro sorellina dopo smetto
le gambe strette il fiato contro il fiato
così finiva il sogno e ti lavavi
provando la salsedine l’amaro
e sotto ancora il mare l’incertezza
la terra mai vissuta mai promessa
1.
Chi lo sa la mamma se mi sapesse
qui professionale la sigaretta
accesa questa attesa che non passa
pazienza ci vuole pazienza arriva
il primo dei tanti primi il signore
vestito bene lui si lava dopo
e ti saluta dando del lei al mondo
famiglia a posto in regola coi conti
con le tasse farebbe carte false
per rubarti ancora dieci minuti
perché questi dieci minuti sì
li valgo in una vita tutta intera
2.
Rubata già così dall’accademia
lo studio delle forme Michelangelo
il tratto del pennino la materia
inerte da plasmare la creazione
si resta più vicini a Dio così
il bello salva il mondo ne è la chiave
e di nascosto aprirono la porta
dicendoti di andare
tu reclusa
nel corpicino molle da bambina
il sesso poi è la colpa c’è una strega
da battere punire in ogni tempo
hai tenere carezze un po’ per tutti
i baci no la bocca è per l’amore
il seno non ti basta le mie gambe
dieci minuti solo puoi toccarle
e penetrare in fondo farmi male
non è l’esatto nome del dolore.
3.
Il pianto della Maddalena tu
cristiana senza colpa senza pena
se non quella di vivere più in là
la vita a latitudine proibita
perché non c’è un perché per ogni cosa
lui spinge e il seno stretto nelle mani
ma come ai tempi antichi ancora tremi
padrone ti ho servita adesso posso
guardare cosa sono nello specchio
se l’occhio il pianto la carezza
il cuore
almeno non si arrende non del tutto
mi trovi sempre all’angolo le luci
si spengono la macchina più lenta
mi raccomando chiamami per tempo
il prezzo fallo tu quando è il momento.
4.
La percezione incerta di un ricordo
cortese la parola sì e l’amore
l’etimo di donna la poesia
cos’è l’omaggio il vassallaggio in fondo
se non servizio dedizione cura
ripeterlo da esimio professore
meccanico a memoria con la giacca
di taglio rispettabile discreto
anonima sul grigio la cravatta
la faccia da ginnasio come il resto
giochino lo chiamavi l’indicibile
dai muoviti più in fretta dai ti prego
pensavi poi alla Gigli alla Ferrero
ma sempre per cognome si capisce
te le trovavi tutte in una loro
le intoccabili piccine le tante
penetrate le già violate a mente.
5.
Ho preso proprio tutto la borsetta
il cellulare il numero il rossetto
il trucco per rifarmi un po’ di queste
occhiaie vorrei un letto per dormire
la casa due bambine con le trecce
no senza non si può non lo permetto
almeno lasciami al mio sogno adesso
ma è la parola grazia che ci manca
capire l’altro la pietà dell’altro
poi giovani di nero testa rasa
su mettila sul cofano non piange
ridevano picchiavano storditi
la bocca quasi un utero profondo
e buttavano giù il fiato la pillola
feroce quella che spalanca il mondo
6.
La pioggia crolla addosso punge lava
penetra nell’anima non così
no mettici un po’ il cuore cosa pensi
a casa che ti aspettano la cena
e prima il segno della croce grazie
per il pane stringi forte la carne
adesso dentro per favore smetti
un attimo e mi sveglio non c’è più
quell’uomo nero come da bambina
i sogni mamma corri che c’è buio
in fretta i pantaloni poi gli occhiali
sì cara arrivo ma in ritardo il traffico
l’ufficio il bimbo ha detto già papà
mi dici un dono del signore un figlio
se dorme quando torno non lo sveglio.
7.
L’hanno fatta proprio a pezzi la Rosy
quella vecchia ferma all’angolo opposto
aveva detto no non voglio come
se si potesse scegliere la vita
e adesso siamo meno c’è più spazio
ma è questo vuoto strano che spaventa
il suo silenzio freddo senza scelta
si cresce in fretta si fa in tempo almeno
a spingere lo sguardo sul carnefice
il monatto che ti unge di sudore
baciandoti sul collo un po’ sbavando
che si ritrae alla svelta soddisfatto
lasciandoti nel ventre un non so che
e quasi per ripetersi stranito
che cosa mai sarà di me domani?
8.
Lasciata tutta lì come una cosa
congedo quanto basta e poi la strada
il brutto è addormentarsi per un attimo
pensare una domenica di sole
e correre sui prati le farfalle
donarsi come sa solo una moglie
che bello il mio paese le colline
la vista sul Danubio il suo fluire
mi dai un passaggio giuro sarò buona
la tua bambina pronta a dire sì
la gonna sì ti piace è stretta fascia
mi dona certo
in bocca non ti bacio
sospiro quando vuoi faccio peccato
perdonami mio cristo della croce
se è un padre come tanti lui già figlio
di padre lui marito lui feroce.
9.
Vorrei chiamarti col tuo vero nome
bambina sedicenne senza scuola
ma come si fa con le principesse
lasciarti al sonno sotto le lenzuola
protetta dal feroce dal vorace
rubata tu i tuoi sogni le promesse
strappata via per strada senza voce
mi ripetevi è tardi adesso è tardi
l’imbuto mi risucchia vado giù
se vomito è per credermi un po’ viva
almeno nella macchia nell’odore
acre dell’impasto si vuota già
il parcheggio sì adesso è proprio l’ora
mi aspettano lo sguardo rosso il vuoto
della faccia regalo almeno sogni
desideri che dopo vanno a casa
sempre uguali sempre loro gli indomiti
appagati i mangiatori di loto
i peccatori dell’altrui peccato.
Maura Del Serra, poetessa e docente universitario a Firenze, mi ha inviato un testo particolare, un lungo e ricco saggio sul tema del dolore apparso originariamente nel 2004 sulla storica rivista STUDIUM. Mi sono chiesto se fosse adatto per DEDALUS, in cui pubblico in genere poesia e brani di prosa, e mi sono chiesto anche se fosse il caso pubblicarlo all'inizio di agosto, in pieno periodo vacanziero. Alla fine, rileggendolo, mi sono reso conto di quanta poesia contenga questo saggio. Non solo perché l'autrice è lei stessa valida autrice di liriche, ma anche in virtù delle numerose citazioni di testi poetici, e, davvero non ultimo, per l'intenso e tuttavia lieve tocco con cui lo studio sul dolore è stato concepito e redatto. Con la capacità propria della poesia di interagire con la materia che tratta, con un atto di profonda com-passione, è il caso di dirlo, ossia, davvero, di sentire, e soffrire, condiviso. Riguardo al periodo in cui proporre questo saggio, la scelta è stata in parte causale e in parte voluta: in questo agosto in cui ci vogliono indurre, dai palazzi del potere, a credere che tutto va bene, tutto è pulito, e tutto è agevole, è forse bene pensare, magari per un attimo, agli sbarchi dei disperati sulle coste a pochi metri dalle spiagge dei bagnanti, ai conti che non tornano a fine mese, alla giustizia mutilata con un sorrisetto ironico da avanspettacolo, a tutto ciò che, ora più mai, ci conduce ad un mondo sempre più squilibrato e scisso, accomunato solo da uno strato coprente di pubblicità di macchine e telefonini sempre più accessoriati. Il discorso sarebbe lungo e porterebbe lontano. Mi limito a dire che DEDALUS compie il piccolo gesto paradossale e provocatorio di proporre in agosto una riflessione sul dolore. Non perché DEDALUS ami il dolore. Anzi, è fermamente contrario a tutto ciò che propone il dolore in sé come valore, come processo di arricchimento, espiazione o altro, come alcune filosofie o religioni hanno sostenuto. Questo no. Un discorso riguardo al dolore, semmai, può servire per cercare una gioia più vera, più sana, più equa. Ed è con questa speranza che pubblico qui una prima parte del lavoro di Maura Del Serra, riservandomi di riproporre periodicamente, nel corso del mesi, altri brani. Ricordando sempre che è fondamentale cercare "un equilibrio, un giusto mezzo nella sofferenza, abitandola per quanto possibile e volgendola in conoscenza, superando lo scandalo del suo apparente non senso; giacché, come ci ha insegnato anticamente Eschilo e come è tornato nel Novecento a insegnarci Gadda, la gioia si può possedere solo attraverso la cognizione del dolore meditato e condiviso".
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Dolore e conoscenza
«tò pàthei màthos»
di Maura Del Serra
«Uomo, non dire mai ciò che sarà domani né fino a quando chi vedi felice lo sarà: la mosca librata meno rapida scarta».
Simonide, fr. 6 D.
Il carattere universale dell'esperienza del dolore, che qui considero nel suo aspetto di manifestazione psicofisica (non approfondendo la pur necessaria distinzione tra dolore dovuto a cause naturali, curabile coi frutti del progresso medico-tecnologico, e dolore dovuto a cause umane-sociali, come la violenza, dolore che è oggetto primo dell'etica e dell'ermeneutica filosofica), mi induce a consentire con Patrick Wall quando lo definisce «non solo una sensazione, ma, come avviene per la fame e la sete [...], anche la consapevolezza della necessità di un programma d'azione finalizzato a debellarlo». Anche per Emanuele Severino, il dolore si identifica con la coscienza attiva del dolore stesso, ma prima di tutto si pone e si propone violentemente a noi come una sofferenza allo stato igneo, incandescente, ovvero come ciò che divide drammaticamente l'uomo dall'armonia psicofisica, chiudendolo in un ripiegamento su se stesso, in una solitudine indotta, come vedremo, dal rifiuto ideale verso chi soffre da parte della comunità dei sani; un rifiuto che la dimensione universale e ontologica del dolore e l'esistenza di una comunità altrettanto ideale di sofferenti non attenuano, ma esaltano per contrasto. Il dolore, quale esperienza di lacerazione dell'armonia dell'essere e di inadattamento al mondo, costituisce la riprova più drammatica della finitezza che uncina l'uomo, confermando anche la sentenza parafilosofica che ci si ammala o si soffre perché si è mortali, e soffrendo si può quindi sperimentare più o meno intensamente la perdita, la privazione dell'integrità, l'estraneità spossessante rispetto al se stesso di prima. Salvatore Natoli, nel suo noto volume L'esperienza del dolore, lo ha definito, nella sua accezione più semplice, come oggettività del male fisico-naturale che intacca la forma (anche nel senso aristotelico di anima) e il contegno della persona, inducendo dipendenza e pudore, cioè forte ripiegamento sul proprio corpo e sul proprio io, ansia e senso di pericolo, chiusura e crollo del futuro, e quindi depressione se la cura fallisce.
La società occidentale moderna ha percepito e percepisce il mistero del dolore, connesso radicalmente e primordialmente col sacro e col tremendum (e con l'indicibile, l’àrreton greco), come un potentissimo tabù, forse l'ultimo tabù oggetto di rimozione dopo la caduta diffusa di quello sessuale, unitamente alla morte che del dolore è l'epifania ultimativa, ed è perciò avvertita come pornografica, secondo l'espressione di Jean Baudrillard, cioè come inaffrontabile, etimologicamente oscena, da confinarsi, come il dolore, in luoghi sociali delimitati e altamente medicalizzati, «sterili», non domestici, dove la temuta incontrollabilità del dolore - sentito come «abisso che nasconde una terribile minaccia» - appare regolamentabile e inquadrabile (le «cliniche del dolore»). In questo senso la celebre e citatissima sentenza di Jung, «gli dèi sono divenuti malattie» (e le malattie tabù), nella società contemporanea comporta il fatto che la secolarizzazione «neopagana», come la definisce Natoli, si esoneri dal dolore e lo rimuova, confinandolo nell'altro, negli altri: e se si assume che «il dolore è sempre di altri», allora è possibile negare il male come oggettività del negativo, oltre che negare tutta la grande paideia e la pedagogia cristiana del dolore come tesoro spirituale e prova fruttifera, come salvifico e catartico mysterium Dei. La società odierna ha elaborato in modo assai complesso e sottile, e insieme eclatante, i meccanismi del cosiddetto «diniego» del dolore analizzati da Cohen nel suo volume sulla sofferenza storico-sociale: acutamente Cohen definisce il processo del diniego e il suo «sapere ambiguo», che equivale alla rimozione psicanalitica, come il «bisogno di essere innocenti», che può essere intenzionale o meno, e l'accumularsi dei dinieghi come «menzogne vitali o buchi neri della mente» contro la violenza del dolore procurato: comunemente, il diniego sarebbe un «angolo cieco di blocco dell'attenzione e di auto-inganno», che assume, oltre alle forme personali, quelle ufficiali, culturali e storiche della cosiddetta amnesia sociale per lutti collettivi rimossi. Il terribile meccanismo psichico dell'assuefazione al dolore altrui, che Cohen definisce «stanchezza da compassione» e da aiuto verso situazioni senza speranza e/o psicologicamente incomprensibili, nel caso della violenza innesca il cosiddetto «effetto del testimone passivo», ovvero osservatore distante e desensibilizzato, che non riesce cioè a identificarsi con la vittima , e induce Cohen alla lapidaria espressione che stigmatizza la rimozione-diniego, «la sofferenza è sempre da un'altra parte», espressione esemplificata e colorita con la citazione icastica della poesia di Auden, Musée des Beaux Arts: «Sul dolore la sapevano lunga, / gli Antichi Maestri: quanto ne capivano bene / la posizione umana: come avvenga / mentre qualcun altro mangia o apre / una finestra o se ne va a zonzo spensierato». Cohen rileva che le due più potenti organizzazioni che si sono appropriate della sofferenza sociale sono la «belva» dei media da un lato e le organizzazioni umanitarie dall'altro; i primi, «che hanno il monopolio della creazione culturale delle immagini delle sofferenze» e delle atrocità, alimentando con telegiornali di taglio «hollywoodiano» e con eventi crudeli, personalizzati da primi piani delle vittime, il voyeurismo della sofferenza, che è solo ambiguamente esoreistico (tutti abbiamo presente il cosiddetto «turismo del crimine» che porta folle di curiosi sui luoghi dei delitti): voyeurismo nel quale all'iperrealtà dell'avvicinamento a tali luoghi si unisce in ossimoro una nostra distanza incommensurabile dai fatti; le seconde, le organizzazioni umanitarie, combattendo il diniego mediante la letteratura dell'appello e l'attivazione di meccanismi di indignazione, senso di colpa e responsabilità verso la fonte della sofferenza, producendo così compassione, empatia e identificazione, e trasformando, con un processo virtuoso di testimonianza morale autoconoscitiva, l'ignoranza in conoscenza, questa in riconoscimento e il riconoscimento in azione: processo nel quale Vaclav Havel ha ben riconosciuto risiedere Vethos, ossia «il potere dei senza potere». (Pensiamo anche, come caso particolare dell'ambivalente spettacolarizzazione del dolore nei media, alla morte in guerra, enfatizzata nei documentari e nei telegiornali, esibita e censurata insieme nella fotografia dell'Ottocento e del Novecento, così com'è stata ricostruita da un libro recente di Susan Sontag, la quale- è tornata poi sull'argomento con un articolo giornalistico in cui, pur auspicando una «ecologia delle immagini», esorta e ammonisce: «Lasciamo che le immagini atroci ci tormentino»).
Al grande bacino semantico-psicologico del diniego della sofferenza e delle condizioni anomale, o meglio alla loro elaborazione in perifrasi eufemistiche nel linguaggio contemporaneo, appartiene la categoria delle espressioni come «non vedente», «non udente», che negano lo status archetipico e perfino conoscitivo della figura del cieco e del sordo (non si può pensare a un Omero «non vedente» o a un Beethoven «non udente») e si limitano a rovesciarne passivamente la qualità positiva «normale»; oppure si può menzionare l'espressione diffusissima «disabile» (o addirittura «abile differente») che ha largamente sostituito quella, percepita ancora come troppo cruda, «handicappato» o «portatore di handicap», mentre «ipocinetici» tenta di sostituire gli invalidi e «non deambulanti» gli infermi, fino alla suprema perifrasi applicata ai bassi di statura, che divengono «verticalmente svantaggiati», e al grottesco e istituzionalmente sprezzante dei «residui manicomiali» che designa gli ex ricoverati, producendo la massima nebbia conoscitiva.
Come sintomo dell'affievolirsi rimuovente della tradizione etico-teologica classica e biblico-cristiana, che vedeva la sofferenza e l'handicap come espressione fisiopsichica di sventura (nell'accezione greca) e di peccato (nell'accezione cristiana), è caratteristico notare la scomparsa generalizzata dall'uso linguistico dell'espressione «infelice» («è un infelice, ha un figlio infelice», ecc.) per indicare appunto la persona handicappata, espressione ancora in uso ai tempi della mia infanzia, nei cattolici anni Cinquanta pre-boom economico e pre-violenta laicizzazione tecnologica della società (un processo che Natoli definisce «soteriologia senza fede») . Era ancora attiva, in quell'espressione di identificazione dell'handicap con l'infelicità, la metafisica greca del tragico, giacché come tragico era percepito il dolore nel mondo classico, dove il «conosci te stesso» delfico implicava anche la coscienza e la conoscenza del limite e della morte e dove nel concetto di tragico si innervava e si dispiegava la violenta antinomia del dolore rispetto alla gioia. Il dolore era per i greci un evento inviato dagli dèi e insieme immotivato, una folgore non puramente devastante, ma produttrice del frutto di fuoco della conoscenza: il primo testo dove il dolore appare fondante è addirittura quello principe della tradizione occidentale e del viaggio conoscitivo del suo eroe, l'Odissea, in cui al noto incipit: «Cantami o Musa l'uomo ricco di astuzie» (Andrà mèi ènnepe Moùsa polytropon) segue nel v. 2 «Che molti dolori (àlghea) patì in cuore sul mare»: dove il viaggio di Ulisse, che ha un ritorno quasi infinitamente differito, è caratterizzato dal più insidioso dei dolori, la nostalgia, ovvero appunto il dolore per il ritorno, il dolore - che vedremo destinato a un lungo avvenire nella letteratura moderna - dell'esilio primevo, e che solo l'arte del cantore cieco redime appunto cantandolo, cioè ponendosi subito come principio catartico, come logos del dolore e del tragico. Ma l'originario centro greco del nesso inscindibile tra dolore e conoscenza si dispiega in un ventaglio di voci liriche e tragiche, fra cui spicca per icasticità fondante il verso generalissimo di Alcmane: «esperienza principio di conoscenza» (pera tòi mathésios arkà), che conduce al verso centrale dell'Inno a Zeus nel-VAgamennone (177) di Eschilo, il celebre e splendido «tò pàthei màthos» (attraverso la sofferenza la conoscenza, letteralmente «l'insegnamento») che è proclamato «valida legge» e chiosato «e pur a chi non voglia / giunge saggezza».