DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
venerdì, 29 agosto 2008

IL RESTO E' LETTERATURA

Torno a scegliere e a pubblicare in Dedalus testi tratti dalla raccolta Incorporando lineamenti estranei di Alberto Bertoni. Un po' per rispondere alle richieste di alcuni lettori, un po', molto più egoisticamente, per mio gusto personale. C'è un senso del ritmo, nei versi di Bertoni, che si attaglia alla perfezione a questo tempo, a quest'era incerta, intesa sia come fine estate sia come fine di una stagione che si perpetua, tenace, passeggiata traballante sull'orlo di un ilare crepaccio. Si pone le domande di tutti i poeti, Bertoni, con la stessa sincerità: ma gli capita, o forse sceglie, di porsele nel tragitto che separa le spiagge della Romagna dalle colline dell'Emilia, dalla frenesia alla lentezza, dalle grida al languore di un loquacissimo silenzio. In quel tratto, tra le curve di quegli interrogativi, non può che ospitare al suo fianco, sul sedile del passeggero, una fedele ironia, ancora lei. Quella che avrà il suo trionfo definitivo a Pavana, durante una partita a carte con F.G., Francesco Guccini, il poeta della canzone che ride perplesso quando lo chiamano poeta, come quando gli chiedono di spiegare il senso delle sue canzoni, sospese tra Bologna e Milano, Venezia e Porto Marghera. Bertoni osserva e ascolta, i lifting che non cambiano i lineamenti del mondo, i custodi del luogo, le notizie manipolate e manipolanti, "slancio di piume/ lontananza di fari", la vita minuscola e quella macabramente insulsa, "altra litania di ombre/ profilo rasoterra". E, nella sorpresa del viaggio, la persistenza che vale la pena vedere o pensare di vedere, il legno a cui aggrapparsi nel naufragio dei tempi, qualcosa, forse la poesia, che, a dispetto di tutto, "viene verso di te, ti mette/ lentamente a fuoco".   I.M.

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ALBERTO BERTONI

testi tratti da

INCORPORANDO LINEAMENTI ESTRANEI

Lifting

 

Ti riconosco pezzo a pezzo

e ti ricostruisco

 

Nell’espressione attonita di un lifting, stamattina

inimitabile, incompresa

lampeggia la tua piega sulla bocca

è timida e sardonica, serva e padrona

 

Già più remota, chissà dove sepolta

anche e mare in ondulazione progressiva

si trascina adesso una biondina

battendo di spume l’alta riva

della costa scoscesa – forse l’Irlanda

nel suo sciabordare d’acqua e pietra

 

Così, un giorno, la prima cacciatrice

per bisogno o virtù

inasta la lancia acuminata

a fare strage

essere lei la luna quando appare

là, in un angolo a caso

dell’universo cosmo, buio e desolato

 

Poi, ma dove non ricordo

riappare la fossetta delle guance

mentre in riso si scioglie l’aria altera

e mi fissi indifesa

occhio di luce buia

mia infallibile arciera

 

 

Il custode del luogo

 

Il mare diventa di ardesia

le bandiere si afflosciano

il confine del mondo è questa

sabbia di nuova marea

all’altezza delle barche

finalmente più bassi

del muro di sassi

a difesa dei campetti di patate

e l'olmo è lontano ma c’è

se ho bisogno di fronda se voglio

aggrapparmi al mio ramo

nell’ora del naufragio

 

… ma cos’era, ho domandato

al custode del luogo

incontrare un tuo morto

su uno scoglio di ruggine e bianco

a Capodanno…

 

Quando e se ti guardava, ha risposto

era come essere lì, sul molo

a osservare la Queen Mary

 - viene verso di te, ti mette

lentamente a fuoco

 

  

Nel buio

 

Tante volte ho sofferto

nel buio di un altro il mio amore

al risveglio quel riso soffocato

pozzo senza cielo

 

  

   

Il sosia

 

Forse sono io quell’uomo

rannicchiato in un’auto uguale

che scruta il mio stesso giornale

di lunedì, aperto sulle corse

senza un ricordo di cui essere geloso

lo scatto di trotto sbilenco

questo cuore a riposo

 

 

  

 Varenne

 

La corsa è andata, partita,

le posizioni già delineate

impossibili – sembra – da cambiare

e anche i brevi scatti, le rincorse disperate

tutto potranno scavare

ma non la sostanza del male

 

Una sagoma appare

e un’altra l’insegue, distante

 

Il crollo, la rottura sul traguardo sperare?

O il volo siderale di chi è dietro

nell’attimo che il primo

comincia a declinare?

 

Per lei, per questa eternità di marmo

(e di tempo, di spazio)

per lei, per le distanze

che puoi solo misurare

appena passato il traguardo

nella tua luce senza sguardo

 

 

 

  

Una notizia

 

                                                     

      " ... il resto è letteratura"  Mario Barbi, Il Corriere della Sera, ottobre 2006

 

Ma magari il resto fosse

LETTERATURA!

caro signor capo segretario

di qualcosa di politico di Prodi

(Politico? Prodi? Capo?)

adesso che La immagino nel gesto

di pensare ogni resto

SPAZZATURA!

e invece un supremo godimento

mi sento di prometterLe se Svevo

o Gadda o Montale o qualcun altro

(del medesimo livello, beninteso)

fossero il resto davvero

del Suo globalmente deserto

pensiero

 

 

  

Pomeriggio a Pàvana

 

                                                                     per F. G.

 

Se non devo impegnarmi troppo

e se non serve l'occhio di una volpe

anche da miope riconosco

la casa diroccata sotto il bosco

che la gatta Paurina lungo pelo

e fame di carezze rende umana

mentre impugni con orgoglio l'arancia

bitorzoluta, aspra, ma nata

dal sasso di questa montagna

 

Dimostri l'importanza del silenzio

e del vivere lento, del fuori

che combacia con il dentro

nel sogno d'equinozio che la luce

combatte con il buio punto a punto

 

Fiume/bitume, cellulari/corsari

oggi le rime che mi regali

e non c'è nebbia che ci cancella

slancio di piume

lontananza di fari

 

  

 

Piccoli maestri

 

Nel nido senza moquette, a luce spenta,

nordocanale dove incidi

questa lastra di zinco

e polvere da stritolare il sangue

le mie palpebre di fango

al tuo: Giallo! d’improvviso squillante

non inquadrano corvi

né angeli sul grano

ma un attacco del Modena calcio

 

Poveri gatti tristi

i miei maestri piccoli

nelle loro case, tra le cose

di uso quotidiano

la ciotola dell’acqua, quella per il cibo

e una specie di gioco arrugginito

compasso smarrito tra le zampe

che non portano altrove, sono

altra litania di ombre, profilo rasoterra 

 

 

  

Tempo dopo tempo

 

Mi perdo in un toponimo lombardo

e io non sono io ma un altro

che vaga alla periferia di Palazzago

davanti al cartello “Alberto sposo”

annuncio, presagio, disastro?

 

Ma sì, sì, nascosto, cancellato

e dove, da che parte

avvolto nella polvere d’oro

che sono questo sabato di marzo

le montagne col loro

covo d’ombra sull’alto

profilo dei crinali

nell’azzurro stagliati

più azzurro che riusciamo a immaginare

 

Bocca di freddo

e nessun porto da queste parti…

 

 

  

A nord di Brema

 

Dev'essere stato che alle sette

aspettavamo ancora il caffè

alla Locanda Camoretti

un nido d’aquile con poca moquette

e sagome gelate davanti al water

 

Il resto, le tazzine, la luce

e la mia prostata grande un mandarancio

erano vaghe impressioni di bianco

la certezza che a nord di Brema (nostra vera,

irraggiungibile meta) fosse

a ridurci fumo acre

una lastra accecante di mare

non un’altra pianura più vasta

e perdersi fosse perdersi davvero

trapungersi di aghi sotto un cielo

terso ed eterno mentre – invece – dentro

resta solo il vassoio di brioches

calde come le tinte della sala

ruggine e beige neanche

dovesse stamattina salvarmi

la precisione chirurgica della tua domanda

 

- Sicuro che il vuoto ha un colore e che questa

non l’hai già raccontata?

 

 

   

 A New York, di mattina presto

 

Se non piove novembre

qua non piove più niente

e tu, cerbottana d’allarme

mi chiedi com’è il cielo

 

Sono a Manhattan, vedo

affacciarsi dal vetro un abusivo.

                                       Non fa cifre

mi lascia nell’azzurro col mio fiuto

a imparare la luce che s’irradia

colpisce rasoterra ogni lavoro

l’umano dei particolari

 

Sollevata dal vento

la polvere del Tempo ci fa uguali

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:49 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: letteratura, ironia, inediti
domenica, 24 agosto 2008

DIMORARE PRESENTE - "Radici e Rami" di Danilo Mandolini

 I versi e le prose qui pubblicati sono tratti dal libro RADICI E RAMI di Danilo Mandolini, edito nel 2007 dalle Edizioni L'Obliquo di Brescia. Le radici che l'autore evoca scavando con coraggio nel suolo della verità sono quelle che legano l'uomo al suo destino, a "quella pena che l'uomo passa all'uomo", per dirla con le parole di Philip Larkin citate nell'epigrafe del volume. Le radici sono il passato, quelle storie di guerra e miseria ascoltate come una favola amara, insistita, interminabile. I rami sono ciò che da quelle radici trae nutrimento, cercando di far scorrere la linfa di quel dolore e di quella memoria conficcata nel profondo della terra. Ma i rami, in più, hanno la ricchezza potenziale del contatto con l'aria, una crescita che, in qualche modo, può espandersi in direzioni altre, diverse. C'è specularità e profonda dipendenza tra le due componenti, quella che lo stesso Mandolini indentifica con chiarezza dichiarando di aver disegnato la struttura di Radici e rami pensando ad uno specchio, e osservando che le radici per un albero sono il riflesso nascosto dei rami. C'è un "argine contiguo dell'esistere", come suggerisce efficacemente uno dei titoli delle poesie. Ma, pur senza vano ottimismo e senza improbabili idilli ed arcadie, il lento moto dei rami nell'aria descritto con misura e passione da Danilo Mandolini trova, in determinati momenti, una conciliazione, una convivenza possibile tra presente e passato, un ponte gettato su un progetto di futuro. Suggerendo, tramite una trama salda e fertile di versi che "qui si passa svelti e si ritorna/ di continuo per sentire respirare/ chi dispera nella vita mentre crede/ fermamente nella sera che sarà". 

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Man hands on misery to man. 

It deepens like a coastal shelf.

   

Philip Larkin, This Be The Verse


 

 Danilo Mandolini

 RADICI E RAMI

 

          

Vengono i morti nel sogno,

ci affiancano se ne rivanno,

talvolta danno un segno – ma diviso

da noi – candela mossa dietro un vetro.

Così  mio padre mi s’accende accanto

nel buio che mi fascia.

[…]

 

 

Fernanda Romagnoli, In sogno i morti

 

 

 

Percepirono all’unisono la sensazione di assistere alla caduta innaturale, al precipitare imperfetto di un evento di là da venire.

Un’entità - forse la ragione pronunciata solo con lo sguardo - che sibila diritta verso il basso senza mai toccare il suolo; l’apparenza che crolla, rimanendo infine sospesa tra materia e parola…

 

“Respirate lentamente.” disse uno di loro. “Vedrete che vi sentirete meglio.”

 

     

*******

Giocavo al calcio sopra le stoppie

dure del mais appena tagliato,

pensavo solo a quando quel campo

sarebbe bruciato senza soffrire.

 

 

*******

 

     

Dimorare presente 3

 

A questa finestra l’inverno appare sempre in un giorno solo.

Viene con l’accento metallico del freddo; come un sorriso che il viso accenna e che poi cancella.


*******

   

 

Dimorare presente 2

 

Là, oltre il vetro, l’anima trasparente del tramonto avvampa di giallo il cielo, traccia una curva irregolare: il dorso bianco delle montagne in lontananza.

 

*******

 

 

Dimorare presente 1

 

Da qui si scorge una ripida salita di linee e tetti, un ammasso di case basse e colorate appoggiate le une alle altre.

 

 

*******

 

    

Argine contiguo dell’esistere

 

 

L’ultimo dei convenuti a notte fonda arriva

alla festa per altri pensata e preparata.

 

Se ne sta lì ad ascoltare la sua voce che non parla, che non grida; disegna con il corpo un confine fatto d’aria e alla forza del silenzio chiede aiuto, per non morire…

 

 

 

 

******* 

 

    

tre

 

Inumano è lo spirito che tesse

la veste rifinita di cemento,

le scale che lente fanno un filo

sospeso sul correre degli uomini.

La città è fragile e selvaggia,

costruita sul sangue e sulle vene,

sopra il sogno che porta dalla spiaggia

la vita e la morte della sabbia.

 

 

 *******

 

     

due

 

Tra le piante cresce l’indole del gelo,

l’innocenza della terra che non sa,

che non dice quanto nulla le è davanti

né se il sole è all’orizzonte.

Profonda è la ferita che si apre,

che taglia nella notte il nostro sonno,

che piega il volere delle voci

sotto il peso dell’istante che si vuota.

 

 

 *******

  

      

uno

 

- C’è chi parte e arriva senza sosta,

chi alle spalle chiude sempre la realtà,

chi non sa cosa sia la sofferenza

e la pensa come fosse una città.

Qui si passa svelti e si ritorna

di continuo per sentire respirare

chi dispera nella vita mentre crede

fermamente nella sera che sarà -

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:14 | link | commenti | commenti
categorie: edizioni lobliquo
domenica, 17 agosto 2008

A SYLVIA PLATH - inediti di Raffaele Piazza

Forse la poesia, o il dolore, o forse la consapevolezza che la poesia è anche nel dolore, anche se il compito più vero e prezioso dell'arte è quello di contrastare il dolore, senza mai esaltarlo, senza diventarne complice. Raffaele Piazza questo lo sa bene, e in queste tre intense poesie si muove con abilità su quest'asse oscillante, questo filo sospeso tra più sensi e più significati, tra sincerità autobiografica e capacità di andare oltre, per parlare dell'uomo partendo dagli eventi della storia personale di un uomo. E, in quest'ottica, il momento cronologico specifico, quell'anno 1984 a cui i versi fanno più volte riferimento, diventa paradossalmente sfumato, indeterminato, come se quell'annus mirabilis e terribilis si ripetesse in continuazione, o non fosse mai esistito. E' questo il dono di Mirta, la sequenza donata e scompaginata, l'arrivo improssivo, oltre una curva cieca, di Sylvia Plath, stretta in un amplesso che è verità, seppure tra icone di misteri e "linfe che non si mescolano". Il mistero del tempo, colto in un attimo di luce accecante, è quello che domina e permane tenace, tagliente, esplorato da Raffaele Piazza con coraggio, fino a coglierne il più lacerante messaggio, l'invito ad esistere comunque, perchè c'è un momento in cui "viene Sylvia Plath e l'abitudine di amare/ è stringere una piuma di cuscino". Ma tra l'inconsistenza e la speranza c'è, nonostante tutto, il verso finale, un grido, spiazzante, autentico, sentito, essenziale: "ti amo, Sylvia, e qui tutto comincia".

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RAFFAELE PIAZZA

Il dono di Mirta

(a Sylvia Plath)

 

 

Poi donatami sequenza

del tuo ombelico scoperto,

nel fulcro del condominio

(terza scala per salire al cielo)

leggo il tuo anagramma Amrita,

titolo del tuo libro di

una stella cometa a riempirci

di straordinaria allegrezza

a immaginare sotto la stoffa

dei tuo jeans sdruciti l’amplesso

e la vittoria.

 

Poi la salita e ti tocco

al colmo della grazia

da poeta a ragazza da ragazzo

a poetessa sulla  rosa tatuata

sul tuo culo.

 

Poi, dopo sigarette di salvezza

e il rosso del vino

fino alla mattina a proseguire

senza lavarsi la mente con la notte.

 

Siamo nel 1984, percorre

l’auto  la salita della verità,

tu nuda icona di odori e misteri

le nostre linfe non si mescolano.

 

 

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A illuminare il tempo

 

 

Tra treni e navi trauditi

in lontananze che sanno

di rari luoghi la prosecuzione

delle ferie in quell’estivo

sangue nell’ossigeno

rapito dal verde cittadino

scende ai sensi, casa di luce,

rigenerarti vorresti, ascoltare

la sera precedente che non torna

nominare con vocaboli

altri le cose esiliarti nel delta

dei sogni e ritornare tra le vie

corrose dalle ombre umane.

Vedi terrazze altissime

e  i panorami del cielo

della vacanza divenire strumenti

della gioia in musiche di vento

vetrate di luce a illuminare

istanti della forma dei tuoi occhi.

 

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Attesa di Sylvia Plath

 

  

Viene  nel delta del sogno

il panneggiare della vita sei

Sylvia Plath

e l’abito e l’icona che sei e

l’auto addobbata per i figli e tu,

porti un bouquet di gioia simile

a neve estiva e

 

il mare blu navigazione o color squalo

pettinerai da donna come il vento

non può fare tra rondini di platino

che assomigliano a noi

contro il cielo ridono e il tempo

non esiste

 

siamo nel 1984  la 127 bianca

scivola tra il profano dei pini

per fare sesso senza figli

i gabbiani dicono

attenzione, attenzione, attenzione!

 

……..viene Sylvia Plath a toccarmi

nella macchina dell’amore candida

a possederla….. viene ed è una nascita

la perla liquida nella sua bocca  nel 1984

 

in quella luce meridiana, la lama taglia

il tempo 40 gradi la forma la fa gelida

l’acqua nella bottiglietta del messaggio.

 

Viene Sylvia Plath e l’abitudine di amare

è stringere una piuma di cuscino

 

il  tempo attende la via serale

ti amo, Sylvia, e  tutto qui comincia.

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:44 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: plath, inediti, sylvia, omaggio
domenica, 10 agosto 2008

UMANO NOME - inediti di Ivan Fedeli

 Ivan Fedeli è un poeta che da tempo ottiene riconoscimenti in concorsi validi, e pubblica con editori e riviste altrettanto attenti e selettivi. Ciò avviene in virtù di un'impronta personale, un ritmo, un taglio, una scansione interna del tono e del verso del tutto originali e riconoscibili. C'è una musicalità costante, coerente, mai cantilenata, nelle sue poesie. Questa traccia armonica descrive bene, per analogia o per contrasto, mondi circoscritti, quella che una volta veniva detta "la periferia": quella zona della geografia urbana ed umana in cui si vive l'esperienza di un tempo che logora e l'identità va conquistata con i denti, strappando al nulla anche ciò che è più essenziale, il nome, appunto, l'identità di persona. Tra Pasolini e Gaber, tra riflessione e ironia, Fedeli è soprattutto esploratore autonomo dei territori della cultura, e, nello specifico, nelle liriche di questa raccolta "in fieri", anche della religione, del mito, della storia del pensiero, del senso del giusto e del suo contrario, della colpa e delle sue incerte radici. Tale percorso mira costantemente però a parlare del suo e del nostro tempo: di cellulari e borsette, della Ferrero e della TV. Il tutto perfettamente adattato ai racconti di Pilato e della Maddalena. Pubblico qui una prima parte delle poesie di Fedeli, riservando ai mesi autunnali un secondo inserimento di questi versi pervasi da un'ironia salda e sensata, capace di far percepire con nitidezza il senso e l'assenza di senso di questa "terra mai vissuta mai promessa". 

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Ivan Fedeli

UMANO NOME    

 

 

 

                                          Alla pietà di chi prevale

 

 

 

(macchie di Roscharsch)

 

 

Sono macchie del resto percezione

pura puntini messi tutti insieme

allineati la forma ciò che vedi

si rivela eppure non consola

 

no pensare che l’apparenza sembra

più reale ma chi ha ragione dove

sta poi il torto dipende

                                da un dettaglio

sfumature questione di uno scarto

 

 

 

 

 

 

 

La santa assuefazione

 

 

 

 

 

 

È tutto preparato predisposto

lo schema il tono lento la struttura

sì persino la minima inflessione

della voce lo ascoltano annuendo

e predisporre gli animi non serve 

asettico è lo sguardo il movimento

 

non li perdonerò neanche per questo

l’idea di procreare discendenza

del resto sono corpi carne infetta

da chiudere in un ghetto per cautela

ma basterebbe appena un colpo in fondo

o scriverlo sui libri

                                    dirlo a scuola

che imbrattano la vista fanno danno

non hanno spazio o storia in questo tempo

i clandestini della vita i nulli

i piedi incatenati poi il cemento

 

 

 

***

Li vedono vicini in tuta scura

tenuta antisommossa da divieto

lo sguardo senza cielo gli altri dietro

parcheggiano gli uncini i loro arpioni

normale ti ripetono è normale

sapere poi spiegarglielo in che lingua

che è una formalità solo un’inezia

e basta dire sì non contraddire

banale questo mondo nuovo antico

sotto il sole questione di un accento

di uno sputo dividere il nemico

e il giusto questione di tempo insomma

vedrai che a poco a poco tutto torna

 

 

 

***

Domandano anche il nome ma con tatto

se fumi le tue abitudini in fatto

di sesso a volte il partito la fede

e lo fanno sorridendo a priori

con voce calda tutta accomodante

ma quello che preoccupa di più è

il sorriso quella bocca che tira

pesante perché ogni epoca ha i suoi modi

la nostra ha scelto la grazia il fair play

una questione dicono di forma

alleggerire il contatto con l’altro

il dito mai puntato sul chi sei

 

 

 

***

Ti avevano avvisato alla tv

la novità sicuro è l’aggravante

pestare questa terra di nascosto

diversa religione e tutto il resto

ma tu non ci credevi che pensavi

quel giorno sulla piazza dentro un tram

sicuro non accade almeno qui

abbiamo già un passato un buon vaccino

eppure i titoli i commenti sul giornale

colpevoli di avere un altro odore

un fiato inconsapevole il fastidio

sapere chi di noi dopo ha infierito

o forse si è confuso chi ha scagliato

la pietra originale del peccato

 

 

   

***

(Ci hanno convinti tutti anche stavolta

sì come quella volta del deicidio

azzannano la faccia a punta il cranio

oblungo dà fastidio anche sentirli

minacciano la quiete loro untori

usurpatori di pace flagello…)

 

 

***

Tema in classe terza ora in quinta b

la bella copia scritta in penna bic

spaventano per numero colore

ci vogliono rapire i figli fare

come a casa loro ma lei lo sa

che bevono sottraggono lo spazio

violentano anche spacciano per vizio

e noi non perdoniamo li osserviamo

attenti circospetti è dunque il noi

che più spaventa sì quantificare

il numero la massa condensata

eppure perdonarli per non aver

capito il senso di Montale Saba

o solo non ammettere la resa

l’inutile pretesa di pensare

di battere quei pugni in mezzo al mare

 

 

***

È logico dividere le parti

in due chi è giusto e chi ha peccato

                                                   manca

un purgatorio qualunque un posto

dove chiuderli per sempre e risolvere

il problema alla radice in attesa

del resto del battesimo feroce

perché si dice che mangino carne

viva poi bestemmino sottovoce

il nostro dio prima dell’atto impuro

pretendere che esistano altre strade

percorribili un crocifisso in alto

valido per tutti ma noi vegliamo

prepariamo quanto serve al fatto

la dispersione piena dallo sguardo

il loro scomparire senza meta

 

 

 

 

***

Dunque questo il nostro modo di amare

l’assuefazione ai si dice al narrato

l’immagine che domina l’ascolto

di cronache presunte di peccati

commessi per bestialità la norma

alzare il tiro per decreto fare mostra

di muscoli teppaglie ronde scure

importa la paura della folla

la molla dopo scatta e non si torna

si marcia per la strada bella squadra

di giovani promesse della vita 

 

 

***

Parlavano tra loro di rifare

di chiarire come stanno le cose

per davvero vestivano eleganti

uguali funzionari del presente

la borsa sotto braccio la cravatta

le commissioni ancora impronunciabili

ricostruire il linguaggio trovare

i giusti termini quelli discreti

sì che non offendono

                                  o non del tutto

ci siamo venduti per trentatré

denari ai profeti del tempio e adesso

non serve certo contare chi c’è

e chi non c’è sotto lo stesso tetto

o chiedersi se l’aria sa di vecchio

 

***

Se avessi potuto. No è qui lo sbaglio

credere nell’impotenza effettiva

della protasi socchiudendo gli occhi

quanto basta come Pilato un giorno

mentre votavano legiferavano

l’imbroglio che li rispediva a casa

nemmeno una protesta un cenno un tic

nervoso perché ora sarebbe stato

tutto più pulito sicuro asettico

 

li hai visti mai negli occhi quando il vento

li sfregia in mezzo al mare la paura

deve essere questo fuggire senza

sapere dove ritornare là

senza sapere quando perché come

 

  

***

È una ruota che gira prima o poi

migranti con le scatole in cartone

le code in quarantena il visto il timbro

la tessera che salva dà la vita

lo sguardo sospettoso il ringhio uscito

rovinano il presente fanno peso

coi figli il loro modo di mangiare

l’accento incomprensibile quel tanfo

un oceano fa nemmeno tanto

adesso è come sempre nonostante

le parti un po’ invertite c’è chi scende

chi sale su quel carro di monatti

chiedendo senza nulla dare in dono

è la memoria il difetto pensare

che siamo stati ciò che adesso sono

 

 

 

Canto della Maddalena

 

  

Non hai che un nome provenienza incerta

stretta forte all’onda quando frena

e scivola la barca di Caronte

ma lui ti chiede ancora

                                    salva il mondo

un piccolo favore per quegli altri

sì quelli là dal puzzo di animali

la bocca con la bava poi si asciuga

un’altra almeno solo questa volta

ti giuro sorellina dopo smetto

le gambe strette il fiato contro il fiato

così finiva il sogno e ti lavavi

provando la salsedine l’amaro

e sotto ancora il mare l’incertezza

 

la terra mai vissuta mai promessa

 

 

 

1.

Chi lo sa la mamma se mi sapesse

qui professionale la sigaretta

accesa questa attesa che non passa

pazienza ci vuole pazienza arriva

il primo dei tanti primi il signore

vestito bene lui si lava dopo

e ti saluta dando del lei al mondo

famiglia a posto in regola coi conti

con le tasse farebbe carte false

per rubarti ancora dieci minuti

perché questi dieci minuti sì

li valgo in una vita tutta intera

 

2.

Rubata già così dall’accademia

lo studio delle forme Michelangelo

il tratto del pennino la materia

inerte da plasmare la creazione

si resta più vicini a Dio così

il bello salva il mondo ne è la chiave

e di nascosto aprirono la porta

dicendoti di andare

                                tu reclusa

nel corpicino molle da bambina

il sesso poi è la colpa c’è una strega

da battere punire in ogni tempo

hai tenere carezze un po’ per tutti

i baci no la bocca è per l’amore

il seno non ti basta le mie gambe

dieci minuti solo puoi toccarle

e penetrare in fondo farmi male

non è l’esatto nome del dolore.

 

3.

Il pianto della Maddalena tu

cristiana senza colpa senza pena

se non quella di vivere più in là

la vita a latitudine proibita

perché non c’è un perché per ogni cosa

lui spinge e il seno stretto nelle mani

ma come ai tempi antichi ancora tremi

padrone ti ho servita adesso posso

guardare cosa sono nello specchio

se l’occhio il pianto la carezza

                                               il cuore

almeno non si arrende non del tutto

 

mi trovi sempre all’angolo le luci

si spengono la macchina più lenta

mi raccomando chiamami per tempo

il prezzo fallo tu quando è il momento.

4.

La percezione incerta di un ricordo

cortese la parola sì e l’amore

l’etimo di donna la poesia

cos’è l’omaggio il vassallaggio in fondo

se non servizio dedizione cura

ripeterlo da esimio professore

meccanico a memoria con la giacca

di taglio rispettabile discreto

anonima sul grigio la cravatta

la faccia da ginnasio come il resto

giochino lo chiamavi l’indicibile

dai muoviti più in fretta dai ti prego

pensavi poi alla Gigli alla Ferrero

ma sempre per cognome si capisce

te le trovavi tutte in una loro

le intoccabili piccine le tante

penetrate le già violate a mente.

 

5.

Ho preso proprio tutto la borsetta

il cellulare il numero il rossetto

il trucco per rifarmi un po’ di queste

occhiaie vorrei un letto per dormire

la casa due bambine con le trecce

no senza non si può non lo permetto

almeno lasciami al mio sogno adesso

ma è la parola grazia che ci manca

capire l’altro la pietà dell’altro

poi giovani di nero testa rasa

su mettila sul cofano non piange

ridevano picchiavano storditi

la bocca quasi un utero profondo

e buttavano giù il fiato la pillola

feroce quella che spalanca il mondo

 

6.

La pioggia crolla addosso punge lava

penetra nell’anima non così

no mettici un po’ il cuore cosa pensi

a casa che ti aspettano la cena

e prima il segno della croce grazie

per il pane stringi forte la carne

adesso dentro per favore smetti

un attimo e mi sveglio non c’è più

quell’uomo nero come da bambina

i sogni mamma corri che c’è buio

in fretta i pantaloni poi gli occhiali

sì cara arrivo ma in ritardo il traffico

l’ufficio il bimbo ha detto già papà

mi dici un dono del signore un figlio

se dorme quando torno non lo sveglio.

 

7.

L’hanno fatta proprio a pezzi la Rosy

quella vecchia ferma all’angolo opposto

aveva detto no non voglio come

se si potesse scegliere la vita

e adesso siamo meno c’è più spazio

ma è questo vuoto strano che spaventa

il suo silenzio freddo senza scelta

 

si cresce in fretta si fa in tempo almeno

a spingere lo sguardo sul carnefice

il monatto che ti unge di sudore

baciandoti sul collo un po’ sbavando

che si ritrae alla svelta soddisfatto

lasciandoti nel ventre un non so che

e quasi per ripetersi stranito

che cosa mai sarà di me domani?

 

 

  

8.

Lasciata tutta lì come una cosa

congedo quanto basta e poi la strada

il brutto è addormentarsi per un attimo

pensare una domenica di sole

e correre sui prati le farfalle

donarsi come sa solo una moglie

che bello il mio paese le colline

la vista sul Danubio il suo fluire

 

mi dai un passaggio giuro sarò buona

la tua bambina pronta a dire sì

la gonna sì ti piace è stretta fascia

mi dona certo

                        in bocca non ti bacio

sospiro quando vuoi faccio peccato

perdonami mio cristo della croce

se è un padre come tanti lui già figlio

di padre lui marito lui feroce.

 

  

 

9.

Vorrei chiamarti col tuo vero nome

bambina sedicenne senza scuola

ma come si fa con le principesse

lasciarti al sonno sotto le lenzuola

protetta dal feroce dal vorace

rubata tu i tuoi sogni le promesse

strappata via per strada senza voce

mi ripetevi è tardi adesso è tardi

l’imbuto mi risucchia vado giù

se vomito è per credermi un po’ viva

almeno nella macchia nell’odore

acre dell’impasto si vuota già

il parcheggio sì adesso è proprio l’ora

mi aspettano lo sguardo rosso il vuoto

della faccia regalo almeno sogni

desideri che dopo vanno a casa

sempre uguali sempre loro gli indomiti

appagati i mangiatori di loto

i peccatori dell’altrui peccato.

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:44 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: editi - crocetti - donzelli, inediti -
domenica, 03 agosto 2008

DOLORE E CONOSCENZA - saggio di Maura Del Serra

Maura Del Serra, poetessa e docente universitario a Firenze, mi ha inviato un testo particolare, un lungo e ricco saggio sul tema del dolore apparso originariamente nel 2004 sulla storica rivista STUDIUM. Mi sono chiesto se fosse adatto per DEDALUS, in cui pubblico in genere poesia e brani di prosa, e mi sono chiesto anche se fosse il caso pubblicarlo all'inizio di agosto, in pieno periodo vacanziero. Alla fine, rileggendolo, mi sono reso conto di quanta poesia contenga questo saggio. Non solo perché l'autrice è lei stessa valida autrice di liriche, ma anche in virtù delle numerose citazioni di testi poetici, e, davvero non ultimo, per l'intenso e tuttavia lieve tocco con cui lo studio sul dolore è stato concepito e redatto. Con la capacità propria della poesia di interagire con la materia che tratta, con un atto di profonda com-passione, è il caso di dirlo, ossia, davvero, di sentire, e soffrire, condiviso. Riguardo al periodo in cui proporre questo saggio, la scelta è stata in parte causale e in parte voluta: in questo agosto in cui ci vogliono indurre, dai palazzi del potere, a credere che tutto va bene, tutto è pulito, e tutto è agevole, è forse bene pensare, magari per un attimo, agli sbarchi dei disperati sulle coste a pochi metri dalle spiagge dei bagnanti, ai conti che non tornano a fine mese, alla giustizia mutilata con un sorrisetto ironico da avanspettacolo, a tutto ciò che, ora più mai, ci conduce ad un mondo sempre più squilibrato e scisso, accomunato solo da uno strato coprente di pubblicità di macchine e telefonini sempre più accessoriati. Il discorso sarebbe lungo e porterebbe lontano. Mi limito a dire che DEDALUS compie il piccolo gesto paradossale e provocatorio di proporre in agosto una riflessione sul dolore. Non perché DEDALUS ami il dolore. Anzi, è fermamente contrario a tutto ciò che propone il dolore in sé come valore, come processo di arricchimento, espiazione o altro, come alcune filosofie o religioni hanno sostenuto. Questo no. Un discorso riguardo al dolore, semmai, può servire per cercare una gioia più vera, più sana, più equa. Ed è con questa speranza che pubblico qui una prima parte del lavoro di Maura Del Serra, riservandomi di riproporre periodicamente, nel corso del mesi, altri brani. Ricordando sempre che è fondamentale cercare  "un equilibrio, un giusto mezzo nella sofferenza, abitandola per quanto possibile e volgendola in conoscenza, su­perando lo scandalo del suo apparente non senso; giacché, come ci ha insegnato anticamente Eschilo e come è tornato nel Nove­cento a insegnarci Gadda, la gioia si può possedere solo attraver­so la cognizione del dolore meditato e condiviso".

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 Dolore e conoscenza

«tò pàthei màthos»

di  Maura Del Serra

«Uomo, non dire mai ciò che sarà domani né fino a quando chi vedi felice lo sarà: la mosca librata meno rapida scarta».

Simonide, fr. 6 D.

Il carattere universale dell'esperienza del dolore, che qui conside­ro nel suo aspetto di manifestazione psicofisica (non approfon­dendo la pur necessaria distinzione tra dolore dovuto a cause na­turali, curabile coi frutti del progresso medico-tecnologico, e do­lore dovuto a cause umane-sociali, come la violenza, dolore che è oggetto primo dell'etica e dell'ermeneutica filosofica), mi induce a consentire con Patrick Wall quando lo definisce «non solo una sensazione, ma, come avviene per la fame e la sete [...], anche la consapevolezza della necessità di un programma d'azione finaliz­zato a debellarlo». Anche per Emanuele Severino, il dolore si identifica con la coscienza attiva del dolore stesso, ma prima di tutto si pone e si propone violentemente a noi come una sofferen­za allo stato igneo, incandescente, ovvero come ciò che divide drammaticamente l'uomo dall'armonia psicofisica, chiudendolo in un ripiegamento su se stesso, in una solitudine indotta, come vedremo, dal rifiuto ideale verso chi soffre da parte della comu­nità dei sani; un rifiuto che la dimensione universale e ontologica del dolore e l'esistenza di una comunità altrettanto ideale di soffe­renti non attenuano, ma esaltano per contrasto. Il dolore, quale esperienza di lacerazione dell'armonia dell'essere e di inadattamento al mondo, costituisce la riprova più drammatica della fini­tezza che uncina l'uomo, confermando anche la sentenza parafilosofica che ci si ammala o si soffre perché si è mortali, e soffrendo si può quindi sperimentare più o meno intensamente la perdita, la privazione dell'integrità, l'estraneità spossessante rispetto al se stesso di prima. Salvatore Natoli, nel suo noto volume L'esperienza del dolore, lo ha definito, nella sua accezione più semplice, co­me oggettività del male fisico-naturale che intacca la forma (an­che nel senso aristotelico di anima) e il contegno della persona, in­ducendo dipendenza e pudore, cioè forte ripiegamento sul pro­prio corpo e sul proprio io, ansia e senso di pericolo, chiusura e crollo del futuro, e quindi depressione se la cura fallisce.

La società occidentale moderna ha percepito e percepisce il mi­stero del dolore, connesso radicalmente e primordialmente col sa­cro e col tremendum (e con l'indicibile, l’àrreton greco), come un potentissimo tabù, forse l'ultimo tabù oggetto di rimozione dopo la caduta diffusa di quello sessuale, unitamente alla morte che del do­lore è l'epifania ultimativa, ed è perciò avvertita come pornografica, secondo l'espressione di Jean Baudrillard, cioè come inaffrontabile, etimologicamente oscena, da confinarsi, come il dolore, in luoghi sociali delimitati e altamente medicalizzati, «sterili», non domestici, dove la temuta incontrollabilità del dolore - sentito come «abisso che nasconde una terribile minaccia» - appare regolamentabile e inquadrabile (le «cliniche del dolore»). In questo senso la celebre e citatissima sentenza di Jung, «gli dèi sono divenuti malattie» (e le malattie tabù), nella società contemporanea comporta il fatto che la secolarizzazione «neopagana», come la definisce Natoli, si esoneri dal dolore e lo rimuova, confinandolo nell'altro, negli altri: e se si assume che «il dolore è sempre di altri», allora è possibile negare il male come oggettività del negativo, oltre che negare tutta la grande paideia e la pedagogia cristiana del dolore come tesoro spirituale e prova fruttifera, come salvifico e catartico mysterium Dei. La so­cietà odierna ha elaborato in modo assai complesso e sottile, e in­sieme eclatante, i meccanismi del cosiddetto «diniego» del dolore analizzati da Cohen nel suo volume sulla sofferenza storico-sociale: acutamente Cohen definisce il processo del diniego e il suo «sapere ambiguo», che equivale alla rimozione psicanalitica, come il «biso­gno di essere innocenti», che può essere intenzionale o meno, e l'ac­cumularsi dei dinieghi come «menzogne vitali o buchi neri della mente» contro la violenza del dolore procurato: comunemente, il diniego sarebbe un «angolo cieco di blocco dell'attenzione e di au­to-inganno», che assume, oltre alle forme personali, quelle ufficiali, culturali e storiche della cosiddetta amnesia sociale per lutti collet­tivi rimossi. Il terribile meccanismo psichico dell'assuefazione al dolore altrui, che Cohen definisce «stanchezza da compassione» e da aiuto verso situazioni senza speranza e/o psicologicamente incomprensibili, nel caso della violenza innesca il cosiddetto «effetto del testimone passivo», ovvero osservatore distante e desensibiliz­zato, che non riesce cioè a identificarsi con la vittima , e induce Cohen alla lapidaria espressione che stigmatizza la rimozione-dinie­go, «la sofferenza è sempre da un'altra parte», espressione esempli­ficata e colorita con la citazione icastica della poesia di Auden, Musée des Beaux Arts: «Sul dolore la sapevano lunga, / gli Antichi Mae­stri: quanto ne capivano bene / la posizione umana: come avvenga / mentre qualcun altro mangia o apre / una finestra o se ne va a zonzo spensierato». Cohen rileva che le due più potenti organizzazioni che si sono appropriate della sofferenza sociale sono la «belva» dei media da un lato e le organizzazioni umanitarie dall'altro; i primi, «che hanno il monopolio della creazione culturale delle immagini delle sofferenze» e delle atrocità, alimentando con telegiornali di ta­glio «hollywoodiano» e con eventi crudeli, personalizzati da primi piani delle vittime, il voyeurismo della sofferenza, che è solo ambi­guamente esoreistico (tutti abbiamo presente il cosiddetto «turismo del crimine» che porta folle di curiosi sui luoghi dei delitti): voyeu­rismo nel quale all'iperrealtà dell'avvicinamento a tali luoghi si uni­sce in ossimoro una nostra distanza incommensurabile dai fatti; le seconde, le organizzazioni umanitarie, combattendo il diniego me­diante la letteratura dell'appello e l'attivazione di meccanismi di indignazione, senso di colpa e responsabilità verso la fonte della sof­ferenza, producendo così compassione, empatia e identificazione, e trasformando, con un processo virtuoso di testimonianza morale autoconoscitiva, l'ignoranza in conoscenza, questa in riconosci­mento e il riconoscimento in azione: processo nel quale Vaclav Havel ha ben riconosciuto risiedere Vethos, ossia «il potere dei senza potere». (Pensiamo anche, come caso particolare dell'ambiva­lente spettacolarizzazione del dolore nei media, alla morte in guer­ra, enfatizzata nei documentari e nei telegiornali, esibita e censurata insieme nella fotografia dell'Ottocento e del Novecento, così com'è stata ricostruita da un libro recente di Susan Sontag, la qua­le- è tornata poi sull'argomento con un articolo giornalistico in cui, pur auspicando una «ecologia delle immagini», esorta e ammoni­sce: «Lasciamo che le immagini atroci ci tormentino»).

Al grande bacino semantico-psicologico del diniego della soffe­renza e delle condizioni anomale, o meglio alla loro elaborazione in perifrasi eufemistiche nel linguaggio contemporaneo, appartiene la categoria delle espressioni come «non vedente», «non udente», che negano lo status archetipico e perfino conoscitivo della figura del cieco e del sordo (non si può pensare a un Omero «non vedente» o a un Beethoven «non udente») e si limitano a rovesciarne passiva­mente la qualità positiva «normale»; oppure si può menzionare l'e­spressione diffusissima «disabile» (o addirittura «abile differente») che ha largamente sostituito quella, percepita ancora come troppo cruda, «handicappato» o «portatore di handicap», mentre «ipocine­tici» tenta di sostituire gli invalidi e «non deambulanti» gli infermi, fino alla suprema perifrasi applicata ai bassi di statura, che divengo­no «verticalmente svantaggiati», e al grottesco e istituzionalmente sprezzante dei «residui manicomiali» che designa gli ex ricoverati, producendo la massima nebbia conoscitiva.

Come sintomo dell'affievolirsi rimuovente della tradizione etico-teologica classica e biblico-cristiana, che vedeva la sofferen­za e l'handicap come espressione fisiopsichica di sventura (nel­l'accezione greca) e di peccato (nell'accezione cristiana), è caratteristico notare la scomparsa generalizzata dall'uso linguistico del­l'espressione «infelice» («è un infelice, ha un figlio infelice», ecc.) per indicare appunto la persona handicappata, espressione anco­ra in uso ai tempi della mia infanzia, nei cattolici anni Cinquanta pre-boom economico e pre-violenta laicizzazione tecnologica del­la società (un processo che Natoli definisce «soteriologia senza fe­de») . Era ancora attiva, in quell'espressione di identificazione dell'handicap con l'infelicità, la metafisica greca del tragico, giac­ché come tragico era percepito il dolore nel mondo classico, dove il «conosci te stesso» delfico implicava anche la coscienza e la co­noscenza del limite e della morte e dove nel concetto di tragico si innervava e si dispiegava la violenta antinomia del dolore rispetto alla gioia. Il dolore era per i greci un evento inviato dagli dèi e insieme immotivato, una folgore non puramente devastante, ma produttrice del frutto di fuoco della conoscenza: il primo testo dove il dolore appare fondante è addirittura quello principe della tradizione occidentale e del viaggio conoscitivo del suo eroe, l'O­dissea, in cui al noto incipit: «Cantami o Musa l'uomo ricco di astuzie» (Andrà mèi ènnepe Moùsa polytropon) segue nel v. 2 «Che molti dolori (àlghea) patì in cuore sul mare»: dove il viaggio di Ulisse, che ha un ritorno quasi infinitamente differito, è carat­terizzato dal più insidioso dei dolori, la nostalgia, ovvero appunto il dolore per il ritorno, il dolore - che vedremo destinato a un lun­go avvenire nella letteratura moderna - dell'esilio primevo, e che solo l'arte del cantore cieco redime appunto cantandolo, cioè po­nendosi subito come principio catartico, come logos del dolore e del tragico. Ma l'originario centro greco del nesso inscindibile tra dolore e conoscenza si dispiega in un ventaglio di voci liriche e tragiche, fra cui spicca per icasticità fondante il verso generalissi­mo di Alcmane: «esperienza principio di conoscenza» (pera tòi mathésios arkà), che conduce al verso centrale dell'Inno a Zeus nel-VAgamennone (177) di Eschilo, il celebre e splendido «tò pàthei màthos» (attraverso la sofferenza la conoscenza, letteralmente «l'insegnamento») che è proclamato «valida legge» e chiosato «e pur a chi non voglia / giunge saggezza».

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:19 | link | commenti (1) | commenti (1)
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Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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