E' possibile fare coesistere un andamento del verso disteso e piano con l'urgenza del dire e il rovello del sentire? E' possibile conciliare un tono classico, solenne, cadenzato, con le fratture e le scissioni, fisiche, mentali e sociali, del mondo attuale? Leggendo i versi di Ciro Vitiello tratti da "Lunedì perduto", recentemente editi da LietoColle, di cui pubblico qui una prima parte, mettendo in cantiere una prossima e ulteriore tranche, viene fatto di rispondere di sì. In molti casi l'impressione della lettura assume sostanza corporea, quasi tangibile, e il parallelo più naturale e immediato è quello con l'ambito della pittura. I quadri in forma di parola di Ciro Vitiello sono armonici, generosi di forme del dire e del percepire, con le figure ben distribuite e gli sfondi disposti con cura, come fondali teatrali. Ma è lontana la mera e sterile pittura di maniera: ogni quadro racchiude una storia, una vicenda umana: amore, odio, disillusione, ricerca di un nuovo inizio. Anche se, morde, e lacera, tarlo e tagliola, l'ira del caso, il principio misterioso dell'hazard, il fato, l'ineluttabile forza degli eventi che traspare nel detto e nel non-detto, tra le righe dei versi della raccolta. E c'è, tra le pieghe e i grumi di colore, come in un arcano dipinto leonardesco, la coscienza dolorosa e vitale della presenza di un codice, un senso ulteriore, un tempo altro che nega il tempo, riaffermandolo, rinnovandolo, dandogli nuova misura e significato. Come "un lunedì perduto", in cui accade di chiedersi "chi tiene l'armonia infinita". La risposta, forse, è nella domanda stessa. Una poesia personale e complessa, quella di Ciro Vitiello, un insieme di immagini a più strati e più livelli, in cui la visione si fa riflessione, dolore e volontà di ricerca di una direzione, una prospettiva: un giorno altro, in cui è nitido, seppure imperscrutabile "il piccolo enigma,/ lo strappo nella calma della mente dissociata".
LUNEDI’ PERDUTO
È lunedì ultimo giorno
È lunedì ultimo giorno di luglio. La civetta
dalla notte annuncia il presagio.
Sorgono paesi e fiori da specchi vuoti,
accensioni, fremiti; di godimento è invasata
la mente, dolce fiorisce la luce che, se non rapita,
subito dilegua come improvviso lampo.
Ti vedo venire dal cancello che s’apre
come mosso da una volontà ignota:
tutto è libero avvento quando il sangue vibra
veloce più della luce, è ansia di conquistarti
perché sia la libidine concentrata sulla fronte
del fato. Forse ho sentito nelle fibre il brivido
dell’utopia, l’altrove da cui lo sguardo ci riverbera
di felicità ed è trepido incontrare
il ciglio dei monti, l’orizzonte,
la velocità del dio
con le unghie acute.
Con viso naturale venivi
Con viso naturale venivi nel vallo,
ora avvampi o sei più gelida?
Cado sotto le lunghe lingue di fuoco per essere
estrema polvere? Questo lunedì sorge placido,
carne dell’umanità è la cariatide dell’indifferenza.
E tu sei cieco, fato! Sembra che la girandola
vada rapida al vento- le piane e i colli
respirino l’aria del dolce mattino-
gli alberi punteggino la catena montana
brulla e nuda: filano i cento cavalli nella solarità,
e il raggio luccica nei tuoi occhi
lieti- così la felicità incomincia a decollare
aquila che dopo il pasto
con le ali tese rotea
nell’azzurro immoto.
E da quanto tempo
E da quanto tempo mi rimbombi nella testa!
Sanguina la tua anca che non so io rimarginare
né tu colmare con il crisma della volontà:
è stata mia colpa mutarti, imbellirti, farti volare
spirito tagliente sulle cime della bellezza!
Le parole che la mia voce ripete sono cadute
nelle secche forre o baccelli arsi infisse nella zolla
cretosa di sole. Di colpo una luce rossa,
spia ignota, annuncia necessita fermarsi.
Turbinii di vuoto stancano la mente- vertigini
annientano la ragione- è terribile frattura correre
verso il nulla, perdersi nella stasi?
Perché sei taciturna col volto immoto
larva nella notte bruna e
ciglio di tenebra mi sfiori?
Ti fisso viva e presente
Ti fisso viva e presente quantunque
non aderisci ai miei sensi intimi in questa
incognita sosta che qualcuno impone, ma chi decide
quando devo finire, quando la strada devia
o la tegola cade? Mai sapremo giustizia
dove immette e vige. Tu che pensi, Saria,
levità della vecchia Urhinine?
Seduta sul basso muretto all’ombra del fico
e dell’edera novella, con le gambe contratte,
leggi il libro rosso e io immagino che sei delusa
come me, e segui i desideri- sento che
i nostri sentieri divergono, dimmi,
ti supplico, anche tu
forse cerchi la verità?
È tempo di rimettersi
È tempo di rimettersi in cammino, tornare,
e delusi dare ragione al caso?
Ciò che accade fuori dall’uniforme feconda
il fine essenziale, l’onda avvolge chi coglie il senso
di fatalità: è perdere qualcosa o acquistare altro,
la vita? Il principio è stocastico, ingenera
contraddizione o contrasto: la ragione pianifica
e corregge ma l’hasard rompe linee
e frantuma. Pensi al vecchio viandante
che accucciato, soletto ai confini dell’universo,
si accanisce a lanciare sul terreno polveroso
dadi privi di numeri cercando la perfezione
in ogni lancio senza accorgersi che essa
risiede nella sua mente. Chi
tiene l’armonia infinita?
Non è il sale
Non è il sale della vita mutare l’immutabile?
Ti culli nella purezza distratta e indifferente,
non ti importa nulla che azzittiscono
i cento cavalli invisibili. Sul muretto seduta
stai muta con lo sguardo perso nella vanità.
Mai nessuno ha riconosciuto la tua bellezza d’anima,
la profonda sensibilità verso il bello: godi il piacere
di dare voce agli spiriti che ti governano e ti sostiene
la luce che accende i tuoi recessi interiori-
avessi percorso a remo il ventre fiocamente illuminato
dell’antro come feci in altro tempo-
era la stagione delle energie possenti negli amori folli
ma più squassanti oggi che le fratture
intime sono rimbombanti- la sintesi è il nulla
e contemporaneamente l’istante
è il vitale dell’essere.
La calura arricciava i lembi
La calura arricciava i lembi, seccava le erbe,
bruciava i nostri sentieri
che non salivano dove le nostre carni
trepidando ambivano esaltarsi.
Nella secca del tempo, dietro il muretto, la divina
luce ti stringe in un blocco d’immobilità-
la pietra levigata da umano che ti ama
ti vuole senza violenza piena dolcezza
di comprensione- adoro il tuo corpo ferito,
le tue ascelle odorose di sudore, le umide anche.
Perché cado nelle fauci del tempo?
Sola soletta ancora siedi all’ombra tra l’edera
e il fico mentre la luce lotta con i rifiuti
e i sassi torridi. Nella mia mente abiti
perenne ora che ti allontani
dal mio desiderio per sempre.
Quanto ti riprenderai
Quando ti riprenderai, pensosa, avvinta
sotto l’albero a terra vedi le illusioni…
un fiato ostile impedisce i puledri a convergere
a libera sfrenatezza, a sconfitta duratura…
io solo ho rispettato la bellezza della tua inesausta anima
sebbene ribelle ruggisca la furia leonina che brucia
le vene e poi viene la cecità totale, l’ultima stella nel cielo,
la musica del Bach e il delibato groppo; dove sei finita
creatura del disincanto? Tutti i sensi umani declinano
all’ultima tappa, nessuno ha potere di fermare il corso,
così perfidamente nulla più germoglia
e le acque fluenti nel buio trascinano le spoglie
che l’invisibile espone.
L’uomo che parlava latino
L’uomo che parlava latino diceva che la logica
è vitalità della lingua e della vita-
garbuglio di risoluzioni nella pronta presa di ragione-
e tuttavia un’oncia di follia rende il giorno “più allettante”,
poi ficcò la testa nelle fauci dei cento cavalli
alla ricerca del fallo ma chi può vedere la verità,
questa astratta finzione della umana idiozia.
La spia rossa fermò il passo avvinghiandoci nella raucedine
della nullità. Fremendo, quasi isterico, capivo
che l’improvviso incaglio disintegrava il bel giocattolo
del giorno. Tu leggevi le congiunzioni delle stelle e dei mari
convinta che tutto era ormai vano e ingurgitavi il latte lentamente
inseguendo forse- lo vidi nello sguardo mansueto
di agnellino pronto all’ara- il piccolo enigma,
lo strappo nella calma della mente dissociata.
Non c'è resa alla frammentazione del verso e del senso nelle poesie di Antonella Anedda Angioy. C'è il sentimento del tempo, ferita costante, dolorosa; ma, dal balcone del corpo c'è sempre, ugualmente nitida e diretta, una prospettiva altra, una capacità di fare del ritmo visione, forma di sinestesia esistenziale, nata dalla scrittura ma orientata verso la vita, fino al punto in cui, come rette convergenti, i percorsi si uniscono, ed osservare diventare serbare, conservare nella memoria una realtà identica a se stessa, eppure mutata, resa umana, nel bene e nel male, nell'alveo di una pace occidentale che conferma buio e luce, negandoli, riconfermandoli. Una poesia ricca e complessa senza mai scivolare nel baratro dell'artificiosità. Con la coscienza del conflitto ininterrotto tra "il verso del corpo e del ghiaccio", carne e mente, ragione e respiro. Perché "il corpo è la scure: si abbatte sulla luce", la realtà rivela il mistero insolubile, "l'angustia delle biografie/ gli acini scuri dei ritratti". Ma, tramite una rete di assonanze e consonanze del tutto naturali, sgorgate dal nucleo stesso del pensare, Antonella Anedda Angioy non si arrende all'incubo peggiore. Oppone al buio un canto che è carne, voce, discorso mai chiuso. La coscienza che "noi viviamo per schegge", ma riscoprendo l'essenza dell'io, si ritrova una totalità libera, autentica: il solo possibile dono "per questa terra folgorata".
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ANTONELLA ANEDDA ANGIOY
da Residenze invernali
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare
da Notti di pace occidentale
I
Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo –al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa
III
Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non é tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.
Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s’infiamma alla parete.
Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l'angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.
Ci difende di lato un'altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.
XIII
a Nathan Zach
Anche questi sono versi di guerra
Composti mentre infuria, non lontano, non vicino
Seduti di sghembo a un tavolo rischiarato da lumi
Mentre cingono le porte di palme
Anche questo è un canto verso Dio
Che chini lo sguardo sui suoi vermi e ci travolga
Amati e non amati.
Non una tregua - un dono
Per questa terra folgorata.
*************
Siedi davanti alla finestra
Guarda, ma accetta la disperazione:
c’è verità nella luna che sale
eppure non si alza a scudo sul dolore
si traduce –
come ho appena tradotto il libro aperto verso il muro –
semplicemente unisce il tavolo al pensiero
in un’attesa che arde ma non spiega
e tormenta ogni foglio dentro l’aria
con musica di abeti, luci ostili.
***************
Ora è solo pioggia che benedice la strada
e nell'acqua che trema quasi una luce redenta da seguire.
Sarà una piccola distanza dal fulgore.
Dal forno dove il cibo si innalza
alle nuvole brune
tutto appena diverso dalla vita di sempre:
uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera
una luce nella crepa del muro
schiusa verso terre di pace.
Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.
Così vedremo i volti degli assenti
le iniziali dei nomi travolte dai lapilli
nessun dolore ma il moto delle mani
che allontanano il fumo
e notte tra la notte: una fessura.
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DAL BALCONE DEL CORPO
“…Noi viviamo per schegge
che spostandosi frantumano l’io e il voi
e il più delle volte lasciano intatto solo il paesaggio”.
Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano:
“Noi abbiamo i nostri giudici. Fitti come uccelli negli alberi.
Le loro voci si confondono.
Uno è più severo degli altri. Uno è più mite
(nostro padre era un giudice).
” Ora fai che il plurale si ritragga
indietreggi, dica di nuovo: io
(Coro, Dal Balcone del Corpo)
Il premio è rivolto ad opere particolarmente attente al rapporto fra la realtà dell’individuo e quella del contesto sociale-storico-memoriale, secondo modi originali e linguaggi innovativi atti a descrivere la contemporaneità o a metterne in crisi le descrizioni correnti. Si articola in tre sezioni:
A) Poesia edita;
B) Poesia inedita (anche su supporto multimediale) per giovani under 30;
C) Multimedia.
Per la sezione A) il primo premio ammonta ad € 1500,00; per la sezione B) a € 350,00; per la sezione C) il premio consiste in 350,00.
La premiazione avverrà il 27 settembre 2008 all’interno della manifestazione "Settembre Sangiulianese 2008" presso le Terme di San Giuliano. I vincitori dovranno ritirare il premio intervenendo personalmente alla serata di premiazione, pena la mancata assegnazione.
Copia del Regolamento con le modalità di invio di opere ed elaborati è disponibile alle url: www.comune.sangiulianoterme.pisa.it, http://blog.libero.it/ilgrandeblog/,
oppure potrà essere richiesta per posta al Circolo Il Grandevetro, all'indirizzo: Via I settembre 43/B, 50054 Fucecchio (FI), oppure all’indirizzo e-mail ilgrandevetro@libero.it, o ancheai numeri di telefono 0571/21637, 0571/847022 in orario 16.00-20.00.
Il Sindaco di San Giuliano Terme
III edizione del Premio nazionale di poesia “In/Civile” – Comune di San Giuliano Terme – 2008
Regolamento:
Il premio è rivolto ad opere particolarmente attente al rapporto fra la realtà dell’individuo e quella del contesto sociale-storico-memoriale, secondo modi originali e linguaggi innovativi atti a descrivere la contemporaneità o a metterne in crisi le descrizioni correnti.
Il premio si articola in tre sezioni:
A) Poesia edita. Sono ammesse opere di poesia in lingua italiana o in dialetto edite dal 1° gennaio 2007 al 30 aprile 2008. Entro il 27 Luglio 2008 ai membri della Giuria Tecnica dovranno pervenire le sette copie dei volumi editi, con la dicitura “Premio Poesia S. Giuliano”, in busta chiusa e inviate per posta. Farà fede la data del timbro postale.
I recapiti dei giurati sono i seguenti:
1. Alberto Casadei, via Sighieri, 26 – 56127 Pisa;
2. Roberto Galaverni, via A. Costa, 98 – 50134 Bologna;
3. Guido Mazzoni, via Toselli, 6 - 56125 Pisa;
4. Renato Nisticò (Presidente Onorario), via Marsala, 4 - 56121 Riglione (PI);
5. Renzia D’Incà (Presidente), via Torricelli, 78 – 56010 Campo San Giuliano Terme (PI);
6. Alessandro Simonetti (Segretario), c/o Comune di San Giuliano Terme - Servizio Cultura e Beni Culturali, via Niccolini, 25 - 56017 San Giuliano Terme (PI);
7. Caterina Verbaro, via Enriquez Agnoletti, 52 – 50012 Bagno a Ripoli (Firenze).
La Giuria si riserva inoltre la facoltà di proporre autori a propria discrezione.
B) Poesia inedita per giovani under 30. Sono ammesse poesie (fino a un massimo di tre) in lingua italiana o in dialetto. I testi possono essere accompagnati a musiche (in tal caso il supporto sarà un CD) o a immagini/musica (DVD), fino a un massimo di due minuti di durata per ogni singolo testo.
Gli autori/autrici devono essere giovani che non abbiano compiuto il 30° anno di età alla data del 30 aprile 2008.
I testi, nel supporto prescelto, dovranno essere inviati entro il 27 Luglio 2008 in 10 copie in busta chiusa con la dicitura “Premio di Poesia S. Giuliano Terme”, presso l’associazione culturale “Circolo Il Grandevetro”, per essere quindi sottoposte al verdetto della Giuria Popolare costituita presso il Comune di San Giuliano Terme. Farà fede la data del timbro postale.
C) Multimedia. La sezione prevede la partecipazione di opere multimediali dove il testo poetico interagisce con altre forme d’arte: video, musica, performances, danza, teatro. I concorrenti dovranno inviare un “promo” con la propria opera su formato CD o DVD di non più di 10 minuti.
Entro il 27 Luglio 2008 ai membri della Giuria Tecnica dovranno pervenire sette copie delle opere multimediali, con la dicitura “Premio Poesia S. Giuliano”, in busta chiusa e inviate per posta. Farà fede la data del timbro postale. I recapiti dei giurati sono indicati alla sezione A) di questo bando.
Per la sezione A) il primo premio ammonta ad € 1500,00; per la sezione B) a € 350,00; infine, per la sezione C) il premio consiste in € 350,00. Sono previsti inoltre riconoscimenti e offerte di cortesia anche ai secondi e terzi classificati, cui andranno le dovute menzioni d’onore.
La premiazione avverrà il 27 settembre 2008 all’interno della manifestazione “Settembre Sangiulianese” 2008. I vincitori, che saranno tempestivamente avvertiti ai recapiti indicati, dovranno ritirare il premio intervenendo personalmente alla serata di premiazione, pena la mancata assegnazione.
Il Sindaco di San Giuliano Terme
Ci sono testi in cui si coglie meglio la capacità della parola di farsi canto, racconto, modulando alla perfezione una gamma di toni ampi, spesso contrastanti. E' il caso degli inediti che ho chiesto ad Alberto Bertoni e che mi sono arrivati copiosi e sanguigni, intensi e suggestivi come un canto popolare, una di quelle canzoni che risuonano nei cortili assolati e nelle menti, evocando storie vere o inventate, sempre capaci di risultare familiari, perchè parlando di strampalate e sofferte esistenze finiscono per parlare della vita, mistero tragico e buffo. C'è in questi versi di Alberto Bertoni di cui pubblico qui una prima parte, riservandomi ancora una volta una seconda puntata, tutta l'ironia della terra e della gente emiliana e romagnola: la passione, sanguigna, genuina, l'amore per il bello e per il giusto, la lotta, viva, anche politica, mai disgiunta però dalla lievità, dal gusto di un sorriso che nasce, nonostante tutto, anche sulle rovine del tempo e dei tempi: ulteriore e possente forma di contrasto al potere becero e in apparenza eterno, immutabile. Una poesia, quella di Bertoni, da gustare come un bicchiere di buon lambrusco, con lo stesso riflesso di sole e di ombra, rabbia e sorriso, sapida rivalsa.
INCORPORANDO LINEAMENTI ESTRANEI
Dna
Mio nonno si chiamava Geminiano
come un patrono leggendario
di lui non esistono foto
faceva il commesso, beveva molto
era un inetto morto
di febbre spagnola nel ’18
Bussando battezzava il suo lambrusco
- a-m ciam Zemiàn, a sûn
al fiôl d’un pòver sugamàn
(mi chiamo Geminiano, sono
il figlio di un asciugamano povero)
Ora e qui
Io non so più cosa penso e sono
oggi in via Domodossola a Torino
appena concentrato sul ricordo
di mio nonno soldato nel ‘18
Avrà visto Montale allo spaccio
o dato un buffetto a Pavese bambino
qualche sera d’estate al Valentino?
Non credo,
era un tipo schivo
e del campo invernale
appena un fotogramma resta vivo
la cavalla che un giorno aveva ucciso
ammansita dal suo zuccherino
Ma qui ed ora guidando
al cospetto del Monviso
m’immergo in un mondo blu naufragio
occhio forbice fango
Cielo seduto al suolo
Un cartografo ad Auschwitz
Il mio cuore non prova spavento
e muove in piena libertà gli atlanti
non trema davanti
alle falesie, ai tanti
ripiegamenti del terreno
alle toppe di diamante
dei mari
Ma oggi che gli istanti
sono pietre orbitanti nel caso
e un velo avvolge la materia
i miei atlanti raccolgono il peso
di schiuma e di marcio dei piombati
Tra Fossoli e il deserto
per sempre sul treno
nell’indifferenza dei cari
Il portiere
Li voleva vicini a casa, mio padre
i campi del calcio minore
e non sopportava la pioggia
nemmeno di lontano, nemmeno l’odore
Preferiva i rimbalzi nella polvere
sghembi, che a due metri dalle aree
ingannavano il portiere
neanche fosse una colpa
respingere di piede
Esaltato, al suo fianco li guardavo
scommettendo sull’errore
l’inciampo fra traiettoria e pallone
inutilmente provavo a controllare
le movenze, i sobbalzi del cuore
Sarei stato anch’io portiere
ma non un buon portiere
inerme davanti alla catastrofe, la rete
E troppo magro, un chiodo
nel vuoto delle porte
il naso all’aria, la certezza dell’errore
In pizzeria
la luce rifratta e non c’è pioggia
perché attorno tutto è acqua
e roccia che aguzza la pelle
di mia madre mentre si affaccia
al vetro dell’acquario
dice che va in bagno
Alba tragica
Oggi che le avrei avute
al barista non gliele ho date
le monete necessarie
per il mio solito caffè
e per la brioche al cioccolato di mia madre
L’ho tenuta in tasca a tintinnare
questa ferraglia che pure vale
almeno ventimila vecchie lire
e che mi fa sembrare un omino michelin
mentre cerco di scattare
di là dal semaforo
senza aspettare il mio turno
di pedone ingombrante
sacrificato al primo cambio
La luce è anche più fioca
e più sporca del solito,
la visuale chiusa da una parte
e dall’altra, a ovest,
un semplice oscillare, barcollare
sul dorso della coda
Uno sceriffo dell’Oklahoma
Seminascosta nell’angolino
delle sette o quasi del mattino
capello più scuro e più corto
all’anulare un anellino storto
mi allunghi brioche e fagottino
La brioche per mia madre, ricordo
un giorno di aver detto
perché alla rosa del mio vizio
manca la nutella
e la nutella non è cosa
che senza divieto si scopra
Esco ma vorrei che dall’esilio
in agguato dietro la porta
uno sceriffo dell’Oklahoma
fino all’ultimo colpo facesse fuoco
mille buchi aprisse nel corpo
della fine del nostro discorso
Lezione di poetica
Una scena poetica perfetta, questa
nel parco Garcìa Lorca di Granada
a pochi metri dalla sua casa
bianca, rettangolare, modesta
Resta alla mia destra
la porta aperta e mi guarda
una sola finestra
E’ sera, una sera limpida e vera,
quando, tra le foglie della palma,
compare improvvisa mezza luna
A due passi anche loro
dalla mia testa,
i poeti competono coi passeri
chiassosi e modulati
sulle sfere celesti
Infondono caos, humour
e una musica remota
alla loro parola
Ma qualcosa manca
i passeri cantano e basta
Lezione di grammatica
La fatiscenza, il crollo
e forse il destino dei proprietari
del negozio di elettrodomestici e dischi
in piazza Mazzini, vista sinagoga
a due passi dal circolo di carte di mio padre...
Ma i verbi? m'interrompi
con voce da ventenne
muschio e soffio di carta
da tempo fai versi nominali,
frasi senza verbo...
Qui, però, concludi:
quale il destino di quei proprietari
e quale il senso del racconto
Eh, cara mia, ma i verbi
le azioni o gli stati
dove nasce il mondo di cui parli
i verbi reggenti, principali
non li possiedo da anni
presenti, futuri, passati
E la solitudine, se proprio vuoi saperlo
da quella bottega del centro
ha raggiunto l'esterno
il marciapiede sconnesso
l'aiuola un pezzo di deserto
me, nel cuore di Modena straniero
Domande
Intercettasse uno
le nostre rarissime pose
come direbbe gli occhi
i miei due fessure nel gonfiore
e i tuoi segnati dalle rughe
quando sollevi sulla fronte
di colpo gli occhiali da sole?
Magneti di bolle inesplose
o credere pietra le schiume?
Esterno notte
No, non lo fanno il palloncino ai pedoni,
ci chiedono solo le carte migliori
la solitudine dei sogni
dove sei tu che annunci
gli umili giochi delle luci
sui muri screpolati lungo
i padiglioni dei garages
ogni passo una sfida al tuo limite
il disgusto di vivere
Storia di una foglia
Io ci provo e riprovo
però il telefono squilla a vuoto
scandisce quel tuo tempo di rinuncia
e rifiuto del mondo
Ma adesso
che impasticcata me l’hai detto
e mi hai detto – Non appena finisce l’effetto
dimenticati di me per un bel pezzo
adesso comincio a ripetermelo dentro
il movimento finale di tua madre
un liquefarsi dell’occhio
la pressione definitiva della mano
mentre una foglia resiste sull’ontano
fino a non essere più foglia
solo pallottola di ruggine e di fango
piovuta da qualcosa
che intanto fai fatica a dire ramo
questa domenica di marzo