DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
sabato, 28 giugno 2008

LA SOSTANZA - ALBUM FERIALE

 Maria Pia Quintavalla mi ha inviato testi di notevole qualità in quantità generosa, come generosa è lei, la persona e la poesia a cui dà corpo. Non posso pubblicarli tutti in un'unica soluzione, e mi riservo il gusto di riproporre, come già mi è accaduto con altre autrici ed altri autori, un ritorno al futuro, anzi al presente della poesia coerente con se stessa, viva, mai datata. Mi ha inviato due inediti, Maria Pia, in cui a mio avviso è preziosa la nitidezza dello scavo all'interno di sentimenti che spesso vengono nascosti o almeno edulcorati. Qui, invece, senza un filo di retorica, l'autrice conferma che, se ci si abbandona al potere del sentire senza lasciarsi soffocare, si può rendere le parole "tagli preziosi", "monili di tessuto" da porre, come regali, nello spazio più interiore, "nel più privato". A fianco degli inediti pubblico poi "Ritratto in piedi", un testo edito dedicato dall'autrice al padre, con un sincerità che davvero si fa luce, e altri due testi editi, un ricordo della città natale di Maria Pia, Parma, descritta con un taglio narrativo e con la capacità di far nascere la poesia dall'evocazione sacrale e disincantata delle cose, degli oggetti, dei gesti, includendo tra questi perfino il dolore, la speranza, il sogno mai rinnegato della poesia.  I.M. 

MARIA PIA QUINTAVALLA

 INEDITI

I tuoi foulards

 

 

I tuoi foulards che da lontano apparivano turbanti,

con gli occhiali fumé spessi di miopia senza rimedio,

tu maestra di sottrazione di sé a se stessa,

così ti vedevamo icona negli antri dei portoni apparire

nei borghi degli inverni da intenso bianco.

Quei foulards ti vestivano come una madonnina,

castigando la purezza della fronte e il naso

ti infagottavano mamma, che più buona facevano,

ti proteggevano in realtà la testa dai dolori cervicali e

da altri fulmini che non celesti, potevano colpirti.

 

Cara madre dai foulards in pervinca azzurro,

o rosa fucsia pallido, che in ampio nodo

incoronavano il tuo viso come un manto

regale come una Bernadette antica, e ti destinavano -

al sacrificio, o alla visione.

Foulards custoditi in collezione dai molteplici

colori: a tinta unita come li definivi,

o in fantasia di bianco e blu chanel alla moda

degli anni sessanta, a disegno geometrico

un poco futurista, e giovanile -

Foulards che regalavi spesso alle tue figlie in visita,

come tagli preziosi, quasi monili di tessuto.

Nel più privato regalandoli, aggiungevi assorta

mentre li deponevi sul nostro capo o al collo,

Tienilo, ma per questa volta, oppure

separandotene, beh, te lo regalo.  

 

                         

 

 La sostanza!

 

 Tu, che di “sostanza” amavi fare scorta,

 tu che la ciccia dolce e imperturbabile portavi addosso

come collana d’oro, tu che non osasti mai smentire tale

il grande corpo della madre trovasti

nella impenetrabile magrezza ultima una catarsi antica

mistica di te sognata, tappa ritmica del corpo

e cuore di ragazza, che diceva no -  al suo cibo.

 

Una sua splendida trovata vita,

poiché dal lato di magrezza del pensiero spirito

dove non ti eri mai piegata, dal lato sconsolato

di tuo corpo attento, febbrile sua muscolatura

scatto dei “no” ripetuti in fondo al tempo dove

non ti eri più plasmata, così, all’ ultimo tu lo facesti

integra, t u o.

Né pancia o adipe più rivedemmo,

ma corpo asciutto di ragazza.

 

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Ritratto in piedi

 

 

parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante

albero che parla (e che mi ama), cime alla luce

occhi luminosi ogni tanto esso è qui, davanti

sta dicendo precise cose. Respira. Commenta (mi

rimprovera anche, mi contraddice).

 

Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce,

di passaggio di nascosto che fa luce - e

me li porto con me per digiunare gli occhi,

per le scale per le strade, poi divento normale

 

sottile netta, e bianca

 

 

(*)testo tratto da “Corpus solum”, ed. Archivi del 900, 2002.

 

 

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da ALBUM FERIALE - Archinto 2005

 

                                                   

    Parmigiana, I

 

 Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,

tutta vi aderivi, alle promesse

dell’essere - al suo centro, ti innamoravi della vita

del paradiso dalle palme lente e dolci

dell’amore improvviso nelle dita,

degli amanti napoletani della forza che

ti travolgeva ma di messi astrali, bianche

di una stella carnale

 

antiche passeggiate e dolci mani,

della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi

stupita appartenente a corse, statue di gaggie

erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.

Forti le braccia i baci le lusinghe,

per amore della vita che perdevi

e lenta nell’amore ti perdeva.

                                                                           *

                                                       II

 

Rivorrei la mia infanzia una triste

prigione del cuore - dissi

a lei che più non capiva da dove

tutto questo avesse inizio, così

mi mandò a dire, Vattene un po’

all’inferno vattene, sì vai via,

la tua finestra più non ci appartiene

né mai lo fece, Esci di scena.

Stanca sconsolata lei assentì, ma l’altra

da lì stette fuori tappata,

bocche e orecchie spaventata la guardava,

né poteva più rispondere.

 

Rivorrei la mia infanzia con le finestrelle

chiuse ottuse, lì nascosta poco di sotto

al cuore - ritornava ritornello infelice                                           

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:29 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: inediti, archinto
sabato, 21 giugno 2008

TEATRO DELLA LUCE

Lucetta Frisa è autrice attenta all'esplorazione di varie forme di lunguaggio e di scrittura. Da sola, o assieme a Marco Ercolani, propone riletture e riscritture di testi antichi e moderni, ma soprattutto esprime una vena autonoma, individuale, sempre ricca di rimandi e suggestioni, in cui la ricerca più tenace ed autentica è quella dell'umanità, il meccanismo del pensare e del sentire, percorsi con acutezza e passione, non per una sterile volontà tassonomica, ma, piuttosto, per fare qualche passo sul terreno della comprensione del mistero dell'esistere, la vita, il pensiero, ciò che costituisce, nonostante la malattia, il male, l'assurdo, l'essenza vera e preziosa di ogni essere umano. Sono lieto quindi di ospitare in DEDALUS due suoi testi editi. Il primo dotato di una dedica significativa, ad Adonis, l'altro, più recente, ispirato ad un Vaso etrusco, mistero reso concreto, tangibile. In seguito, tra qualche settimana, pubblicherò anche un testo inedito che mi è stato inviato dall'autrice. Per il momento propongo con piacere questi testi editi di Lucetta Frisa,  per scoprire magari che "cervello e cielo sono specchi" e, nonostante il trionfo dell'ombra, resta, ancora vivo, il teatro della luce.  I.M.

                                      Lucetta Frisa

 

 

 

Teatro della luce

 

                                      per Adonis

 

 

 

Sogna -   dice il corpo

che contiene  luce e ombra –

sogna ciò che non sai

quello che sai dimenticalo.

Che il sole entri nell’ombra

l’ombra nel sole.

Le frasi si perdono in altre frasi

più potenti, signore del discorso

del sogno e ci giriamo su un fianco

le palpebre cominciano a tremare:

una folla di lente scene e bisbigli

di labbra appena mosse da un senso.

Ad ogni tremito passano i secoli.

Quanto dura l'assenza dalla stanza?

Ritornano pezzi di figure, forse

dita sulla fronte, freddo.

Gli occhi si scolorano

smarriti nella materia del  sogno:

ombre  invase che vanno

verso dove si impara

l'altra metà della luce.

 

*

Quando fummo pesce anfibio rettile uccello?

E in quale pausa si annida l'estasi?

Nella materia lampi di un altro mondo:

si andrà via - ci avvisano - disarmatevi.

Noi si torna indietro per le vie del sonno.

Dopo c'è solo un passo: poi si saprà.  

 

*

Le immagini vegliate, l’ombra

le riporta alle ombre.

S’impiglia tra nuca e rètina

prima che lo specchio la catturi.

Sogna- dice il corpo-

leggi te stesso.

 

*

Le cose nascono tenere.

Da un grembo vanno

verso un altro grembo.

Poca luce stretta tra ombre.

 

*

Libertà non c'è né elevazione;

solo quest’aria

tra le sbarre della terra.

L'ampio respiro è il sognare.

 

*

Si parlano parole parlate da altri

si sognano sogni d’altri

i morti vegliano

i vivi dormono per poter parlare.

Limite non c'è tra uomini e astri

solo mortali pensieri

- pesante inganno ottico che può farsi leggero

nel sogno.

 

*

Come il serpente muta gli umori

nello scorrere dal freddo al caldo

dalla pelle la luce sfila

conficca nel midollo il sogno

che unisce la polvere della terra

a quella del cielo.

Questo calore è fermo nell’osso:

muoverà ciò che pulsa

e il fluire delle idee. 

Col viso raggrinzito, gli uomini adulti

senza più scherzi di luce sul collo

hanno paura.

Per ristabilire la vicinanza

che si alterna al distacco

al ritmo delle palpebre, respirano.

 

 

*

Si cammina o si è fermi? Si ritorna o si va?

Non chiedere mai:

sogna.

 

*

Quali cavalle ci porteranno all'orlo delle cose

a sud o a nord sulle strade del giorno e della notte

lietamente rotolando nel nulla?

Se capire è essere

privi di vera sapienza sono viaggio e fine

e poi di colpo

      qualcosa si apre?

 

*

Tra la palpebra e il sonno

come un’onda frenata sta la luce

e non sta.

 

*

Siamo noi che sogniamo

il giorno e la notte?

E il giorno e la notte

sono sogni?

Molte domande sospingono

la nostra indivisa scrittura.

 

*

La luce è sul fondo quando scriviamo

si affida al polso che vibra come pupilla.

Per una parola

più flessuosa delle altre

qualcosa sembra fare cenno.

 

*

Sale alle labbra

cade assopito sul foglio:

strappa le tempie e i muri

finalmente un bagliore senza l’ombra.

 

*

Mai le cose si potranno aprire 

dicendo limpide profezie in questi spazi mortali

Sempre scossa è la materia

tra sogno e sogno

ariosa e greve luceombra girovaga.

 

*

Cervello e cielo sono specchi

dove s’alzano figure e fiori d’altre lingue

perché ogni mistero ha un doppio

si perfeziona se capovolto.

 

*

Sogniamo l’argilla

l’umida luce prende forma e fiato

l’asciutto feroce divora il fango

si screpolano le sillabe

la troppo veloce luce si fa polvere.

Si sogna:

lentamente culliamo le figure e ciò che le disfa.

 

*

Quale altra luce uscirà da questa polvere

a seminare silenzio e meraviglia tra le radici secche

e illuderle di fiori?

Fiato

talvolta riprende da capo un racconto

che vuole raccogliere tutto e portarlo con sé

poi si fa frase tremante

virgola obliqua

punto buio.

     

*

Non sappiamo

da quale punto di noi si sta sognando

in quale stanza della casa

in quale tana millenaria

chissà dove ha iniziato a finire il nostro sogno

a scriverlo mentre si cancella.

 

da Siamo appena figure, GED,2003

 

 

 

 VASO ETRUSCO 

 

 

Occhi degli animali paesi visti in dormiveglia

angoli di casa e di città il siciliano dei nonni le risate

affanni attese balconi sul mare

la paura il dolore lo spreco -

tutto mi è stato padre e madre che ho sepolto nell’osso

congedato anche il corpo

vaso etrusco fratturato che fuori luce è messo

insieme agli altri nella grande notte

dei musei bombardati dalle guerre.

 

Nessuna impresa è dipinta non ci furono

né imprese né pittore l’acqua sì

quella versata a caso

dalle nuvole forse

che si fece tempesta marea ricorrente

e avvertii perfino un dondolìo di culla

nelle carezze di un amore.

L’acqua mia madre era eterna

il sasso mio padre la frenava

un muro alto divenne

contro cui sbattere e invocare l’aperto.

Io lo ringrazio e solo ora

gli parlo a tu per tu

ora che iniziamo ad amarci nel nulla.

Sempre qualcuno fa qualcosa

di buono e cattivo per noi segnando

un destino o un’abitudine.

Ho guardato i vasi come corpi

sorvegliando aridità e gonfiore:

l’eccesso può spezzarli

se con violenza o lentezza non importa

ho assunto questo compito ereditato da mia madre:

la cura del vaso, acqua e pianta, perché

-         lei diceva - non c’è vera gioia senza la misura.

 

 

Nessun vaso resiste l’acqua sì, anche versata.

Lei mi prendeva la mano

e mi diceva tòccala mi faceva toccare tutto

nominava le cose e le rendeva eterne

senti il profumo diceva ascolta questo suono

guarda questo colore guarda odora ascolta.

Mi insegnava l’effimero e il teatro degli uomini

il dramma che finiva in commedia

la disperazione in ironia.

Così è l’acqua che varia i riflessi

sembra ferma e continua a scorrere.

Le stesse cose continuai ad amarle

mentre il tempo ficcava il suo occhio nel mio

smascherando il racconto della narratrice.

da Se fossimo immortali, Joker, 2006

 

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categorie: editi
sabato, 14 giugno 2008

TESTO POEMATICO

Gabriela Fantato pur essendo giovane è da vari anni una "operatrice culturale" tra le più attive. Ha fondato infatti e dirige la rivista "La Mosca di Milano", è critica, saggista, ed è in contatto, anche attraverso significative interviste, con esponenti di rilievo della letteratura e dell'arte. Questa premessa di natura biografica mi è utile per sottolineare con rinnovata soddisfazione che, come già è accaduto con altri autori ospitati in DEDALUS, l'autrice è una "addetta ai lavori" ma è anche, e direi soprattutto, una poetessa vera. Questo è sempre fonte di soddisfazione, e di sollievo. Lo garantiscono i testi qui pubblicati, scelti dalla stessa autrice e definiti con il titolo significativo di "Testo poematico". Un racconto in versi, una serie di istantanee crude, quasi dolci nella loro verità lacerante, un bianco e nero privo di compiacimento, sincero, genuino. La città si fa protagonista, entra dentro gli occhi e nelle parole, diviene metafora del mondo e di se stessa, dell'uomo che le dà vita, ricevendola, smarrendola, ritrovandola, nonostante tutto, nonostante la sua durezza, e la voglia di scappare, sempre viva, lei sì, sempre viva. Nonostante quel "ti voglio bene, afferrato al collo" che, alla fine, si finisce ancora per rivolgere a lei o a chi per lei. Nonostante il ritorno quasi eterno, che ci attende, e "un cielo senza rughe", forse vero, forse sognato, che "non sa la differenza". Una poesia densa e ricca, quella di Gabriela Fantato, intrisa del tono misurato e profondo di chi sa vedere la realtà anche nel tratto che unisce la Bovisa alla metropoli. C'è il passo di Neri e Majorino, e della migliore poesia lombarda, e c'è, non meno viva, una dolcezza cruda, femminile nel senso migliore del termine, aliena da vani e sdolcinati estetismi. Una poesia da leggere con gusto, con il sorriso che ci coglie mentre, sfogliando un album di foto che sembrano appartenere ad altri mondi, vi troviamo il nostro ritratto, sorpreso, come noi, del dono di un'istante di "traduzione lenta di ombre in corpi".

 

TESTO POEMATICO DI GABRIELA FANTATO

 

La città sparita

  

I.

 

Torna ancora una mattina di nebbia,

ogni bocca, assomiglia a un paese

dove correvano i bambini.

Nei cortili qualcuno spera guarigioni

e il tempo si riga

tra i fili della biancheria.

 

Mia madre ha ancora il suo sorriso

di ragazza spalancato nell’addio.

Un tempo ci assomigliavamo

- occhi sgranati nella festa

dentro la durezza di Milano.

 

Oggi il bianco affoga tutto il male

dentro ai gradini.

Inseguo il coraggio della pietra,

il poco che resta.

Le labbra sanno intatto

il perdono.

Punizione non pagata.

 

 

    

 

II.

 

  

Accadeva un pomeriggio

nello sbiancare del grigio.

Il balzo, poi nulla.

Una schermaglia tra la terra

e l’aria la prendeva

e lei scende.

 

C’era quel rosso del vestito

nel vorticare e il rosso, dopo.

Tanto sangue tra le braccia a croce 

- non lo dire a tua madre, bisbigli,

non farle capire quel tonfo.

La morte, una divagazione dentro

la logica dell’anno.

- Non piangere, dici, è il patto.

 

Nascondo la crepa dentro al cassetto

delle stoviglie

e il dolore sa le sillabe

e il rosso.

L’eversione è non urtarsi, fare piano

con la punta del coltello.

 

Resta il nero nella testa come

chi va avanti sin dove deve.

A volte, chiedo soltanto una canzone

più dolce tra la Bovisa

e i treni di Milano.

  

 

III.

  

 

In punta di piedi assisto al mio

sbilanciamento tra chi invoca

l’eco nel deserto e tu che aspetti 

l’odore magro del caffè

- ignoravo il filo da un perché

al dopopranzo nella tasca,

il punto dove fiorisce

una somiglianza,

gioia nella ripetizione.

 

Non volevo che forme pure

dentro il bianco

a tenere il mondo nella testa.

Adesso l’indifferenza è un taglio

prima dei germogli.

 

Vorrei il rosso di un’adolescenza

scontrosa e sole a primavera.

 

Lascio che sia lento lo scivolare,

mi afferro a frenare la caduta.

 

Ancora una diga sta aperta al fianco

dove batte l’acqua

e il tremore della carne.

 

  

 IV.

 

Una donna guarda a sud e cresce

muschio ai suoi fianchi.

 

Carezzo la sua testa dall’alto

senza vedere  il viso,

l’onda della fronte 

- questo è il posto, il punto

dell’incontro, dimmi, nella lontananza

dei nomi ?

 

La donna ha perso la direzione,

le caviglie battono una danza d’africa.

Le nuvole mormorano

un certo sentito dire

 - viaggio scordato in una disciplina

 di lacrime ficcata nel nome.

Prima o poi verrà il grecale

a portare la scontrosa

                           infanzia del sud.

 

Frugo nel prato le risposte,

le nuvole intanto continuano

a farsi bianche,

più acquattate.

 

    

V.

 

 

C’è un tempo per le strade

ancora giallo di tosse

                                e geloni.

Nelle stanze un boccone non basta

a fare la casa meno sola.

Davanti a casa una macelleria islamica

uomini si radunano

si scansano sino a notte.

Li chiama una legge antica –  una dolcezza

prima che fosse la partenza.

La loro voce è un fiume con terriccio

e le sillabi: paludi larghe.

 

Tento di aprire la scatola dura del cervello,

il cemento si fa topografia,

lo smottamento del mondo confonde

i destini dentro la gola

  linee e punti senza i dettagli, senza quel

ti voglio bene, afferrato al collo.

 

 

VI.

  

C’è una pietà rosa nel granito

fedele alla promessa.

Oltre lo spazio di una grata

donne in preghiera

nella debolezza del mattino.

 

I piccioni lasciano al cielo la forza,

insistono la loro geometria

– terra su terra.

No, non bisogna andare

da nessuna parte, ma sentire

la commozione,

                       nutrirla di pensieri.

 

Lontano un bambino ride

senza pudore,

ride la sua corsa consegnata.

 

Mi raccolgo nella precisione,

come una scogliera del nord

in attesa del colpo che la porta al mare,

scaglia su scaglia

            e così, piano la salva.

 

 

 

  

 

VII.

 

  

Forse è sparita nel cappotto

o in sandali d’estate

la strada che teneva stretta

                                 l’infanzia nel cuscino.

Non c’è più l’acqua dei navigli dove

ci s’incontrava a notte

in un presente tutto da smontare.

 

E’ l’insonnia a riparare il danno?

e svaporano i dettagli nel diario.

Resta la fine intuita nei reni,

– attesa nell’asfalto che pulsa l’andata

e sempre un ritorno

                                 ci attende.

 

Una traduzione lenta di ombre in corpi

mi restituisce i bordi del mattino

tra i platani  magri.

 

Un cielo senza rughe non sa

la differenza.

 

   

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:23 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: testo poematico
sabato, 07 giugno 2008

LESA MAESTA'

"Sull’orizzonte della bellezza/ dove lievemente si vive, si muore". Con questi due versi intrisi di nostalgia quieta e lacerante, paradossalmente nitida nel più denso e intricato dei dubbi, sguardo di naufrago verso onde interminabili, o sogno di poeta nella nebbia fredda e magica di Ferrara, Massimo Scrignòli ci fornisce una chiave di lettura, o forse un codice, un accordo di partenza, per vedere ed ascoltare una poetica ricca di sinestesie, sospesa tra suoni e silenzi, echi di miti, ricordi e frammenti scheggiati di realtà. Scrignoli è poeta autentico, distante da facili cantilene a buon mercato. E' anche editore attento alla qualità, estetica e non solo, dei libri. Tutto ciò, benché raro, è prezioso; o forse è prezioso proprio in quanto raro. Torno tuttavia allo specifico del testo qui pubblicato, per soffermarmi sul titolo di una lirica, particolarmente consono, tra l'altro, al Progetto di volo che è alla base di questo sito. Il titolo in questione è "Insidia del volo". Scrignòli illustra alla perfezione l'attrazione e il rischio dell'esplorazione aerea dello spazio, che è sempre, non solo per i dettami della fisica, anche tragitto nella dimensione temporale. Ne risulta una poesia lieve e intensa, volutamente sospesa tra il dettaglio e la visione d'insieme, come se l'autore si divertisse, o avvertisse la necessità, di agire costantemente sullo zoom, aprendo prospettive ampie per poi indagare sul particolare, e viceversa. Con questa abile danza di inquadrature e montaggi, accompagnati dalla colonna sonora di un tessuto di assonanze e consonanze sempre adeguate e mai forzate, Scrignòli, in un brivido lieve, ancora di nostalgia, attenuata dal dolore istantaneo di una ribellione essenziale fatta di comprensione e dubbio, del vero e del suo contrario,  ci conduce a cogliere il senso, o almeno il succo, il profumo: l'attimo in cui si percepisce dove è nascosto "il profilo dell'ombra/ invasa da una rosa".

 
                           
  
 
Massimo Scrignòli  
 
 da LESA MAESTA' (Marsilio, 2005)
 
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Mai cosí tanta neve
nel bosco di mirtilli
prima del miele invernale.
 
Mai cosí neanche
sulla malattia
o sul dominio del freddo.
 
Mai cosí estenuante
eppure necessario avvertimento
al dizionario dei sensi.
 
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Del silenzio
 
 
Da quando la neve entra nel sonno
qualcosa di me, cose non piú mie
si allontanano dall’autunno.
 
La pace non è quando il silenzio
nevica gabbiani, pace
è quiete dimenticata nel nido dell’airone,
come leggera Maestà dei violini
che toglie parte del finito all’infinito.
 
O forse è solo pallida memoria. 
Un rumore elegante
sull’orizzonte della bellezza
dove lievemente si vive, si muore
 
cosí da poterci parlare
in nostra assenza.

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Terra di attese
 
 
 
Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi
 
Tutto potrebbe accadere
se una sera di settembre uscendo
incerta seppure verso oriente
tu vedessi sul maestrale
quello che io adesso vedo.
 
Nella falce del vento
in questo taglio, è nella falce
che oggi ascolto il tempo. Eppure
esisti soltanto se ti penso.
 
E se torni sull’isola di neve súbito
avverti la quiete del giardino d’aria, senti
le doglie del mare e dell’erba
e intuisci il rifugio dell’abitudine al mondo.
 
Ritornano, e davvero
tutto potrebbe accadere
in questa terra che è terra di attese, qui
dove una vita basta appena
e aspettarti è un modo di pensare.

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Insidia del volo
 
 
Poi anche la morte è passata.
 
A cominciare dalle scritte dorate: lettere
alte, su marmo nero primonovecento
lucido di caldo sotto i vasi di peltro.
Piú in là cappelle piccole, di famiglie
forse nobili poi altre lapidi con fotografie
e fiori cosí ostinati da non appassire
mai, nemmeno d’estate al camposanto.
 
Una farfalla notturna riposava
nell’ombra sfinita dei lumini
sopra un’austera lettera E di Teodolinda,
viso solenne 1889-1980. Poi
la morte è passata sulle sue ali e le ha spente.
I bimbi non sorpresi ripetono
dorme, come solo i morti dormono. Certo
è proprio uno scherzo cieco,
un capriccio da destino animale
passare ad altra vita su un bordo
che confina con nomi consunti.
Sarà soltanto una coincidenza
di voli o il presagio di un’insidia
destinata a chi ha ali troppo brevi.
 
Eppure
              spiando con eleganza tra i nomi
c’è qualcuno che insiste, racconta sottovoce
che il confine a cui pensare è una linea
obliqua, la nostalgia impossibile
di un naufragio.
                           
 
E tutto si interrompe
in questo non sapere
dove esiliare le mani.

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Il centro dell’orizzonte
 
 
Se penso che c’è un centro
altero dietro il filo dell’orizzonte
è per ridare colore al bianco
dell’assenza. E intanto seguo
con disegni di matita morbida
la mappa del rifugio
dove ho nascosto il profilo dell’ombra
invasa da una rosa.
 
Per questo dico che amare
è seguire le tracce dell’ombra,
amare è proteggere non la rosa
ma tutto lo spazio
                   del suo ricordo.
 
postato da: ivanomugnaini alle ore 12:30 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: editi - marsilio
domenica, 01 giugno 2008

INEDITI di Simona D'Urbano

 Una poesia che contiene in sé una capacità di meraviglia ancora autentica, come se davvero il pensiero fosse "pittura materica sulla tela corporea mai conosciuta", o, all'inverso, si potesse ancora appagare quella "sete di conoscenza che il corpo nasconde agli occhi della mente". Un nuovo esempio di poesia fresca, con un già conseguito spessore di immediatezza e nitore, e, come già è accaduto con altre voci apparse su DEDALUS, prospettive di crescita e fermento, sempre nell'ambito dell'emozione del dire e della volontà di dirsi, raccontarsi, sospesa nella dimensione onirico-reale dell'essere "papavero nella neve" avvolta "in un oceano di parole".  I.M.

 *****************

Senza saperlo

Tu hai trovato le chiavi

che io ho sempre cercato,

quelle di me stessa

 

 ****************************

Chiudo gli occhi e

il desiderio si anima,

come se le mie mani

ti avessero fra le dita,

sotto le carezze che profondo

senza cedimenti

Dentro, anima e corpo,

mi si apre il vuoto,

una sensazione che materializza

e risucchia il senso

Il pensiero diventa

pittura materica sulla

tela corporea mai conosciuta

che mi porto dietro,

ancora intatta

  

******************************

Quando non sai

e non puoi immaginare,

lo stupore ti assale

e si lascia vivere,

bello,

come la serenità

che regna

dopo l’essere stati

semplicemente accanto,

nudi

  **************************

Come d’incanto

nelle lunghe sere

di giugno,

al frinire dei grilli si

alternano i bagliori delle lucciole

fra l’erba nuova e il grano,

così

il tuo pensiero che

chiamo e cerco

continua a sfiorarmi

in nuovi e sconosciuti modi,

dissetando appena la sete di

conoscenza

che il corpo nasconde

agli occhi della mente

Ti rimembro

costantemente

piccoli gesti e

momenti ormai donati al

nostro passato per

quella che sarà

la nuova rimembranza

che già ci accoglie

invisibile

  

*********************************

Sta albeggiando

lentamente

Ogni albero

ospita un nido

costruito dalla pazienza

dell’Amore

  

*************************

Piena

sei come Opale

velato dall’incenso delle nubi che

stanno fumando e

vegli il mio passo

mentre vivo

Con gli occhi ti chiamo

e ti parlo

Sono un papavero nella neve

E Tu

mi avvolgi col tuo oceano di parole

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:02 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: inediti

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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