Maria Pia Quintavalla mi ha inviato testi di notevole qualità in quantità generosa, come generosa è lei, la persona e la poesia a cui dà corpo. Non posso pubblicarli tutti in un'unica soluzione, e mi riservo il gusto di riproporre, come già mi è accaduto con altre autrici ed altri autori, un ritorno al futuro, anzi al presente della poesia coerente con se stessa, viva, mai datata. Mi ha inviato due inediti, Maria Pia, in cui a mio avviso è preziosa la nitidezza dello scavo all'interno di sentimenti che spesso vengono nascosti o almeno edulcorati. Qui, invece, senza un filo di retorica, l'autrice conferma che, se ci si abbandona al potere del sentire senza lasciarsi soffocare, si può rendere le parole "tagli preziosi", "monili di tessuto" da porre, come regali, nello spazio più interiore, "nel più privato". A fianco degli inediti pubblico poi "Ritratto in piedi", un testo edito dedicato dall'autrice al padre, con un sincerità che davvero si fa luce, e altri due testi editi, un ricordo della città natale di Maria Pia, Parma, descritta con un taglio narrativo e con la capacità di far nascere la poesia dall'evocazione sacrale e disincantata delle cose, degli oggetti, dei gesti, includendo tra questi perfino il dolore, la speranza, il sogno mai rinnegato della poesia. I.M.
MARIA PIA QUINTAVALLA
INEDITI
I tuoi foulards
I tuoi foulards che da lontano apparivano turbanti,
con gli occhiali fumé spessi di miopia senza rimedio,
tu maestra di sottrazione di sé a se stessa,
così ti vedevamo icona negli antri dei portoni apparire
nei borghi degli inverni da intenso bianco.
Quei foulards ti vestivano come una madonnina,
castigando la purezza della fronte e il naso
ti infagottavano mamma, che più buona facevano,
ti proteggevano in realtà la testa dai dolori cervicali e
da altri fulmini che non celesti, potevano colpirti.
Cara madre dai foulards in pervinca azzurro,
o rosa fucsia pallido, che in ampio nodo
incoronavano il tuo viso come un manto
regale come una Bernadette antica, e ti destinavano -
al sacrificio, o alla visione.
Foulards custoditi in collezione dai molteplici
colori: a tinta unita come li definivi,
o in fantasia di bianco e blu chanel alla moda
degli anni sessanta, a disegno geometrico
un poco futurista, e giovanile -
Foulards che regalavi spesso alle tue figlie in visita,
come tagli preziosi, quasi monili di tessuto.
Nel più privato regalandoli, aggiungevi assorta
mentre li deponevi sul nostro capo o al collo,
Tienilo, ma per questa volta, oppure
separandotene, beh, te lo regalo.
La sostanza!
Tu, che di “sostanza” amavi fare scorta,
tu che la ciccia dolce e imperturbabile portavi addosso
come collana d’oro, tu che non osasti mai smentire tale
il grande corpo della madre trovasti
nella impenetrabile magrezza ultima una catarsi antica
mistica di te sognata, tappa ritmica del corpo
e cuore di ragazza, che diceva no - al suo cibo.
Una sua splendida trovata vita,
poiché dal lato di magrezza del pensiero spirito
dove non ti eri mai piegata, dal lato sconsolato
di tuo corpo attento, febbrile sua muscolatura
scatto dei “no” ripetuti in fondo al tempo dove
non ti eri più plasmata, così, all’ ultimo tu lo facesti
integra, t u o.
Né pancia o adipe più rivedemmo,
ma corpo asciutto di ragazza.
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parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante
albero che parla (e che mi ama), cime alla luce
occhi luminosi ogni tanto esso è qui, davanti
sta dicendo precise cose. Respira. Commenta (mi
rimprovera anche, mi contraddice).
Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce,
di passaggio di nascosto che fa luce - e
me li porto con me per digiunare gli occhi,
per le scale per le strade, poi divento normale
sottile netta, e bianca
(*)testo tratto da “Corpus solum”, ed. Archivi del 900, 2002.
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da ALBUM FERIALE - Archinto 2005
Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,
tutta vi aderivi, alle promesse
dell’essere - al suo centro, ti innamoravi della vita
del paradiso dalle palme lente e dolci
dell’amore improvviso nelle dita,
degli amanti napoletani della forza che
ti travolgeva ma di messi astrali, bianche
di una stella carnale
antiche passeggiate e dolci mani,
della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi
stupita appartenente a corse, statue di gaggie
erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.
Forti le braccia i baci le lusinghe,
per amore della vita che perdevi
e lenta nell’amore ti perdeva.
*
Rivorrei la mia infanzia una triste
prigione del cuore - dissi
a lei che più non capiva da dove
tutto questo avesse inizio, così
mi mandò a dire, Vattene un po’
all’inferno vattene, sì vai via,
la tua finestra più non ci appartiene
né mai lo fece, Esci di scena.
Stanca sconsolata lei assentì, ma l’altra
da lì stette fuori tappata,
bocche e orecchie spaventata la guardava,
né poteva più rispondere.
Rivorrei la mia infanzia con le finestrelle
chiuse ottuse, lì nascosta poco di sotto
al cuore - ritornava ritornello infelice
Lucetta Frisa è autrice attenta all'esplorazione di varie forme di lunguaggio e di scrittura. Da sola, o assieme a Marco Ercolani, propone riletture e riscritture di testi antichi e moderni, ma soprattutto esprime una vena autonoma, individuale, sempre ricca di rimandi e suggestioni, in cui la ricerca più tenace ed autentica è quella dell'umanità, il meccanismo del pensare e del sentire, percorsi con acutezza e passione, non per una sterile volontà tassonomica, ma, piuttosto, per fare qualche passo sul terreno della comprensione del mistero dell'esistere, la vita, il pensiero, ciò che costituisce, nonostante la malattia, il male, l'assurdo, l'essenza vera e preziosa di ogni essere umano. Sono lieto quindi di ospitare in DEDALUS due suoi testi editi. Il primo dotato di una dedica significativa, ad Adonis, l'altro, più recente, ispirato ad un Vaso etrusco, mistero reso concreto, tangibile. In seguito, tra qualche settimana, pubblicherò anche un testo inedito che mi è stato inviato dall'autrice. Per il momento propongo con piacere questi testi editi di Lucetta Frisa, per scoprire magari che "cervello e cielo sono specchi" e, nonostante il trionfo dell'ombra, resta, ancora vivo, il teatro della luce. I.M.
per Adonis
Sogna - dice il corpo
che contiene luce e ombra –
sogna ciò che non sai
quello che sai dimenticalo.
Che il sole entri nell’ombra
l’ombra nel sole.
Le frasi si perdono in altre frasi
più potenti, signore del discorso
del sogno e ci giriamo su un fianco
le palpebre cominciano a tremare:
una folla di lente scene e bisbigli
di labbra appena mosse da un senso.
Ad ogni tremito passano i secoli.
Quanto dura l'assenza dalla stanza?
Ritornano pezzi di figure, forse
dita sulla fronte, freddo.
Gli occhi si scolorano
smarriti nella materia del sogno:
ombre invase che vanno
verso dove si impara
l'altra metà della luce.
*
Quando fummo pesce anfibio rettile uccello?
E in quale pausa si annida l'estasi?
Nella materia lampi di un altro mondo:
si andrà via - ci avvisano - disarmatevi.
Noi si torna indietro per le vie del sonno.
Dopo c'è solo un passo: poi si saprà.
*
Le immagini vegliate, l’ombra
le riporta alle ombre.
S’impiglia tra nuca e rètina
prima che lo specchio la catturi.
Sogna- dice il corpo-
leggi te stesso.
*
Le cose nascono tenere.
Da un grembo vanno
verso un altro grembo.
Poca luce stretta tra ombre.
*
Libertà non c'è né elevazione;
solo quest’aria
tra le sbarre della terra.
L'ampio respiro è il sognare.
*
Si parlano parole parlate da altri
si sognano sogni d’altri
i morti vegliano
i vivi dormono per poter parlare.
Limite non c'è tra uomini e astri
solo mortali pensieri
- pesante inganno ottico che può farsi leggero
nel sogno.
*
Come il serpente muta gli umori
nello scorrere dal freddo al caldo
dalla pelle la luce sfila
conficca nel midollo il sogno
che unisce la polvere della terra
a quella del cielo.
Questo calore è fermo nell’osso:
muoverà ciò che pulsa
e il fluire delle idee.
Col viso raggrinzito, gli uomini adulti
senza più scherzi di luce sul collo
hanno paura.
Per ristabilire la vicinanza
che si alterna al distacco
al ritmo delle palpebre, respirano.
*
Si cammina o si è fermi? Si ritorna o si va?
Non chiedere mai:
sogna.
*
Quali cavalle ci porteranno all'orlo delle cose
a sud o a nord sulle strade del giorno e della notte
lietamente rotolando nel nulla?
Se capire è essere
privi di vera sapienza sono viaggio e fine
e poi di colpo
qualcosa si apre?
*
Tra la palpebra e il sonno
come un’onda frenata sta la luce
e non sta.
*
Siamo noi che sogniamo
il giorno e la notte?
E il giorno e la notte
sono sogni?
Molte domande sospingono
la nostra indivisa scrittura.
*
La luce è sul fondo quando scriviamo
si affida al polso che vibra come pupilla.
Per una parola
più flessuosa delle altre
qualcosa sembra fare cenno.
*
Sale alle labbra
cade assopito sul foglio:
strappa le tempie e i muri
finalmente un bagliore senza l’ombra.
*
Mai le cose si potranno aprire
dicendo limpide profezie in questi spazi mortali
Sempre scossa è la materia
tra sogno e sogno
ariosa e greve luceombra girovaga.
*
Cervello e cielo sono specchi
dove s’alzano figure e fiori d’altre lingue
perché ogni mistero ha un doppio
si perfeziona se capovolto.
*
Sogniamo l’argilla
l’umida luce prende forma e fiato
l’asciutto feroce divora il fango
si screpolano le sillabe
la troppo veloce luce si fa polvere.
Si sogna:
lentamente culliamo le figure e ciò che le disfa.
*
Quale altra luce uscirà da questa polvere
a seminare silenzio e meraviglia tra le radici secche
e illuderle di fiori?
Fiato
talvolta riprende da capo un racconto
che vuole raccogliere tutto e portarlo con sé
poi si fa frase tremante
virgola obliqua
punto buio.
*
Non sappiamo
da quale punto di noi si sta sognando
in quale stanza della casa
in quale tana millenaria
chissà dove ha iniziato a finire il nostro sogno
a scriverlo mentre si cancella.
da Siamo appena figure, GED,2003
da Se fossimo immortali, Joker, 2006
Gabriela Fantato pur essendo giovane è da vari anni una "operatrice culturale" tra le più attive. Ha fondato infatti e dirige la rivista "La Mosca di Milano", è critica, saggista, ed è in contatto, anche attraverso significative interviste, con esponenti di rilievo della letteratura e dell'arte. Questa premessa di natura biografica mi è utile per sottolineare con rinnovata soddisfazione che, come già è accaduto con altri autori ospitati in DEDALUS, l'autrice è una "addetta ai lavori" ma è anche, e direi soprattutto, una poetessa vera. Questo è sempre fonte di soddisfazione, e di sollievo. Lo garantiscono i testi qui pubblicati, scelti dalla stessa autrice e definiti con il titolo significativo di "Testo poematico". Un racconto in versi, una serie di istantanee crude, quasi dolci nella loro verità lacerante, un bianco e nero privo di compiacimento, sincero, genuino. La città si fa protagonista, entra dentro gli occhi e nelle parole, diviene metafora del mondo e di se stessa, dell'uomo che le dà vita, ricevendola, smarrendola, ritrovandola, nonostante tutto, nonostante la sua durezza, e la voglia di scappare, sempre viva, lei sì, sempre viva. Nonostante quel "ti voglio bene, afferrato al collo" che, alla fine, si finisce ancora per rivolgere a lei o a chi per lei. Nonostante il ritorno quasi eterno, che ci attende, e "un cielo senza rughe", forse vero, forse sognato, che "non sa la differenza". Una poesia densa e ricca, quella di Gabriela Fantato, intrisa del tono misurato e profondo di chi sa vedere la realtà anche nel tratto che unisce la Bovisa alla metropoli. C'è il passo di Neri e Majorino, e della migliore poesia lombarda, e c'è, non meno viva, una dolcezza cruda, femminile nel senso migliore del termine, aliena da vani e sdolcinati estetismi. Una poesia da leggere con gusto, con il sorriso che ci coglie mentre, sfogliando un album di foto che sembrano appartenere ad altri mondi, vi troviamo il nostro ritratto, sorpreso, come noi, del dono di un'istante di "traduzione lenta di ombre in corpi".
TESTO POEMATICO DI GABRIELA FANTATO
La città sparita
I.
Torna ancora una mattina di nebbia,
ogni bocca, assomiglia a un paese
dove correvano i bambini.
Nei cortili qualcuno spera guarigioni
e il tempo si riga
tra i fili della biancheria.
Mia madre ha ancora il suo sorriso
di ragazza spalancato nell’addio.
Un tempo ci assomigliavamo
- occhi sgranati nella festa
dentro la durezza di Milano.
Oggi il bianco affoga tutto il male
dentro ai gradini.
Inseguo il coraggio della pietra,
il poco che resta.
Le labbra sanno intatto
il perdono.
Punizione non pagata.
II.
Accadeva un pomeriggio
nello sbiancare del grigio.
Il balzo, poi nulla.
Una schermaglia tra la terra
e l’aria la prendeva
e lei scende.
C’era quel rosso del vestito
nel vorticare e il rosso, dopo.
Tanto sangue tra le braccia a croce
- non lo dire a tua madre, bisbigli,
non farle capire quel tonfo.
La morte, una divagazione dentro
la logica dell’anno.
- Non piangere, dici, è il patto.
Nascondo la crepa dentro al cassetto
delle stoviglie
e il dolore sa le sillabe
e il rosso.
L’eversione è non urtarsi, fare piano
con la punta del coltello.
Resta il nero nella testa come
chi va avanti sin dove deve.
A volte, chiedo soltanto una canzone
più dolce tra la Bovisa
e i treni di Milano.
III.
In punta di piedi assisto al mio
sbilanciamento tra chi invoca
l’eco nel deserto e tu che aspetti
l’odore magro del caffè
- ignoravo il filo da un perché
al dopopranzo nella tasca,
il punto dove fiorisce
una somiglianza,
gioia nella ripetizione.
Non volevo che forme pure
dentro il bianco
a tenere il mondo nella testa.
Adesso l’indifferenza è un taglio
prima dei germogli.
Vorrei il rosso di un’adolescenza
scontrosa e sole a primavera.
Lascio che sia lento lo scivolare,
mi afferro a frenare la caduta.
Ancora una diga sta aperta al fianco
dove batte l’acqua
e il tremore della carne.
IV.
Una donna guarda a sud e cresce
muschio ai suoi fianchi.
Carezzo la sua testa dall’alto
senza vedere il viso,
l’onda della fronte
- questo è il posto, il punto
dell’incontro, dimmi, nella lontananza
dei nomi ?
La donna ha perso la direzione,
le caviglie battono una danza d’africa.
Le nuvole mormorano
un certo sentito dire
- viaggio scordato in una disciplina
di lacrime ficcata nel nome.
Prima o poi verrà il grecale
a portare la scontrosa
infanzia del sud.
Frugo nel prato le risposte,
le nuvole intanto continuano
a farsi bianche,
più acquattate.
V.
C’è un tempo per le strade
ancora giallo di tosse
e geloni.
Nelle stanze un boccone non basta
a fare la casa meno sola.
Davanti a casa una macelleria islamica
uomini si radunano
si scansano sino a notte.
Li chiama una legge antica – una dolcezza
prima che fosse la partenza.
La loro voce è un fiume con terriccio
e le sillabi: paludi larghe.
Tento di aprire la scatola dura del cervello,
il cemento si fa topografia,
lo smottamento del mondo confonde
i destini dentro la gola
– linee e punti senza i dettagli, senza quel
ti voglio bene, afferrato al collo.
VI.
C’è una pietà rosa nel granito
fedele alla promessa.
Oltre lo spazio di una grata
donne in preghiera
nella debolezza del mattino.
I piccioni lasciano al cielo la forza,
insistono la loro geometria
– terra su terra.
No, non bisogna andare
da nessuna parte, ma sentire
la commozione,
nutrirla di pensieri.
Lontano un bambino ride
senza pudore,
ride la sua corsa consegnata.
Mi raccolgo nella precisione,
come una scogliera del nord
in attesa del colpo che la porta al mare,
scaglia su scaglia
e così, piano la salva.
VII.
Forse è sparita nel cappotto
o in sandali d’estate
la strada che teneva stretta
l’infanzia nel cuscino.
Non c’è più l’acqua dei navigli dove
ci s’incontrava a notte
in un presente tutto da smontare.
E’ l’insonnia a riparare il danno?
e svaporano i dettagli nel diario.
Resta la fine intuita nei reni,
– attesa nell’asfalto che pulsa l’andata
e sempre un ritorno
ci attende.
Una traduzione lenta di ombre in corpi
mi restituisce i bordi del mattino
tra i platani magri.
Un cielo senza rughe non sa
Una poesia che contiene in sé una capacità di meraviglia ancora autentica, come se davvero il pensiero fosse "pittura materica sulla tela corporea mai conosciuta", o, all'inverso, si potesse ancora appagare quella "sete di conoscenza che il corpo nasconde agli occhi della mente". Un nuovo esempio di poesia fresca, con un già conseguito spessore di immediatezza e nitore, e, come già è accaduto con altre voci apparse su DEDALUS, prospettive di crescita e fermento, sempre nell'ambito dell'emozione del dire e della volontà di dirsi, raccontarsi, sospesa nella dimensione onirico-reale dell'essere "papavero nella neve" avvolta "in un oceano di parole". I.M.
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Senza saperlo
Tu hai trovato le chiavi
che io ho sempre cercato,
quelle di me stessa
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Chiudo gli occhi e
il desiderio si anima,
come se le mie mani
ti avessero fra le dita,
sotto le carezze che profondo
senza cedimenti
Dentro, anima e corpo,
mi si apre il vuoto,
una sensazione che materializza
e risucchia il senso
Il pensiero diventa
pittura materica sulla
tela corporea mai conosciuta
che mi porto dietro,
ancora intatta
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Quando non sai
e non puoi immaginare,
lo stupore ti assale
e si lascia vivere,
bello,
come la serenità
che regna
dopo l’essere stati
semplicemente accanto,
nudi
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Come d’incanto
nelle lunghe sere
di giugno,
al frinire dei grilli si
alternano i bagliori delle lucciole
fra l’erba nuova e il grano,
così
il tuo pensiero che
chiamo e cerco
continua a sfiorarmi
in nuovi e sconosciuti modi,
dissetando appena la sete di
conoscenza
che il corpo nasconde
agli occhi della mente
Ti rimembro
costantemente
piccoli gesti e
momenti ormai donati al
nostro passato per
quella che sarà
la nuova rimembranza
che già ci accoglie
invisibile
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Sta albeggiando
lentamente
Ogni albero
ospita un nido
costruito dalla pazienza
dell’Amore
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Piena
sei come Opale
velato dall’incenso delle nubi che
stanno fumando e
vegli il mio passo
mentre vivo
Con gli occhi ti chiamo
e ti parlo
Sono un papavero nella neve
E Tu
mi avvolgi col tuo oceano di parole