Di un diario hanno la sincerità, i versi di Lucianna Argentino, il coraggio di parlare con sé come se fosse il proprio silenzio il solo interlocutore. Ma ogni diario è scritto, con atto lucidamente inconscio, anche e soprattutto con la speranza che sia letto da altri, magari proprio da chi, con i suoi silenzi e le sue parole, ha fatto sì che la poesia, il raccontarsi, divenisse la sola salvezza e un ulteriore rovello. In più, lo dichiara opportunamente il titolo del libro di Lucianna pubblicato da Piero Manni, questo è un Diario inverso: un modo per cercare anche nell'ironia, nel rovesciamento di senso del dire e del sentire, una via di fuga. Ma tale ironia non è facile, e, in questo caso specifico, con un verso piano, nitido, ritmato come la marcia precisa e determinata di un maratoneta, l'autrice ricerca, con lucida e densa tenacia, la cristallina essenza del vero. Senza rinunciare però, ed è questo forse il vero valore aggiunto di questi testi, alla scoperta dell'inatteso, lo scarto, la meraviglia della nascita di una vita, la creazione che si fa carne, ed è ancora parola, il coraggio di dire che "Le cose non capitano, accadono", e un senso emerge proprio quando tutto sembra sommerso dall'assurdo. E' lì che si stabilisce il discrimine tra una bugia ed una verità inventata, è lì che la poesia che non c'era d'improvviso riprende corpo e vita. I.M.
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POESIE DI LUCIANNA ARGENTINO
da "Diario inverso", Manni editori 2006
Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva "abbassa la voce"
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve, come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.
"Cambia tono" diceva a lei lui che non capiva
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell'estate improvvisa, dall'assalto dell'inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono senza implorare altro
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.
***
Compiuto è l'anno, invertita la rotta
ed è risacca che spagina il tempo
è cura di un dolore contento
è linimento tardivo di un ritroso navigare
è scoramento dell'onda che torna in alto mare.
***
Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
- oscurata la luce, sospesa la grazia -
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.
***
Avrei voluto una bugia o una verità inventata
che desse pace e un volto accessibile a quanto si negava
ribelle nelle sue parole senza cielo né sguardo.
Parole dette col fiato sospeso su una verità
vegliata da un dio vile - un dio da cui non avere nulla
da temere e nulla da sperare.
***
Chi può dirmi chi sono
se lui non mi è più specchio?
Se di coraggio perso è il suo guardarmi
e di ritorni severi e di ritardi,
se nel suo sguardo disfatti vedo il tempo e me
me ridisegnata senza braccia.
Eravamo sullo stesso treno in quel luglio accidioso
ma solo io tornavo - lui, scontento, contro il paesaggio
in nascita al di là del vetro, era il profilo
in dissolvenza al di qua del presente
esondato su passato e futuro.
Nel suo sguardo sconosciuto penava
l'aut- aut imposto al mio ventre in festa.
***
Sfatta l'emozione mietuta fuori stagione
dal concreto della vita di cui manco - dice-
e non s'avvede che manca lui alla leggerezza
e s'autunna vinto da uno spleen senza gloria.
***
Smise d'essermi amante il suo sguardo
quando la lucentezza caduca dell'addio
sorprese i cortili e le voci che ne fuggivano.
***
Le cose non capitano, accadono.
Capita, forse, che io alzi gli occhi
dal foglio e veda nel cielo cisposo
un uccello passare, capita che mi cada
di mano un bicchiere, che dimentichi un nome,
che perda l'ombrello.
Ma accade che io, china sul foglio,
veda il mimo alle sue spalle mimare
il gesto di chi resta, ma sono in fuga le mani-
due lepri bianche braccate dalla loro stessa paura.
***
E' un presente puro
mondato dell'attesa
- un mare senza risacca
un sorriso nello specchio
un vecchio amico.
Un presente pacato,
privo dell'ansia dell'attimo fuggente
un presente sativo.
***
a Damiano
Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l'attimo del "sia la luce"
nell'aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall'acqua all'aria e il pianto inconsolabile dello
strappo
- dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.
***
S'avvia in briciole il cercarmi dentro una poesia
in redenzione di tutte le offese del mondo
o solo un luogo di me stessa dove si ristori la fatica
di vivere molteplici esistenze, dove redimere
una vita spezzettata in piccoli orizzonti
mentre la volevo lungimirante e ammirevole
la vedo simile a una pozzanghera
in cui si riflette il cielo
col suo passaggio di nuvole e di ali
ma più cielo del cielo quando nella sua acqua
gli uccelli vengono a dissetarsi.
***
Fermarci, cercare la giusta distanza
tra noi e le cosa da fare
e quelle che ci fanno e ci disfano
quelle che confondono le nostre fisionomie
di cartone rosicchiato dai topi,
ma ora c'è l'incipiente autunno
a scucire il cielo e le sue fibre mistiche
per rammendare il nostro tempo di passaggio
da una sponda all'altra dell'esistenza.
***
Mi manca la poesia
nel giorno sceso in cenere
a forzare la veglia laica
la veglia stanca e irragionevole
al dio liquefatto nell'inchiostro
fatto preghiera di cose andate
e presto ritornate a nuovo uso
come la pioggia o la parola
accolta in limine
all'avvenimento che la dice.
Propongo stavolta due testi di Domenico Cipriano, altro poeta giovane ma in possesso, come molti altri autori pubblicati in DEDALUS, di una voce individuale e individuabile, salda, aliena a facili compromessi. Le due poesie qui pubblicate, già apparse qualche tempo fa sulla rivista "Capoverso", si muovono con attenta e conscia tenacia sul filo sottile ma vitale di una sfida: quella sospeso tra la presa d'atto della "disaffezione", non di rado necessaria e a volte addittura salvifica, e, dal canto opposto, la ricerca, la volontà altrettanto viscerale dell'armonia, intesa anche come musica, spazio di senso e misura nel caos. Lo sguardo di Cipriano è sincero, il passo del verso è deciso, distante da vuote smancerie. Ma il ritmo, l'incedere, "il gioco della presenza" e il suo contrario, non gli impediscono di cercare e trovare, nelle cose, nella realtà che si fa tempo ed oggetto, "un'anima impreziosita/ dalla vita".
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Domenico Cipriano
Due poesie
Ci sorprende inattesa la paura per la vita
tra il sibilo della notte e il giorno dirompente.
Cosa è importante: guardare fuori
o l’intimità della gente? Con le facce
in mostra non cerchiamo i colori sfrontati
della festa, ma l’armonia sussurrata delle cose
e le città visitate sono cave di storie dispari,
le loro case mausolei di calce e soprammobili,
ma le ombre si nascondono. Solo gli odori
si prestano al gioco della presenza.
(Monteforte I., 4 giugno 2006)
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Nelle cose che vedo trascinarmi
ogni giorno dalla scrivania alla casa
le ossa sparse tra le bocche dei randagi
e le pietre ferme e pazienti, negli oggetti
che passano tra le fughe degli occhi
riconosco un’anima impreziosita
dalla vita. Per questo non amo talismani
che immolano le cose con l’affetto
(devoto solo alle persone care)
e ne rispetto - dalla mia microscopica
percezione - il non possesso, la disaffezione.
(Avellino, 9 ottobre 2006)
Per dare un titolo a questa breve nota introduttiva sui testi di Luca Benassi ho scelto un suo verso, una frammento lucido che assume valenze ampie, simboliche. I versi qui pubblicati sono sicuramente precisi e incisivi come tuoni, lucidi, consci del valore della sincerità. Anche il sogno, l'angolo che si credeva protetto e intangibile del mito, ad un certo momento cede ad una sfida tanto più ineluttabile quanto indesiderata. Le parole allora, perfino i domini liberi del linguaggio, diventano "come le ancelle stuprate che Ulisse appese alle travi della reggia". Crolla il mondo sotto la pressione del vero, e la sola fuga possibile è "un flauto fatto di occhi", per restare, resistere e persistere, cantando le gesta della sconfitta. Luca Benassi ci presenta nei versi qui pubblicati un "volto fatto di coragggio e di dolore", una poesia che non cerca consolazioni a buon mercato, ma reclama tramite le sue armi, la nitidezza dell'espressione, la scelta attenta di ogni sillaba ed ogni fonema, il diritto di dare forma, ed una veste cruda e scintillante di armonia, perfino alla cognizione del dolore.
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Poesie di Luca Benassi
MARSIA
Hai aperto la sfida e hai perso.
Convinto di aver compreso il cielo
hai confidato nell’occhio benigno delle stelle
distratto dal sole che sfronda il bosco di luce
e scintilla sul niente del mare
hai creduto nel battito della farfalla
hai voluto la responsabilità del cuore.
II
Hai ceduto alla lusinga dei fonemi, ai sestanti
coraggiosi disegnati nella polvere, ai libri
senza ordine sugli scaffali inaccessibili.
Hai disegnato la geografia e firmato accordi
per regolare il tempo del perdono.
Ma la sfida di questo tempo
è una barca sullo Stige e la moneta
che paghi il silenzio di Caronte
è senza faccia e iscrizione.
III
Ci vuole un pentagramma lineare
sottile come i fili d’oro
che Penelope smonta la sera
come le ancelle stuprate che Ulisse
appese alle travi della reggia.
Ci vuole un flauto fatto di occhi
minuscole galassie, buchi neri, gocce di latte
un suono preciso come il tuono
o il fruscio della foglia
che si stacca dal ramo.
IV
Ti manca la trama dell’ombra
le ragioni occulte delle guerre
l’odore del sesso che appesta
i templi ai piedi delle are.
V
Per questo, Marsia, hai perso la sfida
con un dio malevolo che non vuole perdere.
Servono allora due pali d’abete, senza corteccia.
Ti hanno legato i polsi e le caviglie
Tastato il luogo del taglio preciso della pelle:
bastano due incisioni verticali
per sollevare i lembi della cute e sgusciare
via la carne, scoprire le nervature
i muscoli sensuali e senza colore come un polpo
le vene del braccio violetto, i capillari rappresi
nudi come la terra.
Inizia così lo strazio delle urla
mentre cinghie di cuoio rosso
si staccano dal busto come bende di carne.
Rimane un volto fatto di coraggio e di dolore
sotto lo sguardo attonito del carnefice
senza poesia e senza suono.