Un omaggio alla poesia in questo "poemetto" di Raffaele Piazza, attraverso la fusione di memoria onirica e realtà, linguaggio e sostanza dell'esistere, dolore e speranza. La coscienza di un tempo aspro, "sanguato", per citare il pregnante neologismo scelto dall'autore, e la forza dell'utopia-realtà del suo superamento, di un altrove, in qualche modo e in qualche mondo possibile. I.M.
PAESAGGIO BIANCO - poesia di Raffaele Piazza
1
Vedi, in questo inazzurrarsi di nuvole
candide e non è ancora estate quella che
turba in tinta neutra ed è uguale al senso
del tempo a quella rosa di Pierpaolo
quella forma che dalla pace del lago
procede ed è la notte precedente che non
torna dai vetri senti il segmento
di passeri senza peso in cori interanimati e
2
poi sono di nuovo le ragazzine ad intessere
vele nel coro degli angeli a filare
le vesti bianconeve
della spose e le coroncine in danze
senza tempo o storia e
3
siamo nel 1984 e una 127 bianca arriva
a luoghi di parco virgiliano e sposta la
vita un’allodola senza peso fino a tempio
del tempo per essere sotto specie umana
persone postmoderne nel bianco
e il suo fraseggio vedi, Pierpaolo,
la tua lotta il visore sulla vita e il vegliardo
Ungaretti: ascoltami
saremo ancora in questo tempo sanguato
e vinceremo in candidi panni
la vittoria che è l’aula della scuola
della vita e saremo nel tempo oltre la
siepe a parlare di poesia, Pierpaolo.
In queste poesie di Bianca Madeccia, pubblicate da Lietocolle nel volume "L'acqua e la pietra", le domande scavano la roccia dura della realtà. E resta incerto se tale acqua sia dannazione o speranza. Lo sguardo dell'autrice è duro, secco, in grado di cogliere la frammentarietà dell'esistenza. La via d'uscita, se c'è, è nella voce stessa, nel canto remoto che scaturisce dal margini del tempo. I.M.
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Testi di BIANCA MADECCIA tratti da "L'acqua e la pietra" Lietocolle, 2007
L'acqua è la dannazione della pietra,
così la sconfitta
si ripete attraverso i tempi.
Con la sabbia tra i denti,
la goccia batte e scava,
e la roccia annichilita sperimenta già,
chiusa nell'orgogliosa convinzione
della propria unicità,
l'abbandono alla polvere
e il bordo acuto di una nuova forma.
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XI
Senza fine né un inizio
costantemente scagliata in differenti direzioni
la punta della freccia mostra
che da un punto all'altro del mondo
ogni azione, direzione e possibilità
di ogni momento, di sempre,
è solo un'altra deviazione temporanea degli eventi.
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XVIII
La domanda si ripete e si ripete
aggrovigliata tra i fili della rete
incagliata sulle rive dell'isola stretta
qui ci si ribella o accetta
qui si muore o si ricomincia
qui ci si rassegna e trema.
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XXVI
Affrontare
ogni giorno lame cristalline
muta e immobile
mentre accoglie l'urto regolare
dell'onda che bussa
è il destino della roccia.
Eppure,
neanche la pietra rifiuta
il viaggiatore che la cerca.
Perché
devo essere rifiutato
proprio io?
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XXIX
L'acqua che non traccia vie è acqua morta
così l'onda svuota la pietra,
mentre la roccia frena il sibilo del vento.
Un canto remoto scaturisce bianco
dai margini del tempo.
Coro riarso, preciso, ineludibile
che accompagna e mostra senza sosta
l'erosione, i detriti, la muta polvere del mondo.
Lettura e divagazione di Ivano Mugnaini su
BERTOLD BRECHT E L’OPERA DA TRE SOLDI
"Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati". Con questo suo aforisma, a metà tra paradosso e verità, ironia e provocazione, Bertold Brecht ci presenta forse un biglietto da visita ancora valido, in grado di identificare, nascondere, alludere, rivelare. Dalla parte del torto, certo. Come tutti quelli che non hanno timore a collocarsi nella schiera tutto sommato non troppo numerosa, o, almeno, non abbastanza, dei poeti-sognatori. Non quella dei cesellatori di fiorite rime, castelli svettanti di torri e guglie di auliche certezze. Di tali costruttori di amene rime ce ne sono legioni, eserciti interi. Meno numerosi, molto meno, sono coloro che scrivono opere da tre soldi, erette con la materia lieve di una sola convinzione: "Di tutte le cose sicure la più certa è il dubbio".
Tramite un processo di "straniamento" che ci porta fuori da noi per poi ricondurci dentro, all’interno di confini più autentici, L’Opera da tre soldi ci rammenta, come già aveva fatto la Beggar’s Opera di John Gay, che in fondo "il re dei mendicanti" orchestra il lavoro, il nostro, come un affare qualsiasi. Illumina, tramite il cerchio di un faro di scena, la linea di demarcazione tra il criminale Mackie Messer, o il bandito Macheath, ed i rispettabili borghesi. Una linea tanto netta quanto sfumata. Tutto alla fine viene inghiottito dall’ironico faro che si spalanca come la bocca stracolma di denti del pescecane evocato dalla nota canzone musicata da Kurt Weill. La differenza tra criminali e persone rispettabili sparisce del tutto. I soldi, l’ingordigia, l’avarizia, la fame e la sete di potere, rendono tutti uguali, cioè corrotti.
Se tutti sono dalla parte del torto, allora tutti sono dalla parte del giusto, o, perlomeno, collocati tra ammassi di macerie e rifiuti socialmente accettabili. Di fronte a questa presa di coscienza, o meglio, perdita di coscienza, resta al poeta-sognatore una sola via: l’esilio, la fuga. Come in un gioco di scacchi di vitale importanza, se il torto si riveste di giustizia e cerca di inglobarti, non resta che spostarsi dal lato opposto. Quello del torto, appunto. Purché sia un torto personale, individuale. Quello che, tramite un altro fulminante e quanto mai attuale aforisma, Brecht dipinge con queste parole e questo concetto: "Per essere creativi non bisogna partire dalle buone vecchie cose, bensì dalle cattive nuove cose". Per essere poeti, in sostanza, e sognatori, sulle tavole del palcoscenico e sulle strade della vita, è necessario staccarsi dalla logica consolidata e trionfante e battersi per il rinnovamento. Qualunque sia il prezzo da pagare. L’esilio da nazione a nazione, da città a città, o l’amore, aspro, essenziale, per il gusto e la volontà della differenza, l’opposizione all’andazzo condiviso, alla pratica del "magna magna", del siamo tutti colpevoli e tutti beatamente innocenti.
Tutto ciò, per nostra fortuna, ne L’Opera da tre soldi e altrove, Brecht ce lo dice in modo colorito, accattivante. Rifuggendo da prediche e piagnistei che, oltre a risultare intimamente contraddittori, sarebbero stati altresì assai poco "teatrabili". Si canta e si balla sul palcoscenico di Brecht. L’autore fa tesoro della sua frequentazione ed amicizia con il celebre cabarettista Karl Valentin. La lotta, esistenziale e sociale, si può condurre anche tra visi truccati, fumo di sigaretta, musica assordante, risa sguaiate, battute sconce miste a frammenti di verità, confessioni di fragilità e schegge di miseria. La vita come cabaret. Materiale buono non solo per i titoli delle canzoni ma anche come adeguato scenario, specchio deformante ma neppure troppo dell’esistenza vera. Quella da cui è difficile se non impossibile "straniarsi".
La vita che ti consente di entrare a vedere lo spettacolo, anzi a farne parte, senza neppure dover pagare tre soldi di biglietto. Quella che, comunque, puntualmente, poco dopo vorrebbe scritturarti per recitare in qualche scena, con o senza travestimento, una parte da mendicante. Di soldi, oppure di gloria, di rispetto, di dignità, di amore. Quella che ti svela il trucco ma ti consiglia, anzi ti impone, di far finta di non conoscerlo. Tuttavia, osserva ancora Brecht, "chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente". Ed allora, per evitare di essere complici del "re dei mendicanti", per non cedere alla logica del "nessuno è colpevole" e del "nulla può cambiare sotto il sole", è bene tornare a schierarsi dalla parte del torto, se il torto è l’errore di chi sogna qualcosa di altro, di non inquadrato. Il sorriso di chi continua a cercare la logica dell’illogico, la speranza di nuove scene, nuovi teatri. La convinzione tenace che, a volte, per evitare l’ostacolo dell’omologazione al collaudato, strangolante meccanismo, può risultare vero che "la linea più breve tra due punti può essere una linea curva".