Tramite l'antologia "Sette poeti campani", pubblicata lo scorso anno da Orizzonti Meridionali, e di cui ho proposto una mia nota di lettura, ho conosciuto ed apprezzato la poesia di Daniele Santoro, in grado di conciliare la sperimentazione di forme, ritmi e soluzioni grafico-visive moderne con un tessuto di questioni e aspirazioni di natura antica, profondamente umana. E' una prova ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, che la Campania produce ancora, al di là di tutto, nonostante tutto ciò che vorrebbe soffocarla, cultura, cività e poesia. I. M.
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TESTI DI DANIELE SANTORO
Dalla silloge La meraviglia
che meraviglia i suoi paesaggi imbavagliati
che meraviglia i suoi paesaggi imbavagliati
il volo trattenuto dei profumi,
infatti fino all’ultimo non mi decisi
se sciogliere la favola delle colombe
se vivere l’azzurro cielo o la brughiera
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tu che stropicci denti e le mie ciglia
tu che stropicci denti e le mie ciglia
pettini selvaggia e naso fronte mento
mentre che lo spavaldo nero d’occhi
di lontano fissano, ammiccano tra
gli interstizi un dolcetruce ridere
che mi sprofonda
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posto a distanza uguale dai tuoi abissi
posto a distanza uguale dai tuoi abissi
sono - diciamo - come l’asino di Buridano
tra il canestro di more e lo schiamazzo
bendato del gelso nella luce
solo perché tu resti indifferente
e non fai il passo avanti, ti diverti
vedere me in ginocchio nel delirio
Spagnuolo è un poeta che da anni porta avanti con coerenza la ricerca di forme e contenuti mai banali, mai scontati, mai facili o schiavi di schemi di comodo o di mode effimere. Lo fa anche, assieme ad Emilio Piccolo, nel sito Poetry Wave, ampio e frequentato luogo di scambio di voci letterarie. Della sua poesia mi ha sempre colpito, personalmente, la sua capacità di immettere, e direi quasi di iniettare, come un potente antidoto, una sensualità viva, corposa, carnale, perfino nella contemplazione e nella percezione del dolore. Una potente forma di espressione, ma anche, con uguale forza, di esistenza e resistenza. Vi rinnovo l'invito alla lettura e al commento di questi esempi di poesia viva. I.M.
INEDITI DI ANTONIO SPAGNUOLO
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Dubbio
Fu corsa dubitare del castigo che a volte l’indugio,
come torrente ai bordi,
improvviso e segreto oscilla incontaminato.
Eccomi!
L’urlo del dolore penetra la mia carne sino a frullarmi
le ossa,
sino ad emulsionare le tempere della tavolozza
in arcobaleno impossibile.
Smarrito ho plasmato ogni istante
nella tua figura ricomposta a mosaico
per quegli eventi estremi in cui frantuma
la misura di un breve respiro.
Modella e amante
riesci tuttavia a realizzare le stesse esaltazioni
che ci strinsero prima che le coppe svuotassero
inesorabilmente.
Il ventre è un calendario, simbolo della nostalgia
che i frammenti disperano,
perché il vento porta via a suo piacimento
anche la mia memoria.
* * *
Follia
Vorrei tentare la follia per qualche volta
nel risveglio mutevole che abbraccia
l’arsura,
interminabile, nel tempo che ci resta
quasi tramortito al silenzio della primavera,
nel segreto di una chiave custodita
fra le rovine,
verso il vuoto, verso la menzogna.
Tu sai agitare le scoperte ambigue
le sorprese del miracolo
sciogliendo l’incertezza che cela il luogo del disincanto.
Allora uscirò a disegnare la terra,
le mani, i piedi, le labbra,
nella paura di riascoltare
l’urlo temuto a lungo della stoltezza,
che è il canto della mia disperazione.
Rimane a confondere la saggezza il mio dialogo
con Dio, una catena
di dubbi , agganciata alla roccia
ove ogni giorno si spaccano parole,
mentre il diniego è vincolo di ossessi.
* * *
Ironie
Prezioso spolverio delle stelle
l’avello di mio padre, paura di un incontro,
l’ossessione che smonta porte e chiavistelli
nel delirio di corrose anomalie.
Nell’ubriachezza notturna lasciami bere
le fragranze della pelle, nel gioco che il sospetto
ha porzioni segrete , brevi parole negli accordi,
ove le aritmie segnano minacce di scansioni.
Ecco il tormento che detta confusioni
nella carne imperfetta, nei rumori,
nello scricchiolio dei tuoi passi,
le grida , i sospiri, la collisione delle voci,
le mie mani roventi, le sorprese degli argini,
cercano l’odio della morte appena in tempo
per soccorrere l’ironia del morso.
* * *
Pupille
Rotoli fra le coltri e le parole
per succhiare l'innesto
dal fondo della mia coscienza.
Più gracile e impudico
sarà il midollo dei sogni,
null'altro registrando
nel gonfiar vene e pretese.
Allora non chiedere più di starmi accanto.
In men che non si dica
io avrò perso altri giorni,
spruzzando le sorprese
alla clemenza delle narrazioni.
Lunga e calma la vampa in quel barlume
che la notte concede,
oltre il gioco al raddoppio di malizie.
La tua forma dipana
e la mano recita stupori,
mentre le stanze solcano gli spazi
imprigionati nella sera, ed io sperduto
fra la bocca ed il ventre
ripeto gli istanti sconosciuti
tra il pensiero ed il sangue delle tue pupille.
* * *
Plastiche contorsioni nell’abbaglio
della seduzione, che sia illusione lenta,
figura che risponda alle prigioni
dei muscoli, per rintracciare l’allegoria dell’amore.
E’ l’agguato gentile che si offre come preda
dietro il filo sottile, contro le mani ardite,
che furtive scandagliano le forme,
nell’affondo ininterrotto dell’affanno.
Sgocciola il collo, la spalla, il pettorale,
per contratture insolite,
nel confondere il ritmo.
Impugna un’arma bianca, come il dardo
scagliato e ripreso in un agguato sommerso,
inverecondo per tortura e tenaglia,
incastonando il gioco del ventre
all’ultima attenzione dello specchio,
alle menzogne delle ginocchia impietrite
nelle misure ingorde delle coltri.
Sono soltanto io che scompongo me stesso,
per sbollire alle strofe,
in una trasgressione di arabeschi,
tra cuscini e risvolti,
i frantumi della mia schiena impazzita.
Un filo
Vorrei ascoltarti ripetere il pensiero,
respirando attonita le scorie della mente,
con l’inutile grido che scandisce, rauco,
ad accecare occasioni,
quasi tremante per le distorsioni di un tempo bruciato,
che cerca inutilmente nuovi artigli.
Chissà se durante il pregare non riesca
ad agguantare tutte le bugie che scioglievi,
distillando un alambicco di lacrime,
senza la vergogna delle medesime ombre
o le diverse ferite nella carne scomposta.
Ogni parola conosciuta
sembra franare tra le mani irriverenti,
e gli occhi svuotano le gabbie
implorando armonie.
È tempo che io raggiunga altri spiriti
per raccontare quelle meraviglie di presagi
che nessuno comprende,
quasi fantasia di un filo confuso,
solo perché un attimo sospendi la delusione.
L’amaro segreto avvolge di nuovo la tua fronte.
* * *
La memoria sa trasformare perfino una partita di calcio perduta nel sole e nella nebbia di stagioni lontane in un mito, e in eroi, personali, scalcinati, domestici, invincibili, calciatori dai nomi improbabili. Tra cultura e disincanto, osservazione accurata della realtà e dimensione onirica, si collocano i racconti di vita racchiusi nelle liriche di Fabio Troncarelli, acute e tuttavia lievi, come l'ironia, come la poesia. L'invito al lettore è quello di sempre: percorrere con lui i sentieri della memoria, e lasciare, se vuole, una traccia, un commento. A presto rileggerci, Ivano
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POESIE DI FABIO TRONCARELLI
Il segreto delle cose (Per Alessandro Fo)
Se io sapessi il segreto delle cose
non avrei ritagliato le figure
che ritagliavi tu dal Corrierino.
Sì, è vero, allora c’era l’aquilino
profilo di Pascutti, il falco, e dure
falcate luterane di Haller, chiose
dotte dell’azzimato Bulgarelli.
Poi viene Renna a Roma. E Troncarelli,
che è ragazzino, se ne va allo stadio
col cuore in gola, appresso al suo papà.
Là c’è la Lazio sentita alla radio
e un eroe spento, stanco, macilento,
che è disceso dal nord, dall’opulento
Bologna che tremare il mondo fa.
Era triste allo stadio, caro amico
di penna, caro amico dei nemici
di allora, pure se una rete
di un eroe, stanco e spento, acqua di Lete
dava ai tifosi. Mio padre ai cilici
abituato, per Renna impudico,
era al settimo cielo. Io ero triste.
E pensavo: “Papà con me è contento
solo ogni tanto e poi solo un momento.”.
E mi sentivo morire... Un diamante
vero ed una collana di ametiste,
mia figlia, e un vero gatto, puro vetro
e puro pannolenci crede. E indietro
ecco, torno davvero...Questi amari
giorni di gioia sono tutto. Papà
aveva solo Renna per le mani
Una pena! Ma lui me lo dà,
come io do il vetro, i baci, il gatto
di pezza alla bambina. E la paura
della mia infanzia a un amico e non gli dico
che è una fregatura.
Che forse sono matto.
E ho la barba lunga appena alzato,
con l’odore di chi non si è lavato.
Winchester Cathedral
La natura ama nascondersi
Eraclito [123 Diels-Kranz ]
A Winchester avevo appena preso una birra amara
in un pub molto inglese, di provincia,
con il legno che ti avvolge più del fiato
caldo della gente che beve e parla e ride basso - del resto
era un giorno di sole, pallido, ma pur sempre sole,
e non c’era bisogno di molto calore. Sulla lastra
ci sono capitato per caso, strusciando i piedi
nel corridoio della cattedrale. C’ero andato a vederla per via dei Beatles
e poi perché pensavo che è così strano
che il Winchester che serviva ad uccidere
porta il nome di un posto tanto pacifico del Vecchio Mondo,
ricreato nel Nuovo Mondo per il ricordo, degno di miglior causa,
di questo sole del cavolo: e del resto lo Springfield,
che ha spezzato le vite dei ragazzi di Atlanta o di Richmond,
non viene da un posto chiamato Fonte di primavera?
Insomma, meditavo sui nomi senza senso, sulla vita
senza morte e sul sole che non è sole,
quando il piede è inciampato sulla lastra
e manco fossi Proust, che inciampando sul pavimento
scopre il tempo perduto, ho scoperto che quella tomba
era la tomba della giovane figlia del reverendo George Austen,
morta nel fiore degli anni o giù di lì.
Austen? Si avete capito bene: Jane Austen. E sono rimasto
folgorato. Dunque quel sole miserabile
aveva scaldato (sic!) anche lei e quelle voci basse,
il mormorio che affiora sulle labbra come la schiuma
della birra affiora nel bicchiere, le aveva sentite da lontano,
incantata, ironica, nel bel mezzo di quella
morte senza vita, di nomi senza nomi e
di sole senza sole, lei che con le risposte
taglienti fulminava i giovanotti spenti
e nessuno pensava più che era solo la figlia
di un reverendo molto reverendo, che sarebbe morta
con reverenza, con deferenza, sparita dalla scena
con un inchino, un pizzico di rimpianto e stop.
Eppure Jane - posso darti del tu? Lo so che non sta bene,
ma io sono meridionale, cara Jane, lo sai, io sono qui sotto questo
sole da quattro soldi
- te lo farei vedere io il sole vero!- in mezzo a nomi, birra e
vita (boh!) però, ecco, vedi io ancora mi ricordo di te dopo anni e
anni, ma mica come gli altri per cui sei solo
una ragazza giudiziosa e molto reverenda oppure un mostro sacro
da idolatrare senza capire,
no, no,
io ti penso adesso come una donna
incantevole. Ti basta?
Lucky strike
Negli occhi hai l'acqua di una piscina
non il turchese, non l'acquamarina.
E' una piscina verde mela dove d'estate
e d'inverno non gela l'acqua e le signore
stanno ore e ore a chiacchierare
con le lingue abbronzate. Sei magra, magra, bionda
da testa a piedi, il fumo circonda
i capelli, fili di tabacco da una pipa
sfuggiti, col corpo da conchiglia
o da tellina, da patita
del nuoto, gambe affusolate e strette
come le sigarette.
Leggi i Tarocchi, i King della Cina,
King size come una marca fortunata,
e il colore di fosforo, di stella sbiadita
degli occhi calmi come un'aurora boreale
è tutto quello che oscilla negli occhi, finto-Tropico
rifatto in Florida. E solo l’acne delle tue guance
mi fa sperare che un'eruzione
rovini il Tempio dell'ibernazione,
la gelida Delfi con le colonne taglienti come lance
che hanno trafitto i sospiri
degli uomini i deliri.
Ho paura che ignori che il più ardito
centro per ibernare è costruito
proprio in Florida, sotto zero al tropico,
per chi si sveglierà fresco di frigo
il giorno del giudizio. E presumo
che amore si misuri come il fumo:
basta pesare sigarette spente
accenderle e sottrarre il rimanente
incenerito.
Quello che resta è il peso della nuvola
del fumo che è sparito.
Dopo molta poesia, un racconto di Roberta Lepri, ricco, intenso, con un senso del ritmo e una coesione interna che in qualche modo lo accumunano alla migliore poesia. Il racconto è stato finalista al Premio Teramo ed ha ottenuto molti altri riconoscimenti. So che leggere un racconto richiede tempo, ma il mio personale consiglio è quello di assaporare la tessitura accuratissima della trama e dei dialoghi di questa storia ispirata ad un dipinto di Leonardo. Buona lettura, quindi, buona immersione nell'arte e nella letteratura. Attendo, se lo vorrete, i vostri commenti. A presto, Ivano
racconto di Roberta Lepri
LA PERFEZIONE DELL’ IMPERFETTO
La bottega si trovava sul lato più in ombra di piazza Santa Felicita, perché così l’aveva voluta Leonardo da Vinci.
Non era una scelta dovuta ad un capriccio, perché lui non era certo un uomo volubile e soggetto a sbalzi di umore, o a mutamenti dell’animo. In verità, si era fermato lì un intero pomeriggio della fine dell’inverno del 1503, per decidere cosa fare. Si era messo nel mezzo della piazza, aveva aperto un poco le braccia in croce, voltato le spalle al sole, poi di nuovo si era girato alla luce con gli occhi chiusi. Neanche uno sguardo ai suoi lavoranti, che si affaccendavano a tirare giù le ceste, e le posavano di lato alla strada, senza sapere dove sistemarle. Sul far della sera, che era già quasi notte, egli aveva scelto un angolo un po’ in disparte, con una piccola porta che portava in un ambiente, formato da un ingresso minuscolo, un corridoio stretto, ed infine una grande sala, illuminata da un finestrone che dava sulle colline di Firenze. Naturalmente, nessuno degli allievi avrebbe preso come bottega proprio quel magazzino polveroso, visto che il governo aveva promesso al maestro qualsiasi cosa, pur di vederlo al lavoro a Palazzo Vecchio.
I ragazzi avrebbero voluto un posto più in vista, con l’ingresso proprio sulla piazza, di modo che, appena fuori dall’uscio, chiunque, ad un solo colpo d’occhio, li avrebbe potuti riconoscere per quello che erano. Il maestro no, non voleva essere additato, e poi non ne aveva bisogno, con quella gran barba ed il lungo vestito, sembrava un mago o un gran letterato, si vedeva subito che era un’artista, ed anche se mancava dalla città ormai da più di venti anni, pareva che tutti se lo ricordassero.
Si era limitato ad indicare all’incaricato del governo la porta, aveva detto "Questa qui", e poi aveva girato le spalle, e si era messo a trafficare intorno ai cavalli, per guardarne bene da vicino le teste, ed i muscoli posteriori.
Era stato Marco il primo ad entrare, seguito da Andrea, Giovanni Antonio, Bernardino ed Ambrogio. Francesco pareva timoroso, forse perché era con loro da poco tempo.
Quel diavolo di Salaì, invece, era rimasto fuori a guardarli, mangiando svogliatamente una mela: non era solo un allievo, lui, ed il privilegio si vedeva. Erano sfiniti, il viaggio da Milano a Firenze era durato venti giorni, avevano avuto freddo, ed anche fame, perché nelle campagne c’era poco da mangiare, anche se si avevano i soldi per pagare.
Si erano guardati intorno sconsolati: davvero un bel cambio, dagli alloggi messi a loro disposizione dagli Sforza a Milano! D’altra parte, erano stati loro a scegliere di venire, il maestro neanche voleva. "Non mi servite, a Firenze" aveva detto loro, la sera che aveva deciso di accettare l’incarico.
"La battaglia di Anghiari è affar mio, dalla preparazione dei cartoni al lavoro finale. Lì mi sareste solo d’intralcio". Lui era fatto così, orientato alle cose pratiche, senza legami di affetto verso nessuno, a parte Salaì.
Leonardo sembrava deciso. Era stato Ambrogio, il più intelligente dei suoi allievi, anche se non il prediletto, a fargli cambiare idea. Si era alzato, ed era andato con due lunghi passi verso una tavola di piccola dimensione, coperta da un telo del colore della sabbia.
Aveva scoperto il dipinto "E questa?" aveva detto, con un sorriso in volto.
L’allievo conosceva bene il maestro, questo pensò Leonardo. Troppe cose da finire, o andate male, come il monumento equestre allo Sforza. Energie in abbondanza, che andavano perdute, proprio perchè erano troppe. Bastava osservare i fiumi, quando, in eccesso di corrente, generavano punti di assoluta immobilità.
Anche lui era stato allievo, un tempo, e prima di mettersi a dipingere da solo, aveva aiutato maestro Verrocchio con l’angelo di sinistra del Battesimo. Non che quello alla fine ne fosse stato troppo felice, però.
Leonardo sorrise tra sé. Intanto il tempo era fermo, perché era lui a farlo muovere, secondo il filo dei propri pensieri. Gli allievi a questo erano abituati, e così cercavano di seguire dai tratti del volto il punto di arrivo di ogni sua macchinazione. Dalla piega delle labbra di Leonardo, capirono che Ambrogio l’aveva avuta vinta.
Il maestro si alzò facendo leva sul ginocchio con la mano destra, e si avvicinò alla tavola incompleta.
La Madonna era venuta bene, proprio come lui la voleva. Non sembrava neanche che l’avessero dipinta i ragazzi. Certo, aveva fatto per loro i disegni di preparazione: lui era troppo indaffarato al castello per poter dipingere, ma era molto redditizio, e dunque non andava tralasciato. I ragazzi ci avevano impiegato quasi due anni, ma era venuto un ottimo lavoro, specie per l’atmosfera e le ombre, che erano la parte più difficile.
Il volto di lei era dolcissimo ed inclinato a destra, verso il bambino mancante. Era quello il punto decisivo, e a lui non riusciva neanche di immaginarselo, come doveva essere. Voleva qualcosa di diverso. Gli serviva una prova di bravura dagli allievi, e dovevano fare da soli. Bastava osservare.
Loro proponevano disegni, bambini rosei e paffuti, perfetti invero nell’anatomia del corpo, ma con il volto sciupato da certi sorrisi privi di purezza. Così pensava Leonardo.
"Gli manca l’anima" diceva, guardando le sanguigne. Loro annuivano per rispetto, le guance imporporate dalla mortificazione e dal disappunto, il fiato mozzato dal rimprovero del maestro. Leonardo allora si addolciva, e dava consigli "Uscite! Andate fuori, nei campi, a guardare le contadine quando allattano, e poi mettono i bimbetti nelle ceste, sotto le querce, al fresco! Provate un po’ a vedere che espressione hanno, quei lattanti che si sono appena levati la fame dallo stomaco!"
Gli allievi ridevano, un po’ rinfrancati, e si rimettevano a pestare i colori, a preparare i pennelli per il giorno dopo, ed intanto parlavano, di quando sarebbero andati a caccia di fantolini da disegnare.
Passarono i giorni, e ci fu un gran da fare per tutti. Il maestro aveva ultimato il disegno preparatorio, un groviglio fantastico di cavalli e cavalieri, e si vedeva che stava meditando qualcosa di speciale. Infatti, proprio lui che si vantava di essere uomo lontano dalle speculazioni delle Lettere, e che affidava il proprio talento all’osservazione diretta delle cose della natura, si era messo di punto in bianco a studiare il latino. Da prima Leonardo aveva comprato un piccolo trattato di grammatica, poi si era fatto accompagnare fino alla bottega da un maestro, che gli dava i primi rudimenti, mentre lui era intento a fare qualche altra cosa. Terminata la lezione, l’insegnante di latino se ne andava, non prima che Salaì gli avesse messo in mano due monete, ed il maestro seguitava a fare quello che stava facendo, quasi che quello appena uscito fosse stato un’anima del purgatorio.
I ragazzi si guardavano dal di sotto delle loro stesse mani, mentre pestavano le pietre blu di lapislazzuli, e si scambiavano sguardi eloquenti e molto preoccupati.
Poi Leonardo sparì per qualche tempo, lasciandoli nella bottega piena di polveri già pronte, di pennelli e di disegni.
"Se ne sarà andato lungo l’Arno, a misurar l’acqua che passa!" disse ridendo Bernardino il terzo giorno, sventolandosi per il gran caldo con il proprio grembiule da apprendista. Era cosa rara, sentirlo scherzare a quel modo.
"O forse deve trovare la distanza ideale tra la coda e la testa del ramarro barbuto" fece eco, con certa insolenza, Marco. "Io, però, qualcosa di buono l’ho fatto" aggiunse poi " e tutta da solo…" e qui il tono divenne maligno e canzonatorio, mentre tirava fuori dal tascone del grembiule un grande foglio arrotolato. "E sarebbe?", chiesero gli altri tutti insieme. "Sarebbe, che ho trovato Gesù bambino!" rispose ridendo, dispiegando il foglio su di un tavolo libero.
I ragazzi si accalcarono intorno al compagno, che era venuto a portare a tutti un po’ di salvezza, perché ora, finalmente, avrebbero potuto riprendere in mano i pennelli. Ognuno di loro cercava nel disegno la certezza della propria speranza.
La porta si aprì piano, ed entrò Leonardo. Non era stata una buona giornata. In verità, tutto era andato assai bene, fino al rientro a Firenze.
Era stato in riva d’Arno, a mettere giù certe sue invenzioni di carta, ed altre di legno, per vedere l’effetto della corrente sui diversi materiali. Ne aveva preso appunti e disegni sul suo quaderno, ed il tempo era trascorso più svelto dell’acqua del fiume.
Sapeva che non doveva passare davanti Santa Trinita, perché lì più facili erano le possibilità di spiacevoli incontri, ma a volte la mente era maligna nelle sue distrazioni, questo lo sapeva bene, e lo menava proprio là dove lui aveva sperato di non andare.
Alcuni gentiluomini lo avevano fermato con parole oneste e di saluto, e non poteva certo fare ricorso a qualche invenzione, e dire loro di non avere tempo da passare, visto che tutti sapevano come generosamente impiegava gran parte del giorno, anche con faccende piuttosto lontane dai lavori già cominciati. Tra questi poi vi era il cugino del Soderini, e a Leonardo venne in mente che, anche se i disegni per il salone del Gran Consiglio erano quasi pronti, il contratto ancora non era stato firmato. Anche questo, un altro buon motivo per fermare il passo.
Così si era intrattenuto qualche momento con quei signori, che avevano già aperto una conversazione su Dante, sull’immaginazione quando è distante dall’osservazione reale, ma è ugualmente viva, e davvero parevano dotati di una gran voglia di avere anche la sua opinione.
I pensieri appena formulati da Leonardo, circa la prudenza nello scegliere la strada per il ritorno, ebbero conferma con l’arrivo di un giovane, né alto né basso, con il naso piegato e la folta barba nera. Nel riconoscerlo avrebbe dovuto ricordare che non gli era simpatico, perché mai tra loro c’erano state parole civili, e perciò trattenersi dall’usargli alcuna cortesia.
"Chiedetelo a messer Buonarroti" aveva invece detto, ed intanto nella sua testa si domandava quale potesse essere, nel cervello umano, la velocità per la realizzazione di un pensiero che volesse farsi parola, o che, al contrario, decidesse di non farsi tale. "Lui è poeta, oltre che pittore, e certo ne sa più di me".
Chissà poi perché se l’era presa tanto, che a lui non pareva di avergli fatta alcuna villania, ed invece quello aveva cominciato a dire a tutti che Leonardo era un pezzo di incapace, ricordando che neanche era buono nella semplice fusione di un cavallo. Parole che avevano portato l’inverno, all’istante.
Il gruppo di gentiluomini si era disperso, come un tizzone che smettesse di bruciare all’improvviso, e non ne rimanesse altro che cenere. Lui e l’altro artista si erano allontanati in opposte direzioni.Perché? Si domandava Leonardo, questa improvvisa reazione di disprezzo, davanti a persone di tale importanza? Ser Michelangelo aveva o no, cercato di controllarsi? Quali umori avevano agitato quell’uomo, e da dove avevano avuto origine, le maree sommerse del flusso del sangue, che si erano travasate di scatto negli organi nobili, per seguire la passione dell’impulso? E la domanda più volte gli ritornava nel pensiero, senza trovare risposta certa, ma lasciando intanto una sensazione di grande dispiacere.
Dunque, egli entrò nella bottega, e si offese per quella grande allegrezza.
Perfino Salaì, sempre indifferente alle cose degli altri ragazzi, pareva incline al buon umore: gli sorrise, ma senza averne risposta. Qualcuno più giovane si era perfino avvicinato a lui che stava entrando, come un padrone che accolga un ospite, e cercava di invitarlo con grandi cenni di chiamata, con le mani e le braccia insieme, verso il tavolo, dove tutti gli altri ragazzi si stringevano intorno ad un foglio.
"Venite! Venite maestro! Marco davvero c’è andato, dalle contadine e dai fantolini, in campagna, ed ha trovato il Gesù bambino che manca!"
Leonardo si mise seduto un po’ in disparte, senza dare segno di volersi accostare. Sapeva, perché conosceva bene l’animo umano, che se si fosse avvicinato con quella disposizione, qualsiasi fosse stata la bellezza dell’opera, non ne avrebbe goduto a pieno.
Invero capitava raramente che si lasciasse abbattere dai giudizi altrui, ma quel giovane sgarbato, Michelangelo, aveva un gran talento, e la virtù della disperata tenacia, della quale Leonardo da se stesso si giudicava mancante. Perciò era rimasto così abbattuto.
Com’è che aveva detto? "Facesti un disegno di un cavallo per gittare in bronzo e non lo potesti gittare, e per la vergogna lo lasciasti stare". Che poi era la verità.
Lasciò da parte le questioni ancora sospese, e cominciò a dare disposizioni per i giorni a venire. "Dobbiamo fare delle prove" disse "perché nel libro del romano Plinio ho trovato la formula che ci serve per lavorare senza l’affanno della pittura che si asciuga troppo in fretta."
Tutti tenevano le parole sospese, e capivano ora lo studio del latino, e tanti ingredienti nuovi, che si stavano ammassando nello stretto corridoio.
Così continuò: "Ci servirà uno stucco speciale, che dovrete preparare con gesso, pece greca, olio di lino, biacca e bianchetto di soda. Tutto in percentuali precise. Faremo una prova su una tavola di legno, e vedremo da noi, se gli antichi avevano ragione."
I giovani erano stati attenti alla spiegazione, ma il disegno era ancora aperto sul tavolo, che aspettava. Il maestro voltò le spalle, e la tensione continuò a salire, perché a nessuno sembrò che lui volesse dare una risposta riguardo al bambino, e proprio non veniva ad alcuno di loro il coraggio per poterla richiedere. In mezzo a quelli, tutti immobili, Bernardino aveva ricominciato a pestare i colori, e lavorava con la sinistra, facendo finta, come suo uso, di non aver sentito discorsi estranei a quel mestiere che stava facendo.
Poi Marco si schiarì la voce, ma per l’emozione ne venne fuori quasi un rantolo, prese di scatto il disegno e lo parò innanzi a Leonardo, proprio ad altezza d’occhi, senza che quello potesse tirarsi indietro dal guardare.
Due offese nello stesso giorno, per giunta ricevute da persone molto più giovani, fecero come ripiegare il maestro, e ciò lo costrinse ad essere, per prima cosa, osservatore di se stesso.
Poteva così giudicare la propria ira presente, sentire il vento caldo della delusione e della mortificazione. In cambio della propria costante distrazione, aveva avuto indietro un rimprovero ed un atto di prepotenza, quindi preferì tacere. Si sentiva vecchio ed escluso, ma - per Giove - era lui il maestro, perciò tenne la bottega in silenzio per più di un’ora, durante la quale tacque, ed osservò il foglio. Proprio come quell’insolente gli aveva ordinato.
Mentre rimirava le dita del bambino disegnato, tese nella scoperta di una foglia che la madre gli stava porgendo, Leonardo seguiva con l'orecchio il rumore di una cannella dell’acqua che non era stata stretta bene, ma anche lo scricchiolio delle pietre che si andavano frantumando nel mortaio, ed in secondo piano, sfumate, ma non per questo meno vivide, vedeva le espressioni, dubbiose o trepide, dei ragazzi in attesa.
Faceva caldo, ma non quanto fuori. Firenze sapeva soffocare, con il suo abbraccio estivo, per questo lui aveva scelto proprio quella misera stanza, che aveva mura spesse e la frescura fornita dall’esposizione verso il nord.
Una mosca si posò sul disegno, e lui prese ad osservarne il corpo, le zampe sottili e la bocca a guisa di proboscide. Doveva averne fatto uno schizzo molto particolareggiato, in gioventù. Cercò di ricordare il colore del taccuino in cui si trovava il disegno.
Marco era senz’altro il più nervoso, tra gli allievi in attesa. Una guancia gli pulsava come se nascondesse al di sotto un piccolo insetto, pronto ad uscire dal bozzolo. Leonardo notò anche quello, e pensò che il giovane doveva aver speso, per se stesso e per il proprio lavoro, parole ben pesanti con gli altri apprendisti, per ritrovarsi adesso in così grande confusione e tremore.
Dopo che fu trascorso il tempo necessario, il maestro sorridendo parve destarsi dal sonno. Guardò dritto negli occhi l’autore del disegno e disse con voce dolce e ferma " Questo tuo bimbetto è, invero, bellissimo e molto in salute, ma il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’uomo ed il concetto della mente sua. Quale potrà mai essere, dunque, messere, la perfetta mente del più perfetto tra i bambini, e quali movimenti, quale sorriso, quale disposizione dell’occhio, dovremo noi figurare, perché tale concetto venga subito chiaro a quelli che lo vedranno raffigurato? Rispondimi, dunque: ti pare di averlo bene dipinto?"
Leonardo sapeva che queste erano domande senza risposta. Lui stesso avrebbe voluto averne una, perchè in ciò stava la ricerca e la tensione del vivere suo. Ma l’ardore giovanile meritava pure una piccola crudeltà.
Ormai quella minima guerra era cominciata e, pur sapendo che nei termini quella era una contesa impari, Marco si provò a cercare ancora qualche parola, per non restare nella vergogna totale del silenzio.
"Ditemi Voi messer Leonardo, allora, in che cosa dovrò migliorare questo disegno, che a me pareva davvero un buon lavoro…"
Il maestro, che aveva voltato le spalle come chi crede terminato un duello, rispose senza cambiare la propria posizione, e parve a tutti di sentirlo, nel tono, sorridente. Anche se a nessuno fu dato di vederlo.
"Il grande amore nasce dalla gran cognizione della cosa che si ama, e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai amare" disse.
Il ragazzo non trovò parole, o forse capì che era meglio non cercarle, e, dopo aver arrotolato ancora il disegno, se lo rimise sotto il grembiule e riprese l’opera sua, che era quella di ammorbidire con l’olio di lino i pennelli che erano in bottega.
Gli altri si guardarono con occhiate dubbiose, come chi non ha capito bene la risposta, o non riesce a seguirne il nesso con la domanda, o tutte e due le cose.
In tre giorni fu preparato l’impasto richiesto da Leonardo per la preparazione del muro, e lo si provò su di una tavola di legno. Veramente era possibile lavorare sul fresco per un tempo più che doppio, rispetto al solito; anzi, casomai si era invertita la questione, perché, terminato il dipinto, che era uno scorcio di montagne visto in prospettiva tra due alberi, non ci fu modo di farlo asciugare. La tavola restò molle e bagnata, anche dopo due giorni.
Allora Bernardino, che era timidissimo e raramente parlava se non richiesto, virtù di cui il maestro sovente lo lodava, propose di accendere il fuoco del camino, e di mettere il dipinto lì davanti. Ci teneva, che Leonardo rimanesse contento. Nonostante il caldo fosse terribile, tutti approvarono l’idea.
A notte fonda Leonardo venne per controllare l’esito della prova, e trovò i ragazzi che dormivano sulle sedie, con le teste appoggiate sul tavolo, e ne ebbe un moto di tenerezza, perché riconobbe se stesso ed i compagni di un tempo, nella bottega del Verrocchio.
Andò alla tavola e la sfiorò con il dito, poi si volse al camino, che ancora emanava calore, e dentro di sé ammirò l’iniziativa. Si chiese quanti camini ci fossero nella stanza del Consiglio, per poter asciugare un’intera battaglia, ma subito la sua mente venne presa da altri pensieri, perché aveva da dividere le giornate proprio con il giovane Buonarroti, a cui era stato affidato di affrescare la parete davanti alla sua.
Davvero i potenti giocano con gli artisti come pupazzi, e nell’aizzarli trovano più diletto che nell’opera loro, pensò Leonardo, prima di chiudere la porta.
La mattina del 26 luglio 1503, messer Da Vinci si svegliò che era ancora notte, con un grande senso di oppressione al petto. Aveva ancora fatto il sogno del nibbio, e gli pareva davvero di averlo visto affacciarsi su di lui che dormiva, e mettergli le piume della coda nella bocca, quasi a volerlo soffocare. Erano anni che accadeva, ed ancora non aveva imparato a riconoscere il vero dal falso, ad accendere un comando ai pensieri, per discernere quel sogno ricorrente, e riuscire a svegliarsi, come avrebbe voluto, prima di venire sopraffatto dall’affanno. Così si drizzò nel letto, soffocando un grido, madido di sudore e con il cuore in subbuglio.
Quando riprese l’ordine della mente sua, ed ebbe messo in fila le cose della giornata che stava per venire, si alzò e prese a lavarsi. Stranamente non vi era silenzio, in strada, e neanche buio totale.
Aprì la finestra ed ascoltò. Si udivano un poco lontano strane lamentazioni, come di preghiera al cielo, e luci vaghe rischiaravano alcuni vicoli, proprio in direzione di piazza Santa Felicita.
Venne preso da una strana smania, come un presentimento. Un incendio, forse.
I ragazzi non c’erano, perché da quel giorno aveva dato loro due settimane di vacanza, ed erano tornati dalle famiglie. La bottega perciò era incustodita, e piena dei disegni preparatori della Battaglia di Anghiari. Per non parlare delle tavole di legno pregiato, dei materiali per lo stucco di Palazzo Vecchio, e di alcuni dipinti incompleti, per cui aveva già ricevuto un anticipo da certi signori di Milano. Erano quasi tutti i suoi averi.
Si mise l’abito più modesto, che aveva un largo cappuccio per riparare la testa, a guisa dei frati, prese la chiave piccola del retro della bottega, e si incamminò di buona lena.
Di solito impiegava pochi minuti, ma stavolta fece un giro largo, e si fermò sovente in ascolto delle chiacchiere della gente, che, nonostante fosse davvero presto, si trovava in strada, quasi si trattasse dell’ora di far mercato. Capì che era successo un fatto grave, quella notte o sul far della sera, e vide che le guardie si stavano affannando a cercare in giro, bussavano alle porte e facevano domande.
Qualcosa nell’atteggiamento delle persone gli consigliò di essere prudente, perché certe occhiate date di traverso, e subito distolte, dirette al suo esser solo e forestiero, le aveva già vedute anche a Milano, dove più volte lo avevano chiamato mago e stregone, da principio. Poi lo avevano aspettato con le pietre, fuori dall’ospedale ove andava a disegnare i corpi.
Per quanto fosse famoso e riverito dai governanti, sapeva che neanche loro lo avrebbero potuto salvare dalla folla, resa pazza e feroce dal sospetto della presenza del demonio. Perciò si finse mendico, e tenne sempre il cappuccio ben calato sugli occhi, fino a che giunse alla piccola porta sul retro della bottega, che non aveva mai aperto, e che dava su un vicoletto lercio e quasi impraticabile per i violenti afrori degli scarti della natura umana.
Cercò di non pensare all’eventualità che, forse, non sarebbe riuscito ad aprire la serratura. O magari avrebbe attirato l’attenzione di qualche passante.
Invece entrò velocemente. Richiuse, ed avanzò a tentoni. Cercò di dominarsi, e di riprendere, contando, il ritmo dei respiri.
Era tutto buio, e l’aria sapeva di pittura e muffa. Poteva sentire il proprio cuore sbattere contro la gabbia toracica. Sapeva esattamente quale ne era il movimento, aveva potuto ammirarlo in alcuni animali non ancora morti, anche se non del tutto, propriamente, vivi.
Trovò un appiglio. Gli parve di aver raggiunto un’ isola in mezzo ai flutti.
Si sedette al tavolo più vicino, quello su cui i ragazzi pestavano i colori e desinavano, si calmò ed attese così che la luce dell’alba gli permettesse di controllare che tutto fosse a posto.
Le cose apparvero insieme, anche se confuse dal chiarore, che non era ancora luminoso a sufficienza. Più vicino gli oggetti rimasti sul tavolo, i bicchieri e la caraffa dell’acqua. Per terra, a media distanza, i sacchi del gesso e le tavole di legno. Qualcosa stava sfuggendo, nella mente sua, al riguardo della ricostruzione che si era fatto, servendosi del ricordo. C’era un dettaglio sbagliato.
Poi lo vide.
Quasi attaccata alla porta principale, un’ombra oscura, dell’altezza di un uomo, ma di maggiore larghezza. Certamente qualcosa di nuovo, lì dentro.
Prima venne il timore, com’era naturale, di fronte all’ignoto; ma subitamente vinse la curiosità, madre di tutte le scienze, e Leonardo si avvicinò alla strana figura, che andava palesandosi con l’arrivo del sole dentro la stanza. Adesso mancavano soltanto pochi passi.
Sul cavalletto, il quadro.
Lo sguardo del maestro si fermò sull’immagine da lui ideata, volto di madre e di donna. Gli occhi abbassati promettevano un amore sovrumano, tale che nessun bambino era stato trovato, corrispondente a siffatto sentimento, ed altrettanto desideroso. Fino a quel momento.
Fino all’istante in cui egli posò l’occhio, proprio su colui che aveva cercato senza trovare.
Egli era lì, e con occhio vago non guardava la madre sua, ma Leonardo stesso. Ed insieme l’umanità intera.
Il maestro rimase fermo come la pietra di certi marmi, ma desideroso di poter uscire dal corpo, per poter effigiare l’espressione sua, mentre contemplava il vero.
Dalla finestra in alto la luce scendeva insieme al pulviscolo, come un insieme di minuscoli semi, portati a gettare germoglio dal vento.
Non si avvicinò, ma rimase fermo a guardare, a cercare di capire cos’era, a rendere quel bambino tanto simile all’idea che lui se n’era fatta, prima ancora di vederlo.
Per quale mistero, quel lattante corrispondeva allo sguardo della madre, o alle sue attese? In quello sguardo di donna, c’era forse la rassegnazione ad un destino di grandezza, oppure era solo la visione dell’amore, a renderlo tanto struggente?
Provò ad avvicinarsi. Cambiò angolazione per osservare meglio.
Il bambino.
L’espressione, quell’espressione.
La testa.
Si sentì emozionato, come di fronte ad un meraviglioso ritrovamento, ed insieme spaventato, come in un sogno orribilmente stregato.
Non era quello un normale fanciullo, l’occhio era vacuo e l’espressione assente. La forma del capo, così grande ed allungata, faceva presagire uno sviluppo difficile, mancanza di parola e ragionamento tardo.
Stretto in una mano del bimbo, nascosto e poco visibile, un uccellino. Certo, a simbolo di qualcosa.
Non si affrettò a nessuna conclusione, che non era quella, l’ora. Il momento, adesso, era giusto solo per le domande.
Chi aveva terminato nella notte quel quadro, e come aveva fatto? E, soprattutto, perché? Era davvero giusto che quello, e non un altro, fosse il fanciullo? Da dove, l’artista aveva preso il modello?
Allora Leonardo potè immaginare il pensiero suo a guisa di una macchina magnifica, un telaio, che riusciva contemporaneamente a mettere insieme diversi e molti colori, e a trarne in modo subitaneo un disegno di perfetta comprensione.
Una parte di sé tornò indietro nel tempo di qualche settimana, quando era passato dalla casa dei Benci. Riuscì a trovare tra i ricordi l’immagine di una donna che allattava con infinito amore un bambino diverso dagli altri, e perciò più meritevole e bisognoso. Il bambino era bellissimo e imperfetto, ma perfetto per la balia sua, in massima misura.
Insieme rammentò le parole, dette agli allievi, circa la necessità di conoscere l’oggetto della propria indagine; il che era impossibile, in quel caso, perché il bambino del suo ricordo si trovava lontano dalla vista di alcuno, tenuto celato per la sua imperfezione: per lui stesso non era stata che una visione di pochi attimi, in quella casa di nobili. Lì vicino.
"Lì vicino" fu l’ultimo colpo secco del telaio.
Mancava ancora qualcosa, oppure era di troppo. Un dettaglio gli era sfuggito, pur restando, presente e fermo, davanti ai suoi occhi. Leonardo girò lo sguardo nella stanza, mentre le voci fuori si facevano più distinte. I sacchi del gesso non erano tutti della stessa mole, ce n’era uno piccolo.
Ce n’era uno in più.
Non aveva bisogno di conferme, perciò rimase a guardare il dipinto. Cercò una visione di insieme, e vanamente provò a soffermarsi sullo sfondo, l’aere limpido che si vedeva dalle finestre dietro alla Vergine, così simile al colore del manto di lei. Le mani della Madonna erano quelle di una bambina, ma sorreggevano ed offrivano quel figlio tanto fragile, dal destino già segnato. Il più innocente tra tutti i fanciulli, al punto da poter evitare la comprensione di qualsiasi cosa, lui che in sé racchiudeva la totalità del creato.
Quale, tra i suoi allievi, aveva una siffatta profondità di pensiero, ed era capace di tali arditi collegamenti, tra l’ideale ed il reale, l’espressione ed il sentimento?
Si provò a ragionare.
Marco era un valente pittore, il migliore per tecnica, ma senza passione. Era stato il più tenace, nel cercare di trovare un modello giusto, ma proprio per la freddezza dell’animo suo, Leonardo sapeva in partenza che mai avrebbe raggiunto lo scopo. Fuggiva qualsiasi pericolo, del corpo e dell’animo, e non si sarebbe certo fatto coinvolgere in siffatta maniera.
Salaì amava la bella vita, le feste di corte ed i regali, e non avrebbe messo a rischio se stesso per un dipinto. Mai e poi mai avrebbe compromesso il maestro, che lo aveva amorevolmente cresciuto.
No, non Ambrogio, quello era quasi uomo di chiesa, e non si sarebbe servito di tale modello, che l’avrebbe ritenuta cosa sconveniente, e, inoltre, mai sarebbe riuscito a scorgere la perfezione dell’imperfetto.
Forse Francesco, ma lui era arrivato solo da pochi giorni, e certo non aveva neanche capito a pieno le discussioni che c’erano state intorno al ritratto, né aveva fatto a tempo ad appassionarsi al caso.
Gli altri, i più tranquilli ed arrendevoli, quelli che mai protestavano per un lavoro dato in più.
Chi?
Fu la luce sul colore, ad aiutarlo. Anche se quel che vide lo lasciò incredulo.
Aveva bisogno di una conferma. Infilò la mano nella piccola borsa di cuoio, che teneva sotto alla tunica, attaccata alla cintura. Avvertì le forme dei carboncini, e finalmente la rotondità del vetro.
Lo strinse nel pugno a guisa di moneta preziosa, ma tirandolo fuori come una piccola bestia, con delicatezza. Quando il maestro vetraio a Murano glielo aveva dato, per sua propria richiesta, lo aveva stimato dono utilissimo, anche se quello si era un po’ offeso, forse, che il messere preferisse il fondo di scarto del vaso, al vaso stesso. Ma ella era una utilissima forma di vetro tonda, compatta e solida, che appoggiata ad una superficie sapeva ingrandirla, e rivelarne i dettagli più fini.
Perciò la avvicinò al dipinto, facendo attenzione, che la pittura aveva ad essere fresca.
Il maggiore interesse lo ebbe subito per i capelli, che meglio catturavano la luce, proprio grazie al verso loro, quello del ricciolo, eseguito con valente maestria dall’unica mano sinistra della bottega, oltre la sua.
Sentì bussare. Per la seconda volta si accostò alla porta del retro, ed aveva già capito che doveva trattarsi di Salaì, che era più furbo del demonio, e perciò aveva avuto le sue stesse preoccupazioni.
"Messer Leonardo" sussurrò alla porta, ed egli prontamente lo fece entrare. Avanzò con due passi grandi, come faceva alle feste per farsi notare, soprattutto dai gentiluomini, che erano il suo pane preferito.
"Hanno rapito il figlio di Amerigo Benci, l’ultimo nato. La balia lo aveva appena allattato, ier sera, e messo nella culla. Qualcuno deve essersi arrampicato alla finestra, e l’ha portato via. Era quel bimbo…quello… voi sapete, no?"
Leonardo annuì. Si mosse verso il quadro e lo indicò, senza fare parola. Anche se Salaì non era in grado di arrivare all’essenza del dipinto, avrebbe colto la somiglianza, o almeno lo strano dettaglio.
Ed infatti si rivelò nelle parole davvero figlio di un diavolo, e senza mostrare di perdere la calma chiese "Lui, dov’è?"
Il maestro gli indicò il sacco più piccolo, ed il giovane non evitò di trattenere una mossa come di brivido.
"Voi sapete chi è stato…" cominciò a chiedere, e di nuovo Leonardo annuì soltanto.
"Devo andare a prenderlo?"
"Sì, credo sia già riuscito ad arrivare dai suoi, prima di Siena. Sa cavalcare bene."
"Cosa devo…"
"Farai in modo che non possa più dipingere con la sinistra, il nostro Bernardino… E che nemmeno possa imparare a farlo con la destra. Com’è in uso tra i Mori. Che, certo, l’omicidio è cosa ben più grave che il furto, anche se sempre si è rubato qualche cosa, cioè il bene più prezioso…"
"Perché non devo?…" e qui Salaì fece il verso per aria di tagliare una gola.
Leonardo constatò con piacere che aveva visto e scelto giusto, a crescere e saziare il diavolo, perché un giorno sarebbe servito a proteggere le decisioni di uno peggiore di lui, cioè il suo padrone, quello che con belle parole aveva saputo accendere l’animo e le passioni, e che aveva portato il male, dove prima c’era il bene.
Dunque gli rispose "Perché chi vuol scegliere il peccato più grave, solo per la propria brama di perfezione, e porta dolore per rappresentare amore, è bene che dolorosamente viva , per ricordarsi quello stesso che ha scelto di figurare".
Salaì andò senza chiedere altro, pronto a svolgere le mansioni per cui era stato cresciuto.
Si era fatto caldo, le voci fuori erano come smorzate, o forse erano tornate alla normalità, per quell’ora del giorno. Leonardo rimase dentro la bottega, nella penombra fresca, e non gli riusciva di staccare gli occhi dal quadro, che era ancora nella sua posizione originaria, sul cavalletto, vicino alla porta principale.
C’era da far sparire il sacco, trovandogli una sistemazione acconcia. Non poteva certo uscire portandolo con sé, anche se era leggero. La sola idea gli toglieva la forza dalle gambe. Avrebbe potuto chiamare qualcuno, forse uno dei garzoni dei negozi vicini. Ma dove l’avrebbe fatto portare? E come sarebbe riuscito, a celarne il contenuto?
Si guardò intorno.
Quanta parte aveva avuto il suo pensiero, nello svolgimento dei fatti? Era stato lui, ad insistere sulla necessità di ritrarre un atteggiamento che indicasse la perfetta purezza del bambino mancante: Bernardino aveva scelto di dargli ascolto. Chissà quel giovane cosa aveva covato, in cuor suo, nel silenzio, negli sguardi dati tutt’intorno, quando pareva seguire e non seguire il filo dei ragionamenti degli altri: forse rabbia, o piuttosto la certezza di aver capito, lui solo tra tutti i ragazzi, e di avere la possibilità di mettersi in luce con il proprio ingegno, anche senza tante parole.
In fondo, l’allievo non aveva fatto che dare forma all’idea più ambiziosa che la mente del maestro avesse mai concepito. Ancora più grande dell’aria impalpabile e dei venti, che liberamente circolavano nei suoi dipinti, e delle ombre, e degli sfumati, che rendevano misteriosi e bellissimi i sorrisi delle madonne: era il concetto della perfetta rappresentazione della purezza.
Bernardino aveva quindi dovuto trovare un modello reale, e studiarlo con amore, proprio come Leonardo aveva più volte raccomandato. Che colpa ne aveva, se quel bambino era una specie di fantasma? Forse aveva sentito il maestro, che diceva a Salaì di averlo veduto, e magari nella mente sua aveva iniziato a raffigurarselo prezioso, così in disparte e diverso dagli altri. Un Gesù bambino ideale.
Magari era andato a spiarlo dalla finestra, e, vago di ritrarlo, senza pensare ad altro che all’opera sua, se l’era portato via. Così potevano essere andate le cose, pensava il maestro.
Il come e quando, non voleva proprio saperlo. Forse gli era scivolato, o magari lo voleva zitto e fermo, per dipingerlo, e lo aveva soffocato. Questo voleva significare il cardellino del quadro, costretto nel pugno di Gesù.
Grande si fece l’angoscia. Lui e Bernardino, i mancini. Solo uno di noi due, poteva essere stato. O, forse, tutti e due, pensò Leonardo.
Si concentrò sul sacco, e girò gli occhi intorno. Non c’era una cassapanca, niente di adatto a celare. Solo muri alti di mattoni. Si avvicinò e provò a saggiarne la resistenza: la vecchiaia aveva reso teneri anche quelli. Ne tolse quattro, ed un intero giorno attese il ritorno di Salaì, per fargli finire l’opera.
Lo aiutò a scavare, perché dietro il muro c’era la terra di un giardino, confinante e sopra elevato.
Misero il sacco e poi la calce. Di nuovo, sopra, i mattoni.
Finirono che era già notte, ed ancora Leonardo non aveva chiesto niente, ma, dai modi di Salaì, aveva capito che ogni cosa era stata fatta, come lui aveva comandato: che non doveva essere stata cosa semplice, neanche per il demonio, giustiziare un amico.
La notte era piena di stelle, e molto silenzio regnava d’intorno. Uscirono, e cercarono di trovare bella Firenze.
Venezia, 5 gennaio 2004
La Galleria dell’Accademia, con moltissimi visitatori, accoglie il quadro della Madonna Litta, in prestito, per soli quindici giorni, dal museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Molte spiegazioni, su grandi cartelli posti nella sala, e diverse ipotesi, circa l’esecuzione del dipinto. Non tutti gli storici dell’arte, infatti, l’attribuiscono a Leonardo Da Vinci.
Si avvicina una donna, che ha per mano il suo bambino di sette anni. Indugia a lungo davanti al quadro, poi si sposta e legge le spiegazioni. Torna a guardarlo, fa per uscire, ma poi ci ripensa, e di nuovo si mette in fila, per vederlo ancora.
Il bambino è spazientito, le tira la mano.
Con calma lei cerca di convincerlo a restare, gli indica l’uccellino nel dipinto, sperando possa interessarlo. Poi all’orecchio gli sussurra un segreto "Guarda bene il bambino, è …"
Il figlio getta appena l’occhio, ed aggiunge con noncuranza "E’ perfetto".
Poi le lascia la mano, e cambia sala.
Controluce
Che luce mia
s’intarsi per l’inverso
al bosco umbratile
allo stormire oscuro
di rami e foglie
sull’argine dell’alba
e l’ombra mia
si stagli per intero
sull’assolato
convegno delle forme
sul lato acceso
che eredita la notte
**************************
Le colonne immerse
(Che resti l’Ercole impotente:
le cui colonne immerse
col sangue ho rinnegato)
Sale la bruma e spacca l’ossa
alle brughiere: ventose sentinelle
di rango disumano
digestione di eriche e ginepri
mirtilli e sterpi
residui cronici di un pasto vegetale
concrezioni d’un cielo capovolto
eccedenze di muschi e di radici
sul fondo calice del vuoto
e corrono i cavalli e la canizza sbrana
e i corvi gracchiano dai tempi del disgelo
e il cacciatore arranca
senza fiato rincorre la sua vita
preda cangiante che del cosmo
si crede l’epicentro
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Non muoio a sangue pisto ed ossa rotte
ma a cauti vezzi e vizi di rimpallo
che gaia incuria e vaga strategia
di lampi prodigiosi disadorno
luce inferno nell’occhio mi strabordo
fomento e supponenza di eresia
dei miei santi non valgo il piedistallo
ma drago di mulino e donchisciotte
sui campi di battaglia faccio il morto
ramengo oziando in quieta frenesia
lesto sonnecchio e bradipo sfarfallo
tra simboli fuggenti e lune estorte
tra ombre e luci al chiuso riprodotte
burba tempesta in bolla di cristallo
di vento e di bufera scheggio via
che scorpione mi scodo e capricorno
mi strappo delle corna e a muso inerme
tra le corazze e gli armamenti vago
carcassa appesa al morso della fiera
eunuco consumato a fiamma casta
dal dogma mi distacco per scissione
e sguardo al cielo e membra tra le ortiche
a fior di pelle sbocciano vesciche
all’occhio s’addolora la visione
pupilla allucinata che sovrasta
sovranità dell’iride frontiera:
prisma dell’essere coscienza-imago
che tutto scinde e carne mi prosterne
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Sperperato incanto
Non vivo a saldo cuore combattente
ma vigliacco bivacco nell’addome
uccel di grasso a casalinga piuma
per le gabbie svolazzo saturnino
chiocciando cove e uova di parole
albume e tuorlo a lingua maldicente
oscenità del fradicio pulcino
che troppo infuria antropica natura
e sperperando giorni e sogni impavidi
sottraggo umanità dalla mia testa
fino a che impulso di nervo ancestrale
lisca lucente di corpo selvatico
midollo arcaico santissima bestia
carnoso esubero di ninfe e satiri
come d’incanto alla corte del panico
sacra siringa mi sento suonare
**********************************
Katrina
Salsedine alghe vive moti ardenti
maglio di luce sull’incudine del mare
se cumuli forgiati in ruvide torsioni
annuvolata meraviglia
esasperato crisma
se l’occhio il grande fiume avventa
se a làtere quell’ombra
se a margine lo sguardo
se bocca della quiete cardine s’ingegna
a torvo sortilegio
che vortica maligno e sogni sradica
dai fasti della carne
pupilla incarognisce di palude
e coda tra le zanne
crettato alligatore
espugna la barriera
e nell’impluvio mastica la vita
sul filo amniotico dell’arroganza
che il fine rende vana la carcassa
ed argine sicuro è ossame di sbilancio
carcame puntiglioso che minaccia l’urna
al tempo dell’incanto.
Al netto delle cronache mondane
tra fuoco e fango
tra plasma e plasma
tra sponda e sponda
tra l’onda impura
e l’acqua marcia
a grumi provvisori
passando per la cruna
al mondo delta creolo
un po’ del nostro sangue
un po’ del nostro lutto
appena in tempo…
che carnevale affiora.
Ancora
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Embedded
Coperto corre all’aria disboscata
ansia metallo errante
dal suo rombo strombazza e sbava
e non si cura dell’impatto in atto
si sposta in retroguardia
o segue un filo di binario
treno che al funerale non singhiozza
e al fondo recita la parte del carbone
nell’austera fornace della morte
(Cerbero suo malgrado ringhia e morde:
dal guinzaglio s’allunga nell’umano
per devozione sbrana le sue greggi
pastore bestia d’ordine marziale)
pur di coda resiste turbolenza
ma poi bilancia il vento
il piano ben studiato
il condor dall’artiglio calibrato
o volpe cittadina con pelliccia
cucita su misura
(mamma mimetica
a denti democratici
candidamente ride.
Nel ferro e su sgabello
l’incappucciato elettrico
per mille Volte
assaggia la sua corte)
il grigio allunga il passo
nell’ombra del suo codice
i morti riavvampano nel plasma
o in liquidi cristalli
e se l’incendio esige le sue fiamme
allora basta un pollice
per spegnersi lontani
(un cumulo di corpi
sul pavimento crudo
annuncia un lampo chiuso
che infigge esibizione:
avranno un pio crociato
un colpo di spallucce
e tutto sfugge al popolo sovrano!)
ma dalla cattedrale
chi urla al paradiso
se non Quasimodo?
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