DEDALUS: CORSI, CONCORSI, TESTI E CONTESTI DI VOLO LETTERARIO

Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
giovedì, 31 gennaio 2008

Tre poesie di Viola Amarelli

 

Una poesia non facile e non consolatoria, quella di Viola Amarelli, sospesa, nel caso delle tre poesie qui pubblicate, tra echi e reminiscenze mitologiche ed oniriche che illuminano di riflesso moderni e più aspri panorami. Anche in questo caso invito chi lo vorrà a leggere e a commentare. I.M.

POESIE DI VIOLA AMARELLI

Lucreziana

Qualsivoglia vita squagliando

fosse di gelsomino - l’aria ubriacata chiara

di stecco secco e storto - memoria tra le bacche

di cincia mattutina - cipria per piuma rossa

di uno vecchio idropico - la corsa da ragazzo

lascia una traccia

invisibile inghiottita

sino alla prossima rinascita

immersa nelle cellule

le stesse, vedi?, diverse.

 

    

da "A Delfi" (Notizie dalla Pizia)

XIV- La dionisiaca

Bello e biondo e stupratore.

Intelligente, certo, e colto, chi lo nega

specie coi nobili pedofili seguaci,

non il mio tipo, grazie.

Almeno Dioniso era vero che

un attimo al vederlo ti prendeva

e quando l’ipocrita partiva,

un po’ per uno, per gli Iperborei

allora la fessura sacra tornava

e il tempio inebriava tutto il mio dio.

Vino novello danzavo l’interdetto

vortice chiaro a scioglier di misteri,

diritta, che lupa nulla occulta

così fui a parlare a Edipo chè

le mielose, in assenza del padrone,

balbettavano al solito allusioni.

Dioniso mostra crudo, viscera e ossa

quello che è, bestia e sovrumano.

Vibra, che puoi, l’essenza

al grembo di gran madre

s’alleggia ogni superfluo

tienlo per certo,

alla potenza che tu sei rallieta,

riso lattante Zagreo sempre rinasce

sconvolge vita e morte

e viceversa.

 

XV - L’apollinea

La dioniséa mi tien per traditrice

ma lei rileva solo alba e tramonto

altera del frammezzo non curando

e nel frammezzo quel che scorre è vita.

Tesso, incessante intreccio come posso

lacera rete, freno al belluino

che umano col divino condivide.

Sconto l’inanità universa, la riconosco

come il neonato a rupe di Tarpea

e lo schiavo sfinito alla miniera,

ma tu pure con me, Febo, resisti

nel rischiarare un micron l’orizzonte

l’unica strada aperta per l’agire

quello che conta, l’armonia di luce.

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categorie: poesie
venerdì, 25 gennaio 2008

Inediti di Sebastiano Aglieco

Torno ai testi creativi, proponendo in lettura i testi di Sebastiano Aglieco, poeta che mi ha più volte ospitato sul suo blog RADICI DELLE ISOLE e che ora ospito a  mia volta in questo spazio. Sarò lieto se, ispirandovi ai testi di Sebastiano, o spaziando liberamente, vorrete lasciare un commento. I.M.

 

TESTI DI SEBASTIANO AGLIECO

E ancora dormi, scolpita
nel mio acciaio, disossata
dalla mia claustrofobia
ombra della luce
mai lenimento, e ferita
vilipesa nei clamori
ancora dormi in me
partita, dai miei
occhi innamorati.

*

Dopo, il soccorso
ore slavate nelle sere occidentali
in attesa del sangue.
L’ago della spina contro gli occhi.
Ora appari tu
guardata dagli occhi dove ti sciogli
ora, traslochi nel mio cuore
e non mi senti
i passi si moltiplicano
la notte mi vivi nel tuo respiro.

*

Fiotto, a voci, dalle tue mani
subito inaridita, questo mi resta
questo posso pregare.
Gli alberi dicono che
il fiato non ci appartiene
neanche il ricordo che abbiamo accumulato
i visi che ci hanno posseduti.
A volte è proprio così
tra la casa e la cantina
incedere nei dirupi e
non ti accorgi della lontananza.
Aprirmi dal vero, voglio
i fiori in attesa della fine
i tetti dove viaggiavi
gli ulivi sanguinanti.
E’ silenzio fatto di respiro
è mantice che succhia il cielo
fine della campagna
fine dei sogni
fine della parola fine.

*

Il desiderio avanza
segni, interpunzioni
cosciente che divaghi e non perdoni
neanche muta, se ricevuta
dai poeti in disonore.
Ora viene la notte
ora è la stagione delle serre
ti sentirò dalle tane delle formiche
sangue in bollore caldo, solo forma di
sangue accucciato nei miei pori
in me si chiude il senso
in me si riapre la tua giusta causa.

*

Queste armi di cartone
questo giubilo sempre risucchiato
questo rivangarti e non trovarti in nulla
conoscerti nella mia prima strozza
ricostruirti in me, sibilo possente
e in me rinchiuderti, prepotente.
Per dire con quel tono che tutto azzera
canto delle alte stagioni e
degli inganni, definitivo pallore dei
dirupi, in quale polla, in quale
luogo segreto, in quali silenzi si forma
questo senso, questo albeggiare dove
sfiati, altro cantare, altro
sentirsi celibi per sempre?

*

Eppure non l’avrei mai detto
quel silenzio sulle piaghe della tua pelle
come un viaggio del tuo viso, dove le parole
ritagliano nel silenzio solo il
non detto di te, l’indicibile
e da un momento all’altro ho creduto
ho immaginato le tue mani vive
la fonte dei tuoi occhi, quando
parlavi della poesia:

- sai cosa saremo, dopo?
Un paesaggio saremo
un indicibile moto di quello che preserviamo
solcati dagli sguardi dei viandanti
un andare e venire, la piega della
bocca immortalata -.
Tu cessato, esule, dalle tue
pianure dove si alza il vento.

*

Ancora questa moria di versi
in attesa del taglio giusto che c’imprime
io lo sapevo: segni, apparizioni dalla vita
dove ci contiene il senso
io senza chiarezza, senza ritmo, senza poesia
un colore freddo svagato nella memoria
le mani nel dissenso
nell’indifferenza dei poeti.
Memoria della voce aspettavo
e tu sapevi che non c’era redenzione
- ho collezionato dei tagli
mi sono consumato tutto in attesa di questi tagli -.
Ecco, ti vedevo, dal soffio avrei
intuito l’isolamento, più tardi
ti avrei vista, avrei sentito la tua
voce gutturale, il dolore,
mi avevi detto, ecco cos’è il dolore.
Poi c’era stata ancora una interruzione
certo, se avessi saputo leggere
l’interpunzione di quei segni
le tracce lasciate sulla scrivania dopo
millenni, nessuno avrebbe saputo più
trovarmi, nessuno avrebbe ricordato il senso.

Ancora si ricordò
ancora gli venne quella cantilena sottile
sulle nocche delle dita
- toi, qui dans la vie tu m’as fermèe les yeux…
non avrebbe voluto anticipare il taglio
non avrebbe voluto addormentarsi tra i nemici
ora i bambini gli assomigliavano
ora li vedeva.

***

II. Paesaggi intorno a Siracusa, 1994

C’erano segni che non ci lasciavano stare
e fuochi, e rocce di una spiaggia secolare
avvisaglie di un tempo incalcolato
che a malapena si lasciava misurare.
C’erano interferenze minime
gli occhi lucenti e la parola bastarda
il pianto violato
l’estrema mia periferia.

*

Eppure tu venivi nella notte
la festa come una veglia
all’altezza degli occhi
la porta nel cuore
una perduta notte.
A volte bastava uno sbaglio
e la terra franava sotto i piedi.

*

Da lì, tu che mi contieni
partenza è tratto, luce riflessa
e non si svela nulla alla partenza.
Dicevi che non c’era redenzione
fuori le cesoie
i morti gonfi, tutti morti, gonfi.

*

Eri deserto di uomini e di donne
sull’estrema albeggiata riva
gli anni cantàti a malapena
le morte stagioni
era il tempo dei passi svelti e dei mattoni
niente che si ricordava il nome.

*

Occhi, rapidi occhi
i fiordi si stupiscono sul davanzale
la luce imprestata, stanca luce.
Era la riva che si lasciava portare
le venti monetine, i rami rossi
il fuoco in ogni dove genuflesso.

*

Forte nel mio cuore
una tana ricucita
mastice e sutura di parole
sempre più crudeli.
Ora appari tu.
C’erano canti che misuravano il nome
c’erano le scarpe rotte
i bambini morti.

*

Lessi solo per sentirti dire
il dolce inganno e il desiderio spento
le cicale abbuiavano nei fanali
l’aria schioccata era un oltraggio ai
vivi, quello che rimaneva
nessuno lo poteva misurare.

*

Giunsi troppo tardi e
non c’era più un lamento
occhi albeggiavano a mani spente
i figli morti, la saliva della terra.
Eppure c’erano ancora pezzi e
altarini per i santi
chi piangeva non ubbidiva
fuoco senza partenze e mani giunte.

*

Andavamo giù per burroni
(le infinite perdite di maggio)
i cristalli di rocca nelle ciminiere.
Dicevi che non c’era redenzione
e le parole date senza un lamento.
Le partenze s’addensavano nei tramonti.

*

Erano i cerchi morti, le strade del
dissenso, le tombe scavate dentro ai
pozzi e le parole riempite con gli sputi.
Ora ci lasceremo trasportare
i canti lanciati contro i muri
eppure vorrei ferirti
aprirmi nella mia prima strozza
il fuoco di te che non conosce il nome
àncora nel tuo sangue.
Vedi come s’addensa l’ora
il lume spento
l’oscuro lenimento e le ferite.
Tu mi risorgi.

*

Verranno in fila i pensieri a reclamare
dove il vento si strinse nei burroni
e noi stringemmo gli occhi.
I fiori pungeranno i topi
e le parole saranno cattedrali.

*

Tu mi dicevi che il canto è un vento nuovo
che ogni volta ci scorda
il canto sei tu che parti da lontano
luce degli occhi, mia luce, perduta.
Era poca la terra, il fiato arato
la pelle dei braccianti in contumacia
e il mare che albeggiava sulle mie sconfitte.

*

Noi saremo portati da un suono
lentamente scenderemo le scale
dove i viandanti placheranno le acque.
E tu, ragazzo, ancora in me
in quest’attesa di fragole
in questo opporsi sempre
ai flutti e alle autostrade
solo il vento ci dirà chi eravamo
e i semi della terra
ovunque incontreremo un padre.

*

Arrivavano in noi dagli estremi confini
arati in picchiata e senza
un dove della terra, morte voci
i contadini dalle strette bocche
le armi della prima guerra.

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categorie: testi
venerdì, 18 gennaio 2008

IL SOGNO DELLA POESIA

- intervento di Mauro Ferrari -

 

    1.

 

   Una seconda possibilità - è questa l’illusione. Non ce ne può essere che una. Noi lavoriamo al buio, facciamo ciò che possiamo, diamo ciò che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte.” Henry James, in The Middle Years, esige per l’arte lo statuto di complemento della vita - e forse di sostituto. [1] La follia dell’arte, dice James: ma anche la sua nobiltà, la sua statutaria impossibilità o, per dirla con Wilde, la sua suprema inutilità; il suo sogno. Per parlare di sogno della poesia” (e distinguendo dalla “poesia del sogno”, per cui si rimanda all’antologia di Almansi e Béguen, Teatro del sonno), dobbiamo confrontarci con l’ideale di ricostruire ed esaltare un’unità fra tutti i livelli di consapevolezza e coscienza: ci addentriamo cioè in quei luoghi dell’utopia (paradossalmente, un non-luogo) che vengono visitati da una categoria di persone che attraverso i millenni hanno usato la parola per evocare un “sogno che la cosa esclam[a] / nel buio della mente” (Mario Luzi); quei “viaggiatori per i quali è aperto / l’impero familiare delle tenebre future” (Baudelaire) e che visitano “la terra inesplorata / dai cui confini nessun viandante torna” (Shakespeare). Il loro scopo? “Unir parole ad uomini”, “il dono / breve e discreto che il cielo mi ha dato” (Sandro Penna). 

   Dice Joseph Campbell che “l’artista è colui che ha scelto di vivere a contatto con la propria felicità[2] anche se non è esente dal cruccio di Baudelaire: “Quando saprò mai fare / dello spettacolo vivente della mia triste miseria / il lavoro delle mie mani e l’amore dei miei occhi?”. Questo lavoro manuale è il felice gioco infantile, il poiein, che nell’artista continua per tutta la vita legandolo all’infanzia, al momento del sogno e dell’onnipotenza.

 

   Dice Giovanni Sias [3]

 

Il fantasticare dell’adulto è la prosecuzione del giocare del bambino. . . .La questione è che l’artista ottiene per mezzo della fantasia quel che coloro che non sono artisti ottengono solo nella fantasia; l’artista non ha abbandonato gli oggetti del gioco, ma è colui che ha trovato il modo di continuare a giocare. Come il bambino, ha preso molto seriamente il suo gioco, e con esso, e attraverso esso, organizza e costruisce la propria esistenza intellettuale e materiale. (p. 119)

 

Non è quindi necessario scomodare il surrealismo, il dada o le poetiche del Fanciullino, perché la dimensione ludica, il gioco, l’azzardo, la costruzione, sono elementi già impliciti nel fare arte. In particolare, la Poesia ha sempre trovato difficoltà a integrarsi in qualunque sistema estetico - si veda De Sanctis e Croce - proprio perché i suoi materiali di partenza sono le parole, di per sé dotate di significato in un modo diverso dalle note musicali e dai colori; fatto sta che la Poesia porta con sé l’esigenza di strutturare i significati in modo ben differente rispetto alle altre arti: suo territorio è la parola, suoi tasselli di base il materiale più comune e più complesso per la vita quotidiana di tutti. Quindi, per giungere al massimo grado di espressività, il poeta non può fare a meno di accedere a tutti i livelli di esperienza, compresi - forse soprattutto - quelli limite.

 

   2.

 

   Secondo Archibald MacLeish, gli artisti devono dare una “metafora al proprio tempo”; “siamo venuti per dare metafore alla tua poesia”, dicono dall’Aldilà gli spiriti a Yeats, e “Nei sogni inizia la responsabilità”, dice un verso da lui citato in epigrafe a Responsibilities. La Poesia si confronta con l’esperienza-limite del sogno, allora, come in questo testo di Ted Hughes:

 

. . .

Emergono

invisibile sgorgare dal freddo marino

sull’uomo che passeggia sulle sabbie.

Si diffondono a terra, nella porpora fumosa

dei nostri boschi e città; un’irta ondata

di spettri alti e ondeggianti

che scivolano come colpi sull’acqua.

Le nostre mura, i nostri corpi, non sono un problema per loro.

I loro appetiti dimorano altrove.

Non possiamo vederli o volgere a loro la mente.

Le loro bocche gorgoglianti, i loro occhi

in lenta furia minerale

premono sui nostri nulla dove ci stendiamo a letto

o sediamo nelle stanze. I nostri sogni magari sono arruffati,

o ci svegliamo di soprassalto al mondo degli averi

boccheggiando, scoppiando di sudore . . .

 

(Ted Hughes, “Granchi fantasma”)

 

   L’emergere dell’inconscio e del subconscio come la risalita notturna dei granchi: è qui il rapporto - più stretto per alcuni che per altri - fra veglia e inconscio; o, meglio, la dicotomia fra i due, che tuttavia tendono a convergere - per alcuni, ancora, in modo più palese e fruttuoso, per altri in modo più distruttivo; per altri ancora - e sono la norma, i non artisti - la vita è relegata alla parziale consapevolezza della veglia e viene lasciato fuori, senza troppi sforzi apparenti, l’ospite rumoroso che è stato allontanato dalla sala... E il cui rientro è sempre pericoloso:

 

Abbiamo indugiato nelle sale del mare

presso fanciulle del mare incoronate d’alghe rosse e brune

finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

 

(Eliot, “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”)

  

   Il poeta è infatti acutamente consapevole della parzialità della visione che ha nella veglia, e del bisogno di raggiungere l’unità:

 

oh, che maestri di consunzione siamo per le cose;

mentre esse godono eterna fanciullezza.

 

Se uno le accogliesse nell’intimo sonno e dormisse

profondo con le cose, oh, come verrebbe lieve,

diverso al nuovo giorno. . .

 

(Rilke, Sonetti a Orfeo)

  

   L’inconscio e il sogno non hanno le differenziazioni imposte dalla veglia - il mondo “dell’alfabeto  e del Libro”, secondo Sias. (p. 95): ed è questa la caratteristica che gli oggetti del sogno possiedono in comune con quelli letterari: essere governati dai meccanismi dello spostamento e della condensazione (“Dichten” in tedesco è “fare poesia” ma anche “condensare”); essere cioè decontestualizzati rispetto alla realtà, “magici” in quanto privati della loro funzionalità primaria, vale a dire il campo dell’azione pragmatica. L’oggetto, in poesia, è sempre connotazione, emblema, simbolo; non si può fare a meno di caricarlo di pulsioni al significato: “L’oggetto naturale è sempre il simbolo più adeguato” (Pound). Anzi: più il poeta tenta di restituirci l’oggetto, il proprio oggetto di poesia, con precisione, più esso diviene straniato, lontano dalla realtà, imprigionato all’interno dell’oggetto ritmico che ha in realtà creato; perché ciò che il poeta costruisce è un oggetto ritmico, una bolla di tempo all’interno del quale i contorni delle cose ci appaiono diversi, profondamenti alterati, altri.

 

   3.

 

   I poeti e il sogno, si diceva: i poeti, va chiarito, non sono per nulla perduti in un mondo di sogno, e considerano la propria arte “un sogno fatto in presenza della ragione”, secondo la splendida definizione del gesuita Tommaso Ceva (1706). La capacità di immersione nei sogni deve infatti essere collegata a quella tutta pragmatica e razionale di riemergere con i doni, tornando da questo paese di sogno le cui mappe sono solo i racconti dei sogni; un mondo in cui possiamo ritrovare, dice Sias, una traccia della nostra felicità mitica, anche come fuga dalla razionalità oppressiva e unidimensionale; (viceversa, il sogno può essere anche una prigione di alienazione: c’è uno stimolante racconto di Stanislav Lem[4] in cui uno scienziato ha imprigionato dei cervelli dentro dei forzieri, fornendo loro stimoli artificiali di tipo meccanico, attraverso i quali queste essenza inumane credono di vivere una vita reale.)

   Ma il dubbio sulla consistenza del Reale non è comune a tutti noi,  non è lo stesso dubbio di Montale e di tanti filosofi?

 

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo:

il nulla alle mie spalle . . .

 

(Montale, “Forse un mattino.. .”)

 

Quando Coleridge, nel suo “Kubla Khan”, sognò un regno della poesia, ebbe le idee chiare almeno sugli elementi chiave da inserire: la potenza sessuale (“un’imponente cupola di delizie”); la dimensione del sacro (“Alph / il fiume sacro scorre / per caverne senza fondo”); l’immaginazione che sgorga ”a tratti: / fra impetuosi scrosci irregolari”. Ma soprattutto, attraverso questa poesia, il tempo ci consegna la consapevolezza della prigionia del sogno: da esso emersa, la Xanadu di Coleridge svanì ben presto alla sua immaginazione cosciente, e l’autore non poté mai terminare la poesia. Il reduce del sogno è solo un altro frammento spezzato, difficilmente interpretabile.

 

   4.

 

   L’interpretazione delle opere d’arte, sottolinea Leon Edel in Stuff Of Sleep and Dreams[5]è persino più difficile dell’interpretazione dei sogni, perché lo psicanalista ha di solito il sognatore a disposizione, per fornire un aiuto”, mentre il critico letterario “lavora solo col testo e può andare solo dove il testo lo porta.” Parlando del rapporto fra psicanalisi e arte, lo stesso Freud ammise del resto che “è proprio sulla bellezza che la psicanalisi ha poco da dirci”. L’attenzione dello psicanalista per l’arte è sempre stata rivolta all’analisi dei contenuti, al modo cioè in cui questi si strutturano sulla pagina come linguaggio. Le condizioni per cui questo processo riesce a produrre arte è del tutto al di fuori di questa analisi: né il significato né il significante ci conducono infatti alla Bellezza - se pure questa è davvero il fine ultimo dell’arte, e non la verità. Lo studio delle motivazioni per cui Michelangelo scolpì il Mosé in quell’atteggiamento preciso, tanto lucidamente spiegate dallo stesso Freud, o l’analisi psicanalitica di qualunque altra opera, possono sì far luce sul processo, ma non dirci ciò che l’artista troverà al termine della “discesa nel maëlstrom”, la calma del fondale in cui risiede la possibilità di salvezza (si veda Una discesa nel maëlstrom di Poe). Lo stesso dicasi per il significante: se è, per esempio, possibile e fecondo parlare di “disseminazione del significante” nel caso della striscia fonematica ONDE (in “A Zacinto”) e dei derivati dai pronomi di seconda persona (tu / tuoi / ti / te / tua / ta) ecc.) nell’attacco di “A Silvia”, non è possibile da questa annotazioni risalire al valore di bellezza dei testi.

   Usare il linguaggio è sempre attuare una visione, una riflessione, quindi riflettere su sé e il mondo. Linguaggio, riflessione, riflesso, specchio: elementi che rimandano al mito di Narciso. Eco si innamorò di lui, che la respinse: viene rifiutato il suono che si piega su di sé, che non dice; ma Narciso si innamorò poi, per punizione divina, della propria immagine: e qui abbiamo un altro rischio di intransitività dell’arte: l’attaccamento alla propria voce - ancora, gli uomini che amano il proprio nome più della propria opera. [6] Ma  dal fiore del NARCiso si può estrarre un NARCotico che, guarda caso, cura le malattie dell’orecchio!

 

Un canto forte ci trascina,

noi da tempo malati all’orecchio.

 

(Basil Bunting, BRIGGFLATTS, “Coda”)

 

   Il rapporto fra l’irrazionalità dionisiaca del canto e la razionalità apollinea del discorso ha radici straordinariamente antiche. Fu lo stesso Apollo che intervenne per tacitare le profezie di Orfeo, il capostipite di tutti i poeti, la cui parola era a contatto con un significato globale, pre-logico, che ingloba gli opposti di vita e morte, sonno e veglia, consapevolezza e utopia, sanità e follia; con curiosa ma spiegabile invenzione, si tramanda che la testa fosse conservata nel tempio di Dioniso (i sensi), e la lira nel tempio di Apollo (l’intelletto). In tal modo i due dei potevano controllare in modo incrociato, diremmo oggi, la possibile parola del poeta: i Sonetti a Orfeo di Rilke ci restituiscono questa tensione all’unità: coincidenza degli opposti, o meglio suo annullamento, equilibrio fra creazione e distruzione, fra parola e silenzio (Alcesti che ritorna muta dall’Ade) e fra enigma e svelamento (Euridice che non può essere guardata da Orfeo). Ciò che riemerge dall’Aldilà, dal Sogno, è un muto e inviolabile testimone sacro.

   La parola stessa, del resto, è tesa fra gli opposti:

 

vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca nadir e zenith della tua significazione

 

(Luzi, Per il battesimo dei propri frammenti)

 

Il poeta vive nell’equilibrio e dell’equilibrio e, come la lontra nella poesia eponima di Ted Hughes, non appartiene né alla terra né all’acqua ma sa sprofondare in entrambe:

 

rientra nell’acqua fondendosi.

 

Né d’acqua né di terra. Alla ricerca

di un mondo perduto la prima volta che si tuffò, a cui non può più giungere.

 

(Ted Hughes, Una lontra)

 

Non è il tema de “L’anguilla” montaliana?

  

   5.

 

   Si citava in apertura, dall’Amleto, “il territorio inesplorato dai cui confini nessun viandante torna”: ma se il poeta dà voce ai sogni, personali e universali, allora l’esistenza di questo luogo si fa più concreta anche se sospesa ai fili del discorso, o meglio della scrittura: una poesia è sempre una scheggia di significato che il Logos porta a galla dalle profondità del caos indicibile; in Poe, un riaffiorare dopo il naufragio dal fondo del maëlstrom. Solo passando per il fondo del gorgo, ci spiega Poe, si può uscire e tornare a galla. Sottolinea Sias: “. . . l’artista lo sa, ed è la sua pena -  l’opera non basterà a salvarlo, a renderlo adeguato al suo anelito di salvezza.” (p. 120) Usciti da questa dimensione del sogno, sacra, in cui siamo simili agli dèi nel potere ciò che vogliamo (ma tanto fragili da non poter controllare questo desiderio), non c’è modo di sapere cosa eravamo, cosa abbiamo lasciato di là: possiamo solo parlarne, affidare le nostre speranze al filo del discorso, perché ci porti fuori del labirinto, al fondo del maëlstrom e poi a galla. Il sogno della poesia è appunto dar voce a tutto il dicibile, ricostruire l’impossibile totalità di tutti i discorsi, e all’interno di questa rintracciare il proprio personale filo del significato, che riporti fuori dal labirinto e garantisca la salvezza. È questo il punto di contatto che la Poesia, come arte della parola, ha in comune con la Psicanalisi: la ricostruzione tramite il discorso della tragedia di vivere, secondo le parole di Sias.

 

   6.

 

Ma è davvero visitabile questo luogo? Questo Eden di significato è davvero alla nostra portata - cioè, a quella delle nostre parole? Esse in realtà non ci portano alle cose, ma ad altre parole: al di sotto del linguaggio c’è sempre e solo linguaggio. È in questo senso, disperante, che l’artista sa di essere prigioniero della propria arte: parlare è sempre un parlare di sé: l’ansia iniziale dell’Amleto, con la domanda rivolta al messaggero dell’oltretomba - del sogno -  Svelati”, non ha mai risposta, e l’opera si chiude sempre, circolarmente, con le ultime parole del protagonista: “il resto è silenzio.” La salvezza, il monumento più perenne del bronzo, sono proprio e solo nella provvisoria rottura del silenzio che avviene durante la messinscena; silenzio che non è il nemico da sconfiggere (è infatti antecedente alla parola-logos, contemporaneo e posteriore) ma l’occasione da cogliere, il pretesto; è l’elemento che struttura ogni significato.

   Nel territorio del silenzio, cioè il deserto dei Tartari oltre le mura del nostro discorso, noi avanziamo portando una nostra ansia di dicibile che ci definisce umani. È in questo territorio che il poeta si deve offrire, facendo se stesso sacro (sacrificandosi) e aprendosi alla pulsione di nuovi significati che, per emergere, hanno bisogno di lui come punto di rottura.

 

 

 

NOTE



[1]L’artista, come l’avventuriero della poesia di Rilke, può avere la funzione di arricchire la vita ricostruendo un frammento, completando, dando un senso alla parte mutilata, ma sempre vivendo in prima persona la tragedia: ripristinando cioè l’unità, ma al prezzo di impadronirsi, come un vampiro, della vita altrui: “molte vite venivano / quando egli le adescava; come a volo // venivano: vite di morti ancora / calde che, sempre più impaziente e minacciato, entrando in loro continuava a vivere; / o vite non vissute fino in fondo, / ed egli le sapeva ravvivare, / ed avevano nuovamente un senso.” (Rainer M. Rilke, “L’avventuriero”, in Nuove poesie. Requiem, Einaudi, Torino 1992; poesia composta nel 1907.)  Si tratta di un dono che è anche un furto (duplice), perché nel completare e vivere la vita altrui, l’artista perde parte della propria identità; nella stessa poesia: “Spesso in lui nessun punto era sicuro, / e tremava: Io sono...,”

[2] Joseph Campbell, Il potere del mito, Tea, Milano 1994 (I ed. 1988),  p. 152.

[3] Giovanni Sias, INVENTARIO DI PSICANALISI, Bollati Boringhieri, Torino 1997. Il libro di Sias costituisce, nel presente saggio, lo spunto e il costante punto di riferimento.

[4] Si tratta del primo racconto della sezione “Dai ricordi di Ijon Tichy”, ora in Stanislav Lem, Memorie di un viaggiatore spaziale, Oscar fantascienza, Mondadori, Milano1991, 363-379.

[5] Leon Edel, Stuff of Sleep and Dreams, Avon Boooks, The Hearst Corporation, New York 1982, p.19.

[6] Ci sembra interessante la seguente citazione da Jung: “Chi guarda nello ‘specchio’ dell’acqua vede per prima cosa, è vero, la propria immagine. Chi va verso se stesso rischia l’incontro con se stesso. Lo specchio non lusinga; mostra fedelmente quel che in lui si riflette, e cioè quel volto che non mostriamo mai al mondo, perché lo veliamo per mezzo della persona, la maschera dell’attore. (Carl G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Biblioteca Boringhieri, Torino 1977, p. 38; prima ed. 1936.

 

 NOTA: Questo testo mi è arrivato da Mauro Ferrari, poeta, critico, esperto della storia e del presente della poesia. E' così ampio e ricco di spunti e citazioni, che, nonostante avessi decisi di passare ad altri argomenti, ve lo propongo, con la speranza che generi ulteriori dialoghi sul tema.   I.M.

 

 

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sabato, 12 gennaio 2008

Vita e sogno, poesia e realtà

Federico Garcia Lorca
CITTÀ INSONNE (Notturno del Brooklyn Bridge)

Non dorme nessuno nel cielo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
I bambini della luna fiutano e aggirano le loro capanne.
Verranno le iguane vive a mordere gli uomini che non sognano
e colui che fugge col cuore spezzato troverà alle cantonate
l’incredibile coccodrillo tranquillo sotto la tenera protesta degli astri.
Non dorme nessuno nel mondo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
C’è un morto nel cimitero più lontano
che si lamenta da tre anni
perché ha un paesaggio secco nel ginocchio;
e il fanciullo che hanno seppellito stamane piangeva tanto
che fu necessario chiamare i cani per farlo tacere
Non è sogno la vita. All’erta! All’erta! All’erta!
Precipitiamo dalle scale per mangiare la terra bagnata
o saliamo al margine della neve con il coro delle dalie morte.
Ma non c’è oblio né sonno:
carne viva. I baci legano le bocche
in un groviglio di vene recenti
e, a chi gli duole, il suo dolore gli dorrà senza tregua
e, chi teme la morte, se la porterà sulle spalle.
Un giorno
i cavalli vivranno nelle taverne
e le formiche infuriate
aggrediranno i cieli gialli che si rifugiano negli occhi delle vacche.
Un altro giorno
vedremo la resurrezione delle farfalle dissecate
e andando in un paesaggio di spugne grigie e di navi mute
vedremo brillare il nostro anello e scaturire farfalle dalla nostra lingua.
All’erta! All’erta! All’erta!
Quelli macchiati ancora di fanghiglia e acquazzone,
quel ragazzo che piange perché non sa l’invenzione del ponte
o quel morto cui rimane soltanto la testa e una scarpa,
bisogna portarli al muro dove stanno in attesa iguane e serpenti,
dove aspetta la dentatura dell’orso,
dove aspetta la mano mummificata del bambino
e la pelle del cammello s’arriccia con un violento brivido azzurro.
Non dorme nessuno nel cielo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
Ma se qualcuno chiude gli occhi,
frustatelo, figli miei, frustatelo!
Permanga un panorama di occhi aperti
e amare piaghe accese.
Non dorme nessuno nel mondo. Nessuno, nessuno.
Ve l’ho detto.
Non dorme nessuno.
Ma se qualcuno nella notte ha troppo musco alle tempie,
aprite le botole affinché veda sotto la luna
i bicchieri falsi, il veleno e il teschio dei teatri.

da “Poeta a New York”, Guanda, 1976

*** Vi propongo questo testo di Garcia Lorca, soprattutto perché nega, in modo provocatorio, l'assunto famoso e fascinoso reso noto dalla letteratura e dal cinema e divenuto proverbiale: "La vita è sogno". Partendo da qui, da questo inatteso ribaltamento, vorrei invitarvi a scrivere il vostro personale punto di vista su vita e sogno, poesia e realtà. Per dire se davvero è tutto solo illusione, o se invece c'è solo la nuda e cruda realtà, e, soprattutto, se in questo ambito la parola, la scrittura, la poesia, possono intervenire attivamente, creare prospettive nuove, modi e mondi.

La mia personale opinione è questa: si sa, lo si sente, lo si vive ogni giorno, che la vita è sogno, spesso incubo, assurdo ad occhi chiusi o spalancati. Ma una volta preso atto di questo, con sorpresa sempre più smorta e attenuata e immutata rivolta interiore, è giusto che arrivi anche il momento di gridare, esclamando che, al di là di tutto, oltre la gabbia del tragico-onirico, c’è un territorio in cui, lottando, si può ancora esistere, resistere, e magari anche cantare. Aprire con il canto le botole sotto la luna di modo che si vedano “i bicchieri falsi, il veleno e il teschio dei teatri”.
C’è spazio, nonostante tutto, anzi, proprio per l'esistenza di quel "nonostante", per il canto, per la poesia.
Per una poesia che, come indica la lirica di Garcia Lorca, con forza veritiera seppure con un tono iperbolico e surreale, non è sterile lamento. Con la poesia si può fare tutto, piangere, certo, ma anche ridere, difendersi, attaccare, fuggire, lottare, essere seri e ilari. A volte, perfino, vivere.
Vivere di poesia può apparire ad alcuni quasi un ossimoro. Ma è il più importante degli ossimori. Proprio perché la vita non è sogno. Ed è allora che tale ossimoro diventa vitale.

Attendo se vorrete, i vostri commenti sull'argomento. Un saluto, e a rileggerci,  Ivano

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:38 | link | commenti (17) | commenti (17)
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domenica, 06 gennaio 2008

nota biografica


 Ivano Mugnaini è nato Viareggio e vive sulle colline dell'entroterra versiliese, a Bargecchia di Massarosa. Si è laureato a Pisa con una tesi sul teatro rinascimentale europeo. Collabora con racconti e recensioni ad alcune riviste letterarie, tra cui "L'Immaginazione", "Poiesis", "La Clessidra" ed altre. Collabora inoltre con il web magazine letterario "Rotta Nord Ovest" e con il sito "Vico Acitillo - Poetry Wave". Suoi testi sono stati letti e commentati nelle trasmissioni di Rai - Radio Uno "Il baco del millennio" e "In Europa". Ha pubblicato la raccolta di racconti "La casa gialla" e il romanzo "Limbo minore", Piero Manni Editore, Lecce.

postato da: ivanomugnaini alle ore 09:46 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: nota biografica
domenica, 06 gennaio 2008

Presentazione

 

 

 DEDALUS

 Questo spazio telematico si propone di esplorare qualche tratto di strada del mondo letterario. Con l'ebbrezza del volo ma anche con l'attenzione alla realtà delle rocce e dei fossati. Con le ali spalancate ma anche con gli occhi bene aperti. Anche per cogliere, magari, qualche segnale di fumo, sempre bene accolto, di novità, spazi potenziali, espressioni di vita e di energia esistente e tenacemente resistente. Saranno benvenuti commenti, testi, proposte, suggerimenti, richiami, segnalazioni di concorsi, iniziative, editori degni di tale nome.  Sempre attraversando cieli e sorvolando suoli ampi e vari. analogie e divergenze. Concedendomi magari il lusso di dire anche la mia, tentando collegamenti e riferimenti, anche con la mia personale esperienza di scrittura.  Non garantisco che l’esercizio possa condurre, me in primis, all’apprendimento dei rudimenti del volo. Di sicuro però prometto un percorso, un viaggio. Nel tempo, nello spazio, e sui sentieri, aspri, intricati e sublimi, delle idee.

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Un primo percorso, sui sentieri della conditio sine quan non:

LA PAROLA Inizierei con l’osservare che per parlare della parola debbo fare ricorso ad un identico materiale, in una sovrapposizione emblematica. Tutto ciò appare banale e scontato, d’accordo; ma se mi consentite l’ossimoro, direi che è "significativamente banale". Il primo decollo, il battesimo dell’aria, lo faccio grazie ad uno scrittore e saggista austriaco del secolo scorso, Franz Blei. Relativamente poco noto, ma autore di un testo ironico ed arguto, "Il bestiario della letteratura", all’interno del quale propone un passaggio perfettamente confacente al contesto: Si può pensare solo con le parole, cioè in immagini. Per questo le parole dominano il mondo e le idee appartengono, nella loro azione diretta, alle parole.

Per porre il tutto su un piano simile, ma in un’ambientazione concreta e attuale, quotidiana, è il caso di dirlo, mi metto sulle tracce di "Zazie dans le métro" di Raymond Queneau. Tu causes, tu causes, c’est tout ce que tu sais faire. Parli, parli, è tutto quello che sai fare. Frase che abbiamo detto, o pensato, infinite volte. Rivolti agli altri ma anche, ahimè, a noi stessi.

Il prossimo punto di riferimento è Anton Cechov. Qui, per par condicio, sarebbe giusto proporre una citazione in cirillico. Purtroppo non sono attrezzato per tale compito. La frase dello scrittore russo la apprezzo ugualmente, però, e la riporto come posso: Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero. Qualsiasi commento è superfluo.

Il mio amato Voltaire nei suoi "Dialoghi" include una frase che i politici, ma non solo loro, dovrebbero ripetersi almeno una dozzina di volte al mattino prima di colazione: Gli uomini si servono delle parole solo per nascondere i loro pensieri. In seguito, magari, i suddetti signori continuerebbero ad operare "per il bene comune", ossia per il loro, come hanno sempre fatto. Tuttavia l’esercizio risulterebbe salutare, non solo per loro, lo ribadisco, per provare ad inviare qualche segnale a quell’accessorio non-optional chiamato coscienza. Gran bella parola! E, si spera, anche qualcosa di più di una serie di grafemi e fonemi.

Grazie alle "Massime e riflessioni" di Goethe si potrebbe trovare una scappatoia, una via di fuga, una giustificazione o quasi per mille mezze verità: Ogni parola che si pronuncia fa pensare al suo contrario. Ma ci riconduce alle realtà nitida e semplice delle cose Publilio Siro. Una citazione in latino possiede sempre un suo fascino. Quindi, poiché è vero Oscar, si resiste a tutto tranne che alle tentazioni, la propongo. Sermo imago animi est: qualis vir, talis et oratio est. La parola è lo specchio dell’anima; tale l’uomo, tale la parola. La traduzione può anche essere approssimativa. Non certo il concetto, ineludibile, che la sentenza propone.

Con una virata di non poco conto, non solo nell’ambito cronologico, passo da Publilio Siro a Pittigrilli. Tagliente, sarcastico, ma anche estremamente lucido, non c’è dubbio. Nel suo "Amori Express" osserva che: Esistono da sempre delle droghe più potenti, più calmanti, più tranquillanti, più allucinogene di tutte le droghe della farmacopea antica e della farmacologia moderna. Queste miracle-drugs, queste droghe-miracolo sono le parole.

Rimanendo nella scia di un umorismo sapido, sostanzioso, viene fatto di citare Carlo Dossi: Il meditare da solo è onanismo - il pensare con altri (conversare) è coito.

Restituisco alla parola la propria sacralità tramite un’affermazione di Chateaubriand che personalmente trovo molto convincente: Ci sono parole che dovrebbero servire una sola volta. Ognuno avrà in mente una quantità di vocaboli adatti ad impersonare un solo ruolo in una scena esclusiva di un unico film. A me ne viene subito in mente una, anzi due "Ti amo". Utopico? Forse sì, forse no. Allora aggiungo alla lista anche "Ti odio", oppure "Voto questo partito", o ancora "credo" o "non credo", e via dicendo. L’utopia così si fa totale. E, in fondo, non è male. Scusate la rima.

Giunto fin qui, nei pressi ormai della pista di atterraggio, posso affermare di avere compreso qualcosa: le parole possono servire a tutto e al contrario di tutto. Mi resta cioè, come alla partenza, un dubbio. Ma un dubbio fertile, pronto a pronunciare ed ascoltare altre frasi, nuove certezze, ulteriori dubbi. A far convivere, ad esempio, Pirandello, che in "Ciascuno a suo modo" esclama: Quanto male ci facciamo per questo maledetto bisogno di parlare!, con l’Eschilo di "Prometeo incatenato" che sostiene con solennità che Le parole sono medicina all’animo che soffre.

Una cosa è certa: rimane, immutato, più vivo che mai, il mio amore per la parola. Nonostante tutto. A dispetto di quanto male a volte siamo capaci di trattarla. Ma è sostanza eterea; rinasce, si riplasma, si rimodella. Aria mobile, inebriante. Come il volo.

Resterebbe, chiaramente, moltissimo da dire. Fiumi di sillabe incatenate da riversare ancora nel mare magnum della parola. Tuttavia, per non eccedere, torno a terra. Facendo tesoro di un’ultima frase, pronunciata da Luigi XIV, re di Francia: E’ difficilissimo parlare molto senza dire qualcosa di troppo. Affermazione contenuta nel volume "Memorie storiche e istruzioni per il Delfino suo figlio". Non sono il Delfino di Luigi XIV. Anche se, per ragioni eminentemente finanziarie, tale condizione non sarebbe disprezzabile. Tengo conto lo stesso, comunque, della sua ineccepibile "istruzione". Lascio in pace, momentaneamente, le parole. Per tornare però, molto presto, a bussare alla loro porta, con identica passione, in occasione del prossimo volo.

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: ivanomugnaini alle ore 08:46 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: progetti, proposte

Chi sono

Utente: ivanomugnaini
Nome: Ivano Mugnaini
IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" e il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

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